fbpx

Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

QUANDO LO STUDIO DIVENTA UNA TORTURA

Non riuscire a studiare in maniera serena ed efficace rappresenta un grosso problema per gli studenti, ma anche per chi per altri motivi ha a che fare con lo studio –pensiamo, ad esempio, a chi vuole fare concorsi o corsi di aggiornamento professionale-.

I problemi di studio possono manifestarsi in vari modi.

Non riuscire a studiare

Alcune persone non riescono proprio a studiare. Spesso si trovano nella condizione di non riuscire a concentrarsi e, di conseguenza, di non riuscire a comprendere quanto letto. In alcuni casi, però, c’è un blocco talmente forte che impedisce anche di aprire i libri.

Questo tipo di problema in genere non si presenta improvvisamente, ma è l’esito finale di una serie di difficoltà mal gestite. In particolare, si manifesta spesso in persone che vivono lo studio con senso di obbligo e che cercano in modo esasperato di evocare la motivazione ed il piacere legati allo studio. Più provano a produrre volontariamente delle cose che dovrebbero essere spontanee, più le allontanano e peggiorano il loro problema.

La ricerca della perfezione

A volte le difficoltà nello studio sono legate alla ricerca estrema della perfezione che si può manifestare in varie forme. C’è chi, ad esempio, pretende di capire tutto e subito e non riesce a proseguire nella lettura se ogni singola frase non è chiarissima. C’è chi legge più e più volte le stesse cose perché non si ricorda tutto. C’è chi non riesce a scrivere relazioni o riassunti perché non gli viene in mente la frase di apertura perfetta. C’è chi si blocca perché cerca in continuazione degli argomenti di approfondimento nei quali si perde senza riuscire ad andare avanti e a costruire un quadro d’insieme.

Si tratta di situazioni nelle quali la persona cerca di avere il massimo controllo, ma proprio in virtù dell’estremizzazione di questo comportamento finisce per perdere il controllo.

Ansia da esame

Questo problema non riguarda lo studio in sé, ma il momento dell’esposizione oppure la sua anticipazione mentale. Entro certi livelli è perfettamente normale ed utile provare ansia; anzi, questa rappresenta una risorsa importante che permette alla persona di dare il meglio di sé. Quando è estrema, però, l’ansia diventa un ostacolo alla performance efficace e spesso porta la persona all’evitamento di ciò che teme, ossia l’esposizione.

Come superare i problemi di studio

Secondo l’approccio strategico i problemi, inclusi quelli legati allo studio, si strutturano e si aggravano a causa di una serie di difficoltà che sono state gestite in maniera fallimentare utilizzando delle tentate soluzioni disfunzionali. Nel caso dei problemi di studio le tentate soluzioni disfunzionali prevalenti sono il tentativo di evocare la motivazione o di imporsi lo studio, il tentativo di controllo estremo, l’iperanaliticità, l’evitamento.

L’individuazione e lo sblocco delle tentate soluzioni disfunzionali tipiche di ogni caso consente di superare il problema, spesso anche in tempi rapidi.

Dott.ssa Erica Tinelli

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

4 CONSIGLI PER STUDIARE MEGLIO E PIU’ RAPIDAMENTE

Per approfondire

Bartoletti A. (2013). Lo studente strategico. Come risolvere rapidamente i problemi di studio. Ponte alle Grazie, Milano.

I DISTURBI DI PERSONALITA’

Cosa sono i disturbi di personalità?

I disturbi di personalità prevedono un’alterazione del funzionamento che può riguardare le percezioni, le cognizioni, le emozioni, le relazioni sociali, il comportamento.

La persona con un disturbo di personalità presenta dei problemi che si manifestano in svariati contesti –lavoro, famiglia, relazioni- e che sono relativamente stabili nel corso del tempo. Ad esempio, il disturbo paranoide di personalità si caratterizza per la presenza di diffidenza e sospettosità pervasive e costanti che riguardano gli amici, i colleghi, i familiari, il partner.

Tra i disturbi di personalità più diffusi troviamo anche:

  • il disturbo borderline, che si caratterizza per una forte impulsività ed instabilità dell’umore, delle relazioni, della propria identità
  • il disturbo antisociale, che prevede una costante violazione delle leggi e dei diritti altrui in assenza di empatia, la tendenza ad essere irresponsabili e disonesti mentendo agli altri e truffandoli
  • il disturbo dipendente, tipico di chi ha costantemente bisogno di essere accudito e consigliato e di chi non si sente in grado di stare solo e di prendersi cura di sé
  • il disturbo evitante che ha come caratteristiche tipiche la profonda inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità e un comportamento ritirato socialmente per timore di essere valutato negativamente dagli altri.

Chi ha un disturbo di personalità può guarire?

In passato era molto diffusa la convinzione relativa all’impossibilità di trattare efficacemente i disturbi di personalità. Questa prospettiva, presente in parte ancora oggi, è stata smentita dalla letteratura scientifica del settore e dalla pratica clinica.

È possibile, quindi, trattare i disturbi di personalità, anche se è necessario avere aspettative realistiche: i cambiamenti, infatti, possono essere lenti e graduali rispetto ai risultati che è possibile ottenere in altre situazioni.

Il trattamento dei disturbi di personalità

Il trattamento d’elezione per i disturbi di personalità è rappresentato dalla psicoterapia che aiuta le persone a modificare le percezioni, le emozioni ed i comportamenti disfunzionali.

Il trattamento farmacologico, da solo, invece, è sconsigliato perché la sua utilità è circoscritta al contenimento della sintomatologica. Anche nei casi in cui si ritiene indispensabile la terapia farmacologica, quindi, questa dovrebbe essere inserita all’interno di un percorso terapeutico ben più ampio.

In molti casi l’intervento prevede anche il coinvolgimento dei familiari se si ritiene che questi possano rappresentare una risorsa che facilita la terapia.

 Dott.ssa Erica Tinelli

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

IL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

IL DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

https://salute.regione.emilia-romagna.it/salute-mentale/percorsi-di-cura/DGP

GESTIRE LA SOLITUDINE PER STARE BENE CON SÉ STESSI E CON GLI ALTRI

Le caratteristiche della solitudine

La solitudine e le reazioni di malessere o benessere ad essa associate non sono legate soltanto ad elementi fisici oggettivi, ma hanno a che fare anche con delle percezioni soggettive. C’è chi, ad esempio si sente solo anche se è sempre circondato da persone e c’è chi, invece, non si sente solo anche se passa gran parte del suo tempo in completo isolamento.

C’è chi, poi, vive la solitudine con tranquillità o con gioia e chi, invece, è pervaso dalla sofferenza più cupa. Ciò ci indica che la solitudine, che fa parte della vita di ognuno di noi, di per sé non è né un bene né un male perchè ciò che fa la differenza è il modo in cui viene gestita e vissuta.

Perché è importante imparare a stare bene da soli?

Imparare a stare bene da soli è fondamentale per il benessere personale e relazionale, elementi che sono fortemente interconnessi tra loro.

Imparando a stare bene con se stessi si diventa capaci di migliorarsi per poi selezionare e scegliere con chi si vuole stare. Chi non è capace a stare da solo, infatti, in genere tende a ricercare e a sviluppare relazioni poco soddisfacenti pur di trovare compagnia. È molto diffusa, ad esempio, la tendenza a cercare di soddisfare il più possibile le richieste e le aspettative degli altri per non essere allontanati e per il timore, quindi, di rimanere soli.

Il non saper stare da soli porta anche molte persone a non interrompere relazioni ormai poco soddisfacenti o addirittura tossiche perché qualsiasi cosa è considerata migliore del tanto temuto isolamento.

Come imparare a stare da soli?

Prendendosi cura di sé. Questo significa lavorare sul proprio miglioramento che deve riguardare numerose aree, come ad esempio l’aspetto fisico, la capacità di comunicazione, la gestione delle emozioni, la flessibilità, la creatività, la coltivazione delle proprie risorse e dei propri talenti.

Il miglioramento di sé, oltre a donare soddisfazione intrinseca, rende anche più desiderabili agli occhi degli altri e rappresenta, quindi, un elemento molto importante per lo sviluppo di relazioni soddisfacenti. Quando si entra in relazione, poi, diventa importante anche prendersi cura dell’altro evitando di dimenticarsi di prendersi cura di sé.

Dott.ssa Erica Tinelli

Per approfondire

Nardone G. (2020). La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli.Ponte alle Grazie, Milano.

COME SI PUO’ GESTIRE LA FRUSTRAZIONE?

Che cos’è la frustrazione?

Si sperimenta un vissuto di frustrazione quando si incontrano degli ostacoli nel percorso che porta a soddisfare dei bisogni o a raggiungere degli obiettivi che consideriamo importanti.

La frustrazione è un aspetto inevitabile dell’esistenza di ognuno di noi perché a chiunque capita, prima o poi, di avere delle difficoltà che impediscono momentaneamente di ottenere ciò che si vuole. Sarebbe impossibile, quindi, evitare del tutto la frustrazione, mentre quello che si può fare è imparare a gestirla al meglio e trasformarla anche in uno stimolo potenzialmente positivo.

Il primo passo per gestire la frustrazione

La prima cosa da fare è valutare se la frustrazione ha provocato una rabbia molto intensa che necessita di essere adeguatamente incanalata. La rabbia, infatti, è una delle principali conseguenze del vissuto di frustrazione e se è molto forte può portare a delle reazioni sproporzionate e potenzialmente dannose, sia per se stessi che per gli altri. Per evitare che ciò avvenga è possibile utilizzare varie strategie, alcune delle quali sono riportate nell’articolo LA RABBIA: A CHE SERVE E COME SI PUO’ GESTIRE? che ti consiglio di leggere.

Trasformare la frustrazione in una risorsa

La gestione della rabbia è soltanto il primo passo e non sempre è indispensabile perché può anche capitare di sentirsi estremamente frustrati, ma non arrabbiati.

Per poter utilizzare la frustrazione come strumento di crescita bisogna scegliere di impegnarsi attivamente per rimuovere l’ostacolo che si è interposto tra noi e la nostra meta trovando la strategia più adatta alla propria situazione. La frustrazione, infatti, ci informa che per raggiungere il nostro obiettivo o per soddisfare il nostro bisogno, nei più svariati ambiti di vita, è necessario cambiare qualcosa fino a trovare la strada giusta, anche se questo a volte può voler dire imboccare tanti sentieri diversi e tortuosi.

Ad esempio, se una persona è frustrata perché non riesce a migliorare la propria forma fisica deve chiedersi che cosa la frena in questo percorso e che tentativi deve fare per cercare di ottenere di più. In alcuni casi potrebbe non seguire il regime alimentare adatto a lei; in altri casi potrebbe aver scelto di dedicarsi ad uno sport non ottimale per le sue esigenze; altre volte potrebbe aver individuato il tipo di attività fisica perfetta per lei, ma dovrebbe farla più spesso; altre volte ancora dovrebbe capire che sta facendo tutto nel migliore dei modi ma deve “solo” darsi più tempo di quello che aveva previsto. E così via, all’interno di un ventaglio di possibilità che può essere anche molto ampio, che è fatto in parte anche di tentativi e di errori e che a volte può anche richiedere il supporto di un professionista.

La frustrazione, quindi, può essere usata a proprio vantaggio per superare gli ostacoli che l’hanno prodotta. Ovviamente questo processo non sempre è semplice e, anzi, nella maggior parte dei casi è faticoso e non immediato, ma se si tratta di qualcosa che per la persona è molto importante sicuramente ne vale la pena. D’altra parte, poi, l’alternativa qual è? Ci sono persone che in queste situazioni assumono una posizione vittimistica e lamentosa che, anche se a volte può donare un momentaneo sollievo, se perpetrata nel tempo certamente non è risolutiva. Infatti, lamentarsi troppo fa male.

Dott.ssa Erica Tinelli

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

LA RABBIA: A CHE SERVE E COME SI PUO’ GESTIRE?

LAMENTARSI TROPPO FA MALE

IL CICLO DELLA VIOLENZA NELLE RELAZIONI DI COPPIA

Purtroppo la violenza domestica è un fenomeno abbastanza diffuso e che, a volte, arriva anche al gesto estremo dell’omicidio.

La violenza nelle relazioni di coppia può manifestarsi con modalità differenti che variano da caso a caso, ma tendenzialmente ci sono degli aspetti che tendono a presentarsi quasi sempre e che hanno a che fare con il come la violenza si sviluppa e si riproduce. Questi aspetti sono ben descritti dal modello del ciclo della violenza proposto dalla psicologa Lenore Walker.

La fase della crescita della tensione

La violenza nelle relazioni di coppia, in genere, non è improvvisa, ma si sviluppa progressivamente.

La prima fase del modello, la fase di crescita della tensione, è caratterizzata da un aumento del nervosismo, dell’agitazione dell’uomo. La donna risponde a questa situazione cercando di ridurre la tensione, ad esempio sottomettendosi all’uomo, cercando di soddisfare quanto più possibile i suoi bisogni e le sue esigenze, cercando di eliminare possibili fattori di stress.

La fase di esplosione della violenza

È la fase di violenza vera e propria che si può manifestare in tanti modi diversi e con intensità differenti. La violenza può essere fisica, psicologica, verbale, sessuale. Molto spesso non vi è un solo tipo di violenza, ma una combinazione tra più forme di violenza. Può anche succedere che siano presenti tutte.  

La fase di luna di miele

In questa fase cessano le violenze e l’uomo si mostra pentito per quello che ha fatto. Diventa attento, premuroso, dichiara spesso che non succederà più.

È proprio in questo momento che in genere la donna si illude che la situazione possa davvero cambiare e che tutto si possa risolvere, ma questa è un’illusione che si presta facilmente ad essere delusa.

La fase dello scarico della responsabilità

Si caratterizza per il fatto che l’uomo attribuisce la colpa dei suoi comportamenti violenti a fattori che non dipendono da lui, come lo stress, la mancanza di lavoro, le difficoltà economiche o il comportamento della donna che viene incolpata di colpe che non ha. Tutto questo, però, contribuisce a sviluppare nella donna quella che spesso si rivela essere un’ulteriore illusione, quella di poter cambiare il suo uomo e di poter interrompere la violenza cambiando il suo comportamento.

Il ciclo riparte

Le fasi descritte sono parte di un ciclo che tende a ripetersi più e più volte, spesso all’infinito. Dopo l’ultima fase, il processo inizia nuovamente a partire dalla crescita della tensione, all’esplosione della violenza e così via.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Walker L., (1979) The Battered Women. Harper and Row, New York.

I BENEFICI DELLA SCRITTURA

La scrittura può essere un alleato molto importante del nostro benessere. Infatti, in molti approcci terapeutici, come ad esempio la terapia breve strategica, è uno degli strumenti che viene utilizzato in determinate modalità per superare specifiche problematiche, come ad esempio l’elaborazione di un trauma o la gestione della rabbia.

Scrivere in relazione ad eventi spiacevoli e stressanti che abbiamo vissuto può consentire una migliore conoscenza e comprensione di noi stessi ed un’adeguata elaborazione di quanto ci accade. La letteratura sul tema ha dimostrato che la scrittura (molto spesso definita espressiva) può avere importanti benefici.

A livello fisico è stato dimostrato che, dopo aver seguito un preciso programma di scrittura, le persone mostravano un miglioramento generale delle funzioni del sistema immunitario e, nei mesi successivi, tendevano ad effettuare visite mediche in misura nettamente inferiore rispetto a coloro che non avevano fatto questa esperienza. Inoltre, già mentre scrivono le persone in genere manifestano segnali fisici che indicano una riduzione dello stress (riduzione della tensione muscolare, della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna).

A livello psicologico, la scrittura nel breve termine (fino ad una o due ore dopo aver scritto) può avere effetti apparentemente negativi, come ad esempio una profonda tristezza che può anche sfociare nel pianto. Si tratta di un passaggio che a volte è necessario per poter godere dei successivi effetti positivi che sono rappresentati da una diminuzione dei sintomi depressivi e ansiogeni e da una netta riduzione delle ruminazioni e dei pensieri intrusivi. Si manifesta, inoltre, un aumento della frequenza con la quale si sperimentano emozioni positive.

A livello comportamentale, è stato evidenziato che la scrittura può comportare un miglioramento della prestazione scolastica e lavorativa, probabilmente perché consente di liberarsi in parte da alcune preoccupazioni, di superare dei blocchi mentali e di migliorare, così, la capacità di concentrarsi su compiti complessi.

Inoltre, si è osservato che le persone che fanno l’esperienza della scrittura espressiva, successivamente migliorano anche la qualità della loro vita sociale (parlano di più con gli altri, sorridono ed esprimono più facilmente e più frequentemente emozioni positive).

Ma come bisogna scrivere?

Tutti i benefici descritti sono possibili a patto di seguire delle regole.

Innanzitutto, è necessario dedicare alla scrittura il giusto tempo, che può variare molto a seconda della persona e della situazione. In generale, nella maggior parte dei casi è necessario scrivere per più giorni, per un tempo di almeno 10 minuti per ogni volta. A volte non è neanche possibile definire a priori il tempo necessario, ma ci si organizza in base a quanto si percepisce di avere bisogno di scrivere, aspetto che può essere molto soggettivo.

Un’altra regola importante è quella di non preoccuparsi in alcun modo della forma di quanto si sta scrivendo: è necessario descrivere la situazione, i propri pensieri ed i propri sentimenti senza prestare attenzione alla grammatica, all’ortografia, allo stile.

Infine, è fondamentale esprimersi liberamente, nel modo più aperto e più onesto possibile perché solo in questo modo è possibile elaborare gradualmente quanto viene descritto ed assumere una posizione di distacco dal’evento spiacevole. Se avete paura che qualcuno possa leggere quello che scrivete, distruggetelo subito dopo averlo scritto.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Pennebaker J. W. E Evans J. F. (2014). Expressive Writing: Words That Heal. Idyll Arbor.

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Leggi la cookie policy.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi