fbpx

Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

L’AGORAFOBIA

Che cos’è l’agorafobia?

L’agorafobia è un disturbo caratterizzato da ansia che si manifesta quando la persona deve affrontare delle situazioni nelle quali, in caso di malessere, potrebbe avere difficoltà a fuggire o ad essere aiutata. Le circostanze temute, quindi, sono quelle che implicano lo stare da soli o l’allontanarsi da luoghi familiari e percepiti come sicuri. L’agorafobico può avere paura, ad esempio, di prendere i mezzi pubblici, di stare in luoghi chiusi –soprattutto se le vie di fuga sono difficili da raggiungere-, di stare in mezzo a tante persone, in fila, di allontanarsi da casa. In alcuni casi l’ansia può raggiungere livelli così elevati da sfociare in attacchi di panico. Anche l’anticipazione mentale del dover affrontare tali situazioni può provocare ansia e malessere.

Le conseguenze del disturbo

Chi soffre di agorafobia ha una vita che può essere anche piuttosto limitata a causa della difficoltà ad affrontare numerose situazioni.

Nei casi più gravi le persone possono arrivare a non essere più in grado di uscire di casa da sole neanche per soddisfare le esigenze di base -ad esempio fare la spesa-. Si rischia, quindi, di diventare completamente dipendenti dagli altri. C’è chi, ad esempio, non si sente mai al sicuro quando è solo, neanche a casa propria.

Le tentate soluzioni dell’agorafobia

Secondo la terapia breve strategica ogni problema si struttura e si mantiene a causa di tentate soluzioni disfunzionali, ossia comportamenti inefficaci attuati per provare a superare le difficoltà.

Le tentate soluzioni tipiche dell’agorafobia sono:

  • l’evitamento delle situazioni temute
  • il parlare delle proprie paure e preoccupazioni
  • il cercare costantemente l’aiuto degli altri, chiedendo, ad esempio, di essere accompagnati e rassicurati
  • il tentativo di controllo di pensieri e sensazioni psicofisiologiche ansiogeni. Ad esempio, la persona può cercare di controllare la respirazione o il battito cardiaco, può provare a convincersi che non c’è motivo di preoccuparsi o può tentare di distrarsi pensando ad altro.

In ogni persona queste tentate soluzioni si possono manifestare con modalità diverse. Inoltre, otre a quelli indicati, che sono i più diffusi, possono essere presenti anche altri comportamenti disfunzionali.

La terapia breve strategica per il trattamento dell’agorafobia

Il primo passo della terapia è quello di analizzare dettagliatamente le tentate soluzioni disfunzionali per comprendere la situazione e per far sentire alla persona che quello che fa è inefficace e dannoso.

L’obiettivo della terapia, quindi, è la graduale interruzione delle tentate soluzioni disfunzionali attraverso l’utilizzo di specifiche tecniche. La persona sperimenterà che, come scrivevano gli antichi sumeri, “la paura evitata diventa timor panico, la paura guardata in faccia si trasforma in coraggio”

Dott.ssa Erica Tinelli

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

QUANDO LA PAURA DIVENTA INVALIDANTE: LE FOBIE

Per approfondire

Nardone G. (2000). Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano.

Nardone G. (2005). Non c’è notte che non veda il giorno. Tea, Milano.

USARE LA PSICOLOGIA PER VIVERE AL MEGLIO LA TERZA ETA’

Nella nostra società l’aspettativa di vita è sempre più alta e sono sempre più numerose le persone stanno vivendo la terza età.

Questo fenomeno, in gran parte legato al miglioramento della qualità della vita e al progresso della medicina, da un lato rappresenta sicuramente un fatto positivo; dall’altro, però, pone alle famiglie e alla società nuove sfide da affrontare.

Molto spesso, infatti, gli anziani si sentono soli ed emarginati, sono depressi e manifestano un declino cognitivo che può essere più o meno marcato. Questi fattori possono intaccare notevolmente il loro benessere e quello delle persone vicine, ma possono essere gestiti efficacemente per produrre un miglioramento della qualità di vita. Ecco alcuni aspetti sui quali è possibile intervenire con l’aiuto di conoscenze e di strumenti psicologici.

Terza età e stimolazione cognitiva

Nella terza età solitamente si assiste ad un decadimento delle capacità cognitive, ad esempio l’attenzione, la memoria ed il ragionamento logico. In parte questo declino può essere inevitabile e fisiologico. In parte, però, questo cambiamento può essere controllato, gestito, indirizzato al meglio. Chi ha un determinato stile di vita che prevede di avere una mente sempre in allenamento, infatti, risente molto di meno del decadimento cognitivo.

Attraverso specifiche esercitazioni di stimolazione cognitiva adattate alle caratteristiche della persona, è possibile evitare il deterioramento delle abilità cognitive o rallentare notevolmente questo processo. Inoltre, lo psicologo può fornire anche delle indicazioni su quello che la persona o i familiari potrebbero fare per incentivare ulteriormente la stimolazione cognitiva. 

Gestione delle emozioni

Spesso gli anziani sperimentano vissuti di profonda tristezza o di vera e propria depressione. Può anche accadere che vivano altre emozioni intense, come ad esempio la rabbia o i sensi di colpa connessi a rimorsi o rimpianti. E’ molto diffusa anche la sensazione di inutilità, connessa all’idea di non poter più svolgere alcun ruolo importante o di essere addirittura un peso.

Tutti questi vissuti possono provocare frustrazione e abbattimento e per evitare che diventino davvero problematici è necessario che vengano adeguatamente elaborati e gestiti. L’aiuto di uno psicologo può diventare indispensabile anche in riferimento a questo aspetto.

Gestione delle relazioni

Durante la terza età molte persone tendono ad isolarsi o comunque ad avere molti meno contatti sociali. Questo è un grosso limite in quanto le relazioni sociali rappresentano un importante fattore di protezione nei confronti del declino cognitivo e della depressione. Chi si isola, però, soprattutto se per molto tempo, atrofizza le proprie abilità sociali e, di solito, sviluppa un isolamento ancora più consolidato. In questo caso lo psicologo, quindi, può aiutare le persone a riscoprire a e a potenziare le proprie abilità affinchè le interazioni con gli altri diventino un piacere e non una tortura.

La gestione delle relazioni, inoltre, riguarda anche il rapporto con i familiari, ad esempio i figli, che spesso non sanno cosa potrebbero fare per aiutare i propri cari o che vivono delle difficoltà che non sanno come gestire. Anche in questo caso una consulenza psicologica può essere utile per capire come agire.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

ELOGIO DELL’IMPERFEZIONE

La perfezione, si sa, non esiste. Ma se anche fosse possibile raggiungerla, sarebbe davvero utile ottenere questo risultato o sarebbe preferibile coltivare un po’ di imperfezione? La ricerca costante della perfezione ed il tentativo di avvicinarsi quanto più possibile ad essa, infatti, ha anche numerosi svantaggi. Ecco i più importanti.

La ricerca della perfezione può portare ad un blocco

Sono numerose le situazioni nelle quali la ricerca della perfezione può portare le persone a bloccarsi. È il caso, ad esempio, di coloro che non si cimentano in una prova (come un esame) o in una qualsiasi attività lavorativa, hobbistica o quotidiana fino a quando non si sentono completamente pronti. In tali circostanze il rischio è quello dell’inazione. Raramente, infatti, ci si sente preparati al 100% per qualcosa, soprattutto se si tratta di attività impegnative o nuove.  È molto meglio, quindi, accettare di essere imperfetti e di impegnarsi per migliorarsi.

La ricerca della perfezione può portare a commettere grandi errori

La ricerca della perfezione porta le persone ad attuare un tentativo estremo di controllo che si manifesta, ad esempio, nel pianificare le attività e le giornate nei minimi dettagli, nel cercare di prepararsi al meglio per affrontare ogni cosa, nel controllare più e più volte quello che è stato fatto, nel valutare attentamente ogni possibilità prima di prendere anche la decisione più semplice.

Il tentativo estremo di controllo, spesso, produce l’effetto paradossale della perdita di controllo. In altri casi, invece, crea una condizione di rigidità e di inflessibilità che rende difficile affrontare gli imprevisti. In entrambi i casi, quindi, il tentativo estremo di controllo alla ricerca della perfezione può portare ad ottenere l’opposto di quanto desiderato, ossia può portare a commettere grandi errori. Se si cerca di ottenere la perfezione, quindi, si rischia di cadere in grandi imperfezioni.

L’imperfezione e le relazioni sociali

Avete mai interagito con persone che si mostrano o si dichiarano estremamente brave in tutto quello che fanno a lavoro, in famiglia, nelle amicizie e negli hobby? Se avete vissuto questa esperienza almeno una volta vi sarete resi conto di quanto queste persone possono apparire antipatiche o addirittura detestabili. La maggioranza delle persone non ama avere a che fare con chi si mostra perfetto perchè il confronto può generare frustrazione, senso di inadeguatezza, percezione di essere presi in giro. Essere troppo perfetti, quindi, spesso equivale ad essere soli ed isolati.

Il giusto equilibrio tra desiderio di migliorarsi e imperfezione

Evidenziare i limiti della ricerca costante della perfezione ed elogiare l’imperfezione non significa lasciarsi andare ed evitare di migliorarsi, ma evitare l’eccesso e la rigidità. Gli estremi, infatti, in qualunque direzione, sono sempre patologici o problematici.

È necessario, quindi trovare il giusto equilibrio tra l’accettazione passiva di quello che si è e di quello che si ha ed il tentativo costante e compulsivo di trovare la perfezione.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

ANSIA SANA E ANSIA PATOLOGICA

Che cos’è l’ansia?

L’ansia è un’emozione molto diffusa. Emerge in situazioni nelle quali viene percepita una minaccia, sia di tipo fisico che psicologico. Possiamo provare ansia quando ci sentiamo in pericolo fisicamente, come quando si è in presenza di animali o persone potenzialmente aggressive o di pericoli come terremoti. Al tempo stesso possiamo sperimentare ansia anche quando percepiamo dei pericoli per la nostra autostima e per l’immagine positiva che cerchiamo di trasmettere agli altri. Ad esempio, si può provare ansia quando dobbiamo esporci al giudizio degli altri, nei casi in cui dobbiamo parlare in pubblico, fare degli esami, esporre la nostra opinione, ecc…

L’ansia comporta un’attivazione che si esprime con l’aumento del battito cardiaco, della sudorazione, con l’alterazione della respirazione. L’attenzione è tutta rivolta alla ricerca dei segnali di pericolo e delle modalità con le quali questi possono essere gestiti. A livello comportamentale, inoltre, il nostro organismo si prepara a possibili lotte o fughe.

Perché l’ansia è utile?

Solitamente le persone vivono l’ansia con disagio. In realtà, però, è un’emozione che, se si mantiene entro certi livelli, è perfettamente naturale in determinate circostanze perché contribuisce a creare uno stato di attivazione che rende la persona più attenta ed efficace.

La teoria dell’arousal di Yerkes e Dodson afferma che lo stato di attivazione della persona va da un continuum che ha come poli estremi il sonno e l’eccitazione diffusa. A bassi livelli di attivazione ci si distrae piuttosto facilmente, mentre ad elevati livelli di attivazione si è in preda all’ansia. Per questo motivo, in generale, la prestazione ottimale si ottiene quando si ha un livello di attivazione intermedio, cioè né troppo alto, né troppo basso. Questa relazione, poi, è influenzata anche dal livello di difficoltà del compito: quando il compito è più difficile è preferibile avere un livello di attivazione un po’ più basso rispetto a quando il compito è semplice.  Questa teoria è stata confermata da numerose ricerche in vari ambiti, come quello lavorativo e quello scolastico.

È stato dimostrato, quindi, che l’ansia ha una funzione molto importante che riguarda il dirigere le nostre capacità in vista del raggiungimento di un obiettivo. Non è, quindi, qualcosa da combattere e da allontanare, ma un’emozione utile che, se ben gestita, può rappresentare un’importante risorsa.

Quand’è che diventa patologica?

Quando compromette la qualità della nostra vita e diventa invalidante, precisamente:

  • quando si manifesta in molti contesti diversi. In tal caso la persona vive la maggior parte delle situazioni come pericolose ed ansiogene e, quindi, riesce troppo raramente ad essere tranquilla
  • quando raggiunge livelli eccessivamente intensi e crea confusione totale, difficoltà ad elaborare le informazioni, a pensare lucidamente e ad agire. Nei casi più estremi si arriva ad un vero e proprio blocco che impedisce alla persona di affrontare ciò che teme e che, con il passare del tempo, la porta ad evitare tutto quello che le provoca ansia, confermando sempre di più a se stessa la presunta pericolosità della situazione e la propria incapacità nel gestirla. Ad esempio, provare un po’ d’ansia alla guida, soprattutto quando non si ha molta esperienza o quando si percorrono percorsi nuovi, è normale ed utile. L’ansia diventa invalidante quando è così forte che la persona non riesce a indirizzare le sue energie per guidare al meglio o quando è così ansiosa che evita a priori di guidare.

Quando l’ansia diventa patologica l’aiuto di un professionista può consentire di superare il problema e di recuperare il proprio benessere.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

GESTIRE AL MEGLIO L’ANSIA

Bibliografia

Yerkes R. M. e Dodson J. D. (1908). The relation of strength of stimulus to rapidity of habit‐formation. Journal of comparative neurology18(5), 459-482.

IL DISTURBO DA ACCUMULO

Che cos’è il disturbo da accumulo?

Il disturbo da accumulo si caratterizza per la tendenza ad accumulare costantemente gli oggetti che vengono conservati anche se non hanno alcun valore strumentale o affettivo.

Può diventare estremamente invalidante dal momento che la compulsione all’accumulo arriva ad ingombrare le case, i garage, le auto che, in genere, diventano inutilizzabili.

Inoltre, di solito con il tempo il disturbo tende ad aggravarsi perché all’impossibilità a gettare le cose si accompagna la continua acquisizione degli oggetti.

Quali sono le conseguenze del disturbo da accumulo?

Quando è presente questo disturbo, qualsiasi attività, anche la più semplice e quotidiana, può diventare estremamente complicata o, addirittura, impossibile. Pensiamo, ad esempio, a quanto può essere difficile cucinare o sedersi in una cucina colma di oggetti.

La tendenza all’accumulo può compromettere anche le relazioni e provocare scontri e conflitti, ad esempio quando chi vive con l’accumulatore cerca di farlo ragionare o di costringerlo a gettare delle cose.

Quali sono gli oggetti che vengono accumulati?

Gli oggetti che vengono accumulati più spesso sono i giornali, le riviste, i libri, i vestiti, le borse, ma qualsiasi cosa può essere accumulata. Non mancano, ad esempio, casi di accumulo di feci o di animali.

Gli oggetti possono essere acquistati, ma possono essere anche ottenuti gratuitamente -pensiamo, ad esempio, ai volantini o agli oggetti gettati da altri-.

Il trattamento del disturbo da accumulo

Il disturbo da accumulo può essere trattato efficacemente con la psicoterapia.

La psicoterapia breve strategica utilizza specifiche tecniche e stratagemmi per aiutare la persona a gestire e a superare il comportamento di accumulo, che assume i connotati di una vera e propria compulsione. In molti casi, inoltre, oltre che intervenire direttamente sulla persona, può essere necessario coinvolgere nella terapia i familiari al fine di interrompere le tentate soluzioni relazionali disfunzionali.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G., Portelli C. (2013). Ossessioni compulsioni manie. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Milano.

CONSAPEVOLEZZA E CAMBIAMENTO

Essere consapevole dei propri sbagli porta al cambiamento desiderato?

A volte ci si rende conto di aver commesso, in alcune situazioni, degli errori. Ad esempio, ci si può accorgere di aver usato una comunicazione o una modalità relazionale inadeguata con alcune persone, di aver fatto delle cose inopportune per la propria salute, di aver pianificato in modo inefficace alcune attività, ecc…

La consapevolezza di aver sbagliato può essere molto importante, ma non porta necessariamente al cambiamento desiderato, per una serie di motivi che riguardano principalmente il non sapere cosa fare, la gestione delle emozioni e la ripetizione ed il consolidamento.

Non sapere cosa fare

Prima di tutto, essere consapevoli di aver sbagliato non significa per forza sapere cosa fare di diverso per produrre dei risultati migliori. Non basta semplicemente fare l’opposto perché l’opposto di qualcosa di sbagliato può essere altrettanto sbagliato o inefficace o può essere ancora più dannoso. Ad esempio, se fare una comunicazione in ambito lavorativo in modo estremamente morbido e gentile non ha prodotto l’effetto sperato, questo non vuol dire necessariamente che occorre usare un atteggiamento eccessivamente formale, rigido e deciso.

Per poter cambiare nella direzione sperata, quindi, non è sufficiente sapere di aver commesso degli errori. Occorre anche conoscere e sperimentare le giuste strategie che potranno, poi, essere gradualmente modificate ed affinate in base ai feedback ricevuti.

La gestione delle emozioni

Altre volte, invece, si sa perfettamente quello che bisognerebbe fare di diverso, ma non si riesce a farlo a causa di una serie di emozioni pervasive che non si riesce a gestire adeguatamente. È il caso, ad esempio, delle persone che sanno che non dovrebbero avere esplosioni di rancore, ma non riescono a gestire la rabbia che provano in alcune circostanze. In questa categoria rientrano anche coloro che sanno che non dovrebbero evitare certe situazioni, ma lo fanno comunque perché attanagliati dalla paura.

In questi casi la consapevolezza non basta perché non consente di incanalare le emozioni che, se non gestite adeguatamente, rappresentano un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo.

Ripetizione e consolidamento

Ci sono, poi, delle situazioni nelle quali le persone sanno che hanno commesso degli errori, sanno cosa devono fare di diverso e sono in grado di farlo. Anche in questi casi, la consapevolezza di aver sbagliato e di quello che andrebbe fatto può non essere sufficiente. Per produrre un cambiamento davvero efficace e stabile, infatti, è necessario riproporre il nuovo comportamento più e più volte per renderlo sempre più spontaneo e automatico, creando un nuovo modo di rapportarsi alla realtà. In caso contrario la consapevolezza acquisita resterà solo un pensiero oppure produrrà un cambiamento che sarà effimero e transitorio e si ricadrà ben presto nella trappola del vecchio copione comportamentale.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

L’ESPERIENZA EMOZIONALE CORRETTIVA

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi la cookie policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi