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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

TERAPIA BREVE STRATEGICA: DOMANDE E RISPOSTE

La terapia breve strategica è un modello di terapia estremamente efficace e rapido nel superamento delle problematiche psicologiche.

Qui ho descritto alcune caratteristiche essenziali della terapia breve strategica. In questo articolo, invece, cercherò di rispondere ad alcune domande che spesso le persone si pongono quando sentono parlare della terapia breve strategica o quando iniziano a seguire un percorso di questo tipo o valutano di farlo dopo essersi informate un po’.

Ecco alcune delle domande più frequenti:

Per quali tipi di disturbi o problematiche è adatta la terapia breve strategica?

Nell’ambito della terapia breve strategica sono state sviluppate tecniche specifiche per il trattamento di molti disturbi e problemi psicologici come ad esempio le fobie, l’ansia e gli attacchi di panico, i disturbi ossessivi e ossessivo-compulsivi, i disturbi alimentari (anoressia, bulimia, binge-eating, vomiting), la depressione, la paranoia, i problemi sessuali, di coppia e relazionali, i traumi, l’ipocondria, i problemi nello studio, i problemi comportamentali dell’infanzia e dell’adolescenza.

La terapia breve strategica, inoltre, si basa su tecniche e strumenti (come il problem-solving strategico ed il dialogo strategico) che possono essere applicati anche in riferimento ad altri ambiti e contesti, come ad esempio per quello che riguarda il miglioramento delle relazioni e delle abilità comunicative anche in assenza di particolari problemi, la gestione dello stress e delle emozioni, la definizione ed il perseguimento degli obiettivi.  

Cosa si intende per “breve”?

Nell’approccio breve strategico si ritiene che se la terapia è efficace questa consente di ottenere i primi miglioramenti significativi entro la decima seduta. 

La durata complessiva della terapia dipende, poi, dalla specifica situazione. In alcuni casi 10 incontri sono sufficienti e anzi ne servono anche meno, come avviene solitamente per gli attacchi di panico, il cui trattamento ha una durata media di 7 sedute. Altre volte, invece, sono necessari più incontri e questo capita spesso quando si ha a che fare con una problematica piuttosto seria, come nel caso di una grave anoressia o di un disturbo ossessivo-compulsivo presente da molto tempo e molto radicato. Anche in queste e in altre situazioni più complesse, però, la terapia breve strategica consente di raggiungere cambiamenti significativi entro la decima seduta e questo elemento costituisce un importante indicatore del fatto che si sta andando nella giusta direzione.

È una terapia sintomatica e superficiale?

Questa è una delle accuse che a volte viene rivolta alla terapia breve strategica, forse in virtù del fatto che rispetto ad altre terapie è piuttosto breve.

In realtà, però, la terapia breve strategica ha come obiettivo quello di produrre un cambiamento estremamente radicale che coinvolge il sistema percettivo-reattivo della persona, cioè il suo modo di percepire se stessa, gli altri, il mondo ed il suo comportamento nei confronti di ciò che la circonda. Cosa c’è di più radicale di questo?

Ad ulteriore conferma di ciò, le ricerche condotte dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo evidenziano che nei follow-up a 3, 6, 12 mesi dal termine del trattamento la percentuale di ricadute è quasi nulla.

Qual è la frequenza delle sedute?

Dipende dalla specificità di ogni caso.

In molti casi all’inizio si effettua una seduta ogni 2 settimane e mano mano che la situazione migliora gli incontri vengono diluiti (ad esempio ogni tre settimane, ogni mese, ogni mese e mezzo, ecc) per permettere alla persona di sperimentarsi in modo sempre più autonomo. Ci sono, poi, situazioni che inizialmente richiedono degli incontri più ravvicinati o più diluiti nel tempo.

Perché sono così importanti le prescrizioni?

Nella terapia breve strategica solitamente non vengono effettuati soltanto dei colloqui, ma vengono fornite alle persone delle specifiche indicazioni in merito a delle cose che devono fare tra una seduta e l’altra.

Le prescrizioni rappresentano una caratteristica fondamentale della terapia breve strategica ed è molto importante che le persone le seguano perché queste servono per comprendere meglio il problema e/o per far sperimentare in modo concreto e diretto determinati cambiamenti percettivi, emotivi, comportamentali.

Perché in terapia breve strategica a volte i colloqui durano poco?

A volte le persone che decidono di rivolgersi ad un terapeuta breve strategico rimangono stupite del fatto che in alcuni casi i colloqui possono durare poco (ad esempio 20 o 30 minuti) rispetto a quelle che sono le loro aspettative.

In terapia breve strategica, infatti, non esiste una durata predefinita del colloquio, ma si lavora per obiettivi (come comprendere la situazione, trasmettere determinati concetti o sensazioni, fornire indicazioni in merito alle prescrizioni e verificarne gli effetti) e quando si ritiene che tali obiettivi siano stati raggiunti il colloquio può concludersi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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TERAPIA BREVE STRATEGICA

LE ERESIE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Per approfondire:

Nardone G. (2013). Problem Solving strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

Nardone G. e Watzlawick P. (2010). L’arte del cambiamento. La soluzione di problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Tea, Milano.

LA DEPRESSIONE IN TERAPIA BREVE STRATEGICA

La definizione di depressione secondo la terapia breve strategica

In terapia breve strategica la depressione è una condizione caratterizzata dalla rinuncia che può essere ideativa, relazionale, comportamentale. La persona depressa, quindi, tende ad essere passiva, a non fare progetti, a non prendere iniziative, ad isolarsi dagli altri, ad evitare di decidere, a rimandare. Si blocca e non va avanti con la sua vita.

La rinuncia, spesso, si manifesta a seguito di uno specifico evento o di una serie di eventi nei quali la persona ha vissuto l’esperienza dell’illusione, seguita dalla delusione e, poi, dalla depressione. Queste esperienze possono riguarda il rapporto con gli altri –pensiamo, ad esempio, alla fine di una storia d’amore, al sentirsi traditi da amici o colleghi, al non aver raggiunto il successo professionale sperato, ecc- o con se stessi –come avviene, ad esempio, alle persone che credono di aver fatto un errore imperdonabile che le ha rovinate-.

Oltre alla rinuncia, altre caratteristiche della depressione possono essere rappresentate dal delegare ad altri tutta una serie di attività e di responsabilità proprie e dalla tendenza a lamentarsi e ad assumere il ruolo di vittima inerme che non è non responsabile di quello che le succede e della condizione di disagio nella quale si trova che non può, quindi, cambiare in alcun modo.

Il trattamento della depressione

La rinuncia, la delega, il lamentarsi rappresentano tentate soluzioni disfunzionali, ossia sono dei comportamenti che la persona ha messo in atto per cercare di superare una difficoltà iniziale, ma che in realtà non solo non hanno risolto il problema, ma hanno contribuito al suo mantenimento e al suo peggioramento. L’obiettivo della terapia breve strategica, quindi, è quello di interrompere queste –ed eventualmente anche altre- tentate soluzioni e favorire l’introduzione di comportamenti funzionali. Per fare questo si utilizzano una serie di tecniche e di strategie che vengono adattate alla specificità di ogni singola situazione.

Dott.ssa Erica Tinelli

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I FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE

Bibliografia

Muriana E., Pettenò L., Verbitz T. (2006). I volti della depressione. Abbandonare il ruolo della vittima: curarsi con la psicoterapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Firenze.

BENESSERE INDIVIDUALE COME REQUISITO DEL BENESSERE NELLA COPPIA

Quante volte in riferimento ad una relazione amorosa avete sentito dire o avete detto in prima persona cose come “Non posso stare senza di lui/lei”, “È la mia vita”, “Ho messo da parte i miei bisogni per lui/lei” o cose di questo tipo? Forse a qualcuno queste frasi possono anche sembrare romantiche, ma se veritiere e, quindi, rappresentative di pensieri e comportamenti effettivi possono essere indicatori di qualcosa che non funziona.

Stare con l’altro senza rinunciare a sé

Per sviluppare una relazione sana e felice e stare bene con l’altro è necessario prima di tutto stare bene con se stessi ed essere realizzati e soddisfatti. Solo a questa condizione il rapporto di coppia potrà rappresentare un valore aggiunto, qualcosa che migliora la propria vita che, però, anche in assenza dell’altro è già serena.

Quando, invece, non si sta bene con se stessi e si investe tutto in una relazione capita molto spesso di mettere in atto dei comportamenti disfunzionali che hanno a che fare con il ricercare nella coppia qualcosa che manca a livello personale. Ad esempio, alcune persone che non sono soddisfatte del proprio lavoro e delle proprie attività quotidiane possono concentrarsi sulla relazione, ma l’aspetto di insoddisfazione personale sarà sempre e comunque presente. Nella migliore delle ipotesi potrà essere un po’ camuffato. In questo modo il rapporto con l’altro potrebbe anche diventare l’ambito nel quale sfogare le proprie frustrazioni, non necessariamente in modo consapevole ed esplicito, ma in maniera comunque distruttiva.

Un altro errore che spesso si fa quando ci si concentra molto sullo sviluppo di una relazione quando sarebbe prima necessario pensare a sé è quello di andare a costruire rapporti che si basano esclusivamente o principalmente sull’aiuto che l’altro può fornire. È il caso, ad esempio, delle persone che si appoggiano a chi può aiutarle economicamente o a chi può rispondere prontamente alle continue richieste di rassicurazioni o a chi possono delegare compiti che non sarebbero in grado di svolgere in autonomia.

Quelle accennate sono tutte situazioni nelle quali mancano i presupposti affinchè la relazione possa essere davvero sana, equilibrata, arricchente, ottimale.

Una riflessione su di sé e sulla coppia

Alcune persone a volte hanno difficoltà a capire se stanno vivendo il rapporto di coppia in modo ottimale senza rinunciare alla propria individualità e alla propria realizzazione. Per iniziare ad analizzare questo aspetto è possibile chiedersi: “chi sono io?”, “chi vorrei essere?”. Che aggettivi, ambiti, ruoli vi sono venuti in mente? Le risposte a queste domande possono essere un ottimo punto di partenza per definire la situazione attuale e quella desiderata e agire di conseguenza.

Dott.ssa Erica Tinelli

IL MONDO DELLE RELAZIONI VIRTUALI

Sempre più spesso le persone si scrivono, si parlano e si vedono attraverso il computer e lo smartphone.

Indubbiamente questi strumenti possono rendere più semplice e più veloce la comunicazione. Inoltre, facilitano anche il contatto con persone che difficilmente si sarebbero conosciute in altri modi, ad esempio perchè distanti geograficamente oppure perchè hanno caratteristiche molto diverse e frequentano ambienti diversi. Con internet, invece, da un “mi piace” messo ad una foto o ad un post, si possono iniziare a scambiare dei messaggi e può nascere una conoscenza, a volte con l’obiettivo di arrivare a frequentarsi nella vita reale.

Non è raro, però, che queste conoscenze virtuali rimangano tali per sempre o per lungo tempo. Ci sono persone che chattano per mesi e mesi senza mai vedersi. Alcuni diventano anche molto amici oppure si fidanzano avendo avuto soltanto contatti mediati dalla tecnologia. In alcuni casi questo coinvolgimento nel mondo virtuale può portare anche ad un isolamento progressivo dalla realtà. Questo accade frequentemente a coloro che hanno delle difficoltà relazionali. Ad esempio ci sono alcune persone che anche nella vita reale provano a fare amicizie o comunque a rapportarsi agli altri a vario titolo, ma falliscono sempre perché non sanno come fare, non possiedono le giuste abilità. Ci sono anche persone che, invece, rinunciano a prescindere perché, anche in virtù di esperienze passate, hanno sviluppato il timore o la convinzione che saranno rifiutati dagli altri e, quindi, preferiscono non rischiare.

In entrambi i casi il mondo virtuale può essere percepito come un ambiente più sicuro, nel quale i rapporti che si instaurano con gli altri possono fare meno male. Essere derisi, ignorati, allontanati, lasciati da persone che si conoscono solo virtualmente è meno doloroso rispetto al vivere queste esperienze nella vita reale perché c’è un coinvolgimento emotivo minore. Il rovescio della medaglia è che un minor coinvolgimento non implica solo un rischio minore, ma anche un piacere estremamente più circoscritto e questo rappresenta un grande limite.

I contatti virtuali sono sempre parziali rispetto a quelli faccia a faccia. Questo è anche uno dei motivi per i quali quando poi si arriva a frequentare qualcuno conosciuto online, può capitare che appaia diverso rispetto a come sembrava in chat o per telefono. Non significa necessariamente che ha mentito o che ha cercato di ingannare l’altro perché una conoscenza virtuale per certi aspetti è sempre limitata. Vivere la quotidianità virtuale non è come vivere la quotidianità frequentando una persona realmente perché diventa complesso cogliere e valutare più sfumature della sua personalità e del suo comportamento. Questo fattore contribuisce a creare un’immagine dell’altro eccessivamente idealizzata e poco realistica che rispecchia i propri desideri.

Quando si verifica un ritiro -ma forse sarebbe più corretto chiamarla fuga- nel virtuale si corre incontro anche ad un altro problema, cioè il fatto che si indeboliscono sempre di più le abilità di comunicazione e di relazione tipiche dei rapporti faccia a faccia, con il risultato che il mondo reale potrà essere visto come sempre più complesso e pericoloso e verrà evitato sempre di più. Interagire con gli altri esclusivamente o prevalentemente a livello virtuale all’inizio potrà sembrare una salvezza, ma con il tempo potrebbe trasformarsi in una sorta di scelta obbligata, una gabbia dalla quale non si sa come uscire perché non si è più in grado di affrontare l’altro mondo.

Non dobbiamo certo demonizzare la tecnologia, il mondo virtuale non è cattivo e negativo, ma non bisogna arrivare al punto di trasformarlo in un sostituto della realtà. Il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e questo dipende da noi.        

Dott.ssa Erica Tinelli

I VARI TIPI DI BULIMIA

Che cos’è la bulimia?

La bulimia è un disturbo alimentare che si caratterizza per la presenza di abbuffate, ossia di episodi nei quali la persona mangia una grande quantità di cibo, molto di più di quanto vorrebbe e di quanto dovrebbe in base alle proprie esigenze nutrizionali. L’abbuffata, quindi, non è determinata dalla fame, ma è un impulso incontrollabile alla consumazione alimentare. Durante le abbuffate, infatti, la persona percepisce di non riuscire in alcun modo a controllare quello che sta facendo e successivamente si sente in colpa.

I vari tipi di bulimia

All’interno del quadro clinico della bulimia è possibile trovare delle situazioni che presentano caratteristiche molto diverse tra loro. Secondo le ricerche condotte dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori è possibile individuare tre diverse categorie di bulimia: la bulimia boteriana, la bulimia da effetto «carciofo» e la bulimia jo jo.

La bulimia boteriana riguarda persone che hanno lottato per anni e anni per ottenere una buona forma fisica, fino a che, dopo numerosi fallimenti, si sono arrese all’estenuante lotta con il cibo e hanno ceduto totalmente al piacere di mangiare. Arrivano, quindi, a percepire la loro condizione come inevitabile, ma si adattano ad essa e la accettano.

La bulimia da effetto «carciofo», invece, si manifesta quando sono presenti anche problematiche emotivo-relazionali ed il disturbo alimentare rappresenta qualcosa verso il quale la persona orienta tutte le sue energie per evitare di affrontare tematiche che percepisce come ben più complesse. Ad esempio, la scarsa desiderabilità estetica può proteggere la persona dal doversi confrontare con la possibilità di vivere relazioni che percepisce come impure o travolgenti e, quindi, incontrollabili. 

Infine, la bulimia jo jo è la forma più frequente e si presenta quando la vita della persona è scandita tra periodi nei quali riesce a controllare il proprio rapporto con il cibo e periodi nei quali, invece, perde il controllo e si lascia andare ad un’alimentazione del tutto sregolata. Anche l’umore della persona e la valutazione che dà a se stessa sono altalenanti perchè passa da fasi di serenità e di fiducia in sé quando riesce a seguire la dieta a fasi nelle quali l’autostima crolla e regnano i sensi di colpa per aver ceduto alle tentazioni.

La terapia breve strategica nel trattamento della bulimia

La terapia breve strategica ha un tasso di efficacia dell’88% nel trattamento della bulimia. L’obiettivo terapeutico è quello di aiutare la persona a sviluppare un rapporto equilibrato e piacevole con il cibo, facendole sperimentare che mangiare di gusto ed essere in forma non sono affatto obiettivi inconciliabili se si usano determinate strategie.

Quando sono presenti anche delle problematiche emotivo-relazionali, inoltre, è necessario intervenire anche su questi aspetti aiutando la persona a gestire in maniera funzionale l’emotività e i rapporti con gli altri.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2003), Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo. Guarire rapidamente dalle patologie alimentari, Ponte alle Grazie, Milano. 

Nardone G., Valteroni E. (a cura di) (2014), Dieta o non dieta, Per un nuovo equilibrio tra cibo, piacere e salute Ponte alle Grazie, Milano. 

LA GESTIONE DEL LUTTO

Cos’è il lutto?

Il lutto è uno stato di forte malessere che si manifesta quando si perdono persone importanti. Gli stati d’animo tipici del lutto sono la tristezza, la disperazione, la confusione, la rabbia, l’incredulità, la nostalgia. In alcuni casi possono essere presenti anche sensi di colpa, ad esempio per la percezione di non aver fatto tutto il necessario o per essere stati assenti.

Il lutto non riguarda esclusivamente la morte, ma una gamma di situazioni più ampie che hanno a che fare con la perdita, con il venir meno di figure di riferimento importanti. Può rappresentare un lutto, ad esempio, anche la fine di un’importante amicizia o di una storia d’amore.

Come gestire il lutto?

È importante avere ben chiaro che quando si è colpiti da un lutto è perfettamente normale provare una profonda sofferenza che compromette il benessere e che interferisce notevolmente con la quotidianità, anche in riferimento allo svolgimento di attività di base.

Uno degli errori che viene commesso più spesso è quello di non accettare questa condizione. La sofferenza che si prova in queste situazioni deve essere accolta, vissuta appieno, elaborata. È necessario lasciare spazio al dolore e abbandonarsi ad esso perché questo rappresenta l’unico modo per superarlo e poter arrivare a riorganizzare la propria vita in funzione della perdita subita.

Quando è opportuno chiedere l’aiuto di un professionista?

Quando la gestione del lutto diventa problematica, quando si sente il bisogno di un adeguato supporto psicologico o quando si vuole avere un confronto in merito agli errori da evitare o alle strategie più adeguate da utilizzare.

Il lutto è considerato problematico quando lo stato di forte malessere si protrae troppo a lungo, ostacolando la riorganizzazione dei propri progetti ed il ritorno allo stile di vita usuale. Ovviamente anche quando vi è stata un’adeguata elaborazione del lutto i sentimenti di tristezza e di nostalgia potranno essere sempre presenti, ma in modo occasionale e non così intenso da bloccare il presente e la prosecuzione serena della vita.

In molti casi l’adeguata elaborazione del lutto avviene in maniera spontanea, ma anche in tali circostanze se lo si ritiene opportuno è possibile rivolgersi ad un professionista per accelerare questo processo e per evitare di mettere in atto, involontariamente, dei comportamenti che potrebbero rivelarsi inefficaci o addirittura dannosi. Ad esempio, capita a volte che alcune persone si rivolgano ad uno psicologo per avere indicazioni in merito a come comportarsi per aiutare i bambini nell’elaborazione del lutto.

Dott.ssa Erica Tinelli

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