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Si parla molto spesso di psicofarmaci ed è usuale osservare che, solitamente, le persone presentano delle posizioni estreme in merito a questa tematica: ci sono coloro che li considerano un po’ il rimedio a tutti i problemi e ci sono coloro che affermano che mai e poi mai dovrebbero essere assunti. Come avviene anche per molte altre cose, però, è importante essere flessibili e considerare la questione di volta in volta in base al problema presentato dalla persona.

Cosa sono gli psicofarmaci?

Gli psicofarmaci sono delle sostanze che possono essere assunte attraverso delle pasticche o delle gocce. Esse agiscono stimolando il cervello ad aumentare oppure a ridurre la produzione di alcune sostanze cerebrali dette neurotrasmettitori. Molti di voi, ad esempio, potrebbero aver sentito parlare di dopamina o di serotonina, che sono appunto dei neurotrasmettitori.

Gli psicofarmaci sono numerosi e possono essere classificati principalmente in ansiolitici, antidepressivi e antipsicotici che, in generale, possono contribuire a modificare l’umore ed i comportamenti delle persone. per questi motivi vengono spesso impiegati per trattare problematiche di tipo psicologico e sono molto utilizzati, anche in virtù del fatto che sono facili da assumere e possono produrre i primi risultati piuttosto rapidamente.

Quando e come può essere utile assumere psicofarmaci?

Nei casi di problemi psicologici particolarmente invalidanti -come una depressione molto forte o disturbi d’ansia estremamente intensi e strutturati-, l’uso degli psicofarmaci è spesso necessario in una fase iniziale per produrre una momentanea riduzione dei sintomi, che rende la persona più coinvolta nel percorso di terapia psicologica e produce, di conseguenza, una terapia più efficace. Tuttavia, solitamente, anche nel caso in cui si decidesse o fosse necessario ricorrere ai farmaci, è preferibile affiancare alla terapia farmacologica una terapia psicologica che permetta di affrontare il problema alla base e di risolverlo in maniera definitiva. I farmaci, infatti, agiscono solo sui sintomi manifesti perché producono un cambiamento nelle reazioni delle persone a determinati stimoli, ma non ne modificano le percezioni. Ad esempio, una persona con attacchi di panico, prendendo degli ansiolitici può ridurre il suo livello di ansia generale, ma questo difficilmente avrà degli effetti positivi anche sulla paura, che è l’emozione alla base dell’attacco di panico. La persona in questione molto probabilmente continuerà a temere nuovi attacchi di panico o specifiche situazioni nel caso in cui tali crisi si manifestino in determinate circostanze. Attraverso la terapia psicologica, invece, è possibile modificare la percezione di paura della persona ed aiutarla a sviluppare le capacità che le possono consentire di affrontare ciò che teme fino a che, più gradualmente, arriverà a liberarsi totalmente dalla paura patologica. Gli psicofarmaci, al contrario, non consentono di acquisire della capacità che non abbiamo o che non abbiamo sviluppato a sufficienza, così come non ci possono fornire motivazioni mancanti o modificare stili di vita e di comportamento disfunzionali che ostacolano il nostro benessere.  Ad esempio, “se una persona continua a commettere sempre gli stessi errori e, nel cercare di liberarsi da un problema, lo aggrava sempre più, sicuramente è più importante aiutarla a modificare le sue improprie strategie di vita, piuttosto che cercare di farla stare bene nell’immediato con qualche pillola e lasciare intatto il copione autodistruttivo su cui sta improntando la sua esistenza.” (Nardone, p. 135).

L’utilizzo degli psicofarmaci, inoltre, dovrebbe essere limitato nel tempo per evitare che tali sostanze interferiscano con la produzione naturale di neutrotrasmettitori cerebrali. Se si assumono ansiolitici per lunghi periodi, ad esempio, il cervello potrebbe inibire gradualmente la produzione di neurotrasmettitori che esercitano le stesse funzioni dell’ansiolitico, ma dal momento che l’ansia è indispensabile nella vita dell’uomo, al tempo stesso il cervello incrementerà la produzione di sostanze che producono ansia. Diventerebbe, quindi, necessario, assumere dosi sempre più massicce di psicofarmaci per poter ottenere gli stessi effetti -fenomeno della tolleranza- e nel caso in cui la terapia farmacologica venisse interrotta di colpo -cosa da evitare sempre- la persona si troverebbe in piena crisi e sperimenterebbe gli effetti dell’astinenza.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2006). Manuale di sopravvivenza per psico-pazienti. Come orientarsi nella giungla delle terapie della mente. Tea, Milano.