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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL MONDO DELLE RELAZIONI VIRTUALI

Sempre più spesso le persone si scrivono, si parlano e si vedono attraverso il computer e lo smartphone.

Indubbiamente questi strumenti possono rendere più semplice e più veloce la comunicazione. Inoltre, facilitano anche il contatto con persone che difficilmente si sarebbero conosciute in altri modi, ad esempio perchè distanti geograficamente oppure perchè hanno caratteristiche molto diverse e frequentano ambienti diversi. Con internet, invece, da un “mi piace” messo ad una foto o ad un post, si possono iniziare a scambiare dei messaggi e può nascere una conoscenza, a volte con l’obiettivo di arrivare a frequentarsi nella vita reale.

Non è raro, però, che queste conoscenze virtuali rimangano tali per sempre o per lungo tempo. Ci sono persone che chattano per mesi e mesi senza mai vedersi. Alcuni diventano anche molto amici oppure si fidanzano avendo avuto soltanto contatti mediati dalla tecnologia. In alcuni casi questo coinvolgimento nel mondo virtuale può portare anche ad un isolamento progressivo dalla realtà. Questo accade frequentemente a coloro che hanno delle difficoltà relazionali. Ad esempio ci sono alcune persone che anche nella vita reale provano a fare amicizie o comunque a rapportarsi agli altri a vario titolo, ma falliscono sempre perché non sanno come fare, non possiedono le giuste abilità. Ci sono anche persone che, invece, rinunciano a prescindere perché, anche in virtù di esperienze passate, hanno sviluppato il timore o la convinzione che saranno rifiutati dagli altri e, quindi, preferiscono non rischiare.

In entrambi i casi il mondo virtuale può essere percepito come un ambiente più sicuro, nel quale i rapporti che si instaurano con gli altri possono fare meno male. Essere derisi, ignorati, allontanati, lasciati da persone che si conoscono solo virtualmente è meno doloroso rispetto al vivere queste esperienze nella vita reale perché c’è un coinvolgimento emotivo minore. Il rovescio della medaglia è che un minor coinvolgimento non implica solo un rischio minore, ma anche un piacere estremamente più circoscritto e questo rappresenta un grande limite.

I contatti virtuali sono sempre parziali rispetto a quelli faccia a faccia. Questo è anche uno dei motivi per i quali quando poi si arriva a frequentare qualcuno conosciuto online, può capitare che appaia diverso rispetto a come sembrava in chat o per telefono. Non significa necessariamente che ha mentito o che ha cercato di ingannare l’altro perché una conoscenza virtuale per certi aspetti è sempre limitata. Vivere la quotidianità virtuale non è come vivere la quotidianità frequentando una persona realmente perché diventa complesso cogliere e valutare più sfumature della sua personalità e del suo comportamento. Questo fattore contribuisce a creare un’immagine dell’altro eccessivamente idealizzata e poco realistica che rispecchia i propri desideri.

Quando si verifica un ritiro -ma forse sarebbe più corretto chiamarla fuga- nel virtuale si corre incontro anche ad un altro problema, cioè il fatto che si indeboliscono sempre di più le abilità di comunicazione e di relazione tipiche dei rapporti faccia a faccia, con il risultato che il mondo reale potrà essere visto come sempre più complesso e pericoloso e verrà evitato sempre di più. Interagire con gli altri esclusivamente o prevalentemente a livello virtuale all’inizio potrà sembrare una salvezza, ma con il tempo potrebbe trasformarsi in una sorta di scelta obbligata, una gabbia dalla quale non si sa come uscire perché non si è più in grado di affrontare l’altro mondo.

Non dobbiamo certo demonizzare la tecnologia, il mondo virtuale non è cattivo e negativo, ma non bisogna arrivare al punto di trasformarlo in un sostituto della realtà. Il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e questo dipende da noi.        

Dott.ssa Erica Tinelli

I VARI TIPI DI BULIMIA

Che cos’è la bulimia?

La bulimia è un disturbo alimentare che si caratterizza per la presenza di abbuffate, ossia di episodi nei quali la persona mangia una grande quantità di cibo, molto di più di quanto vorrebbe e di quanto dovrebbe in base alle proprie esigenze nutrizionali. L’abbuffata, quindi, non è determinata dalla fame, ma è un impulso incontrollabile alla consumazione alimentare. Durante le abbuffate, infatti, la persona percepisce di non riuscire in alcun modo a controllare quello che sta facendo e successivamente si sente in colpa.

I vari tipi di bulimia

All’interno del quadro clinico della bulimia è possibile trovare delle situazioni che presentano caratteristiche molto diverse tra loro. Secondo le ricerche condotte dallo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori è possibile individuare tre diverse categorie di bulimia: la bulimia boteriana, la bulimia da effetto «carciofo» e la bulimia jo jo.

La bulimia boteriana riguarda persone che hanno lottato per anni e anni per ottenere una buona forma fisica, fino a che, dopo numerosi fallimenti, si sono arrese all’estenuante lotta con il cibo e hanno ceduto totalmente al piacere di mangiare. Arrivano, quindi, a percepire la loro condizione come inevitabile, ma si adattano ad essa e la accettano.

La bulimia da effetto «carciofo», invece, si manifesta quando sono presenti anche problematiche emotivo-relazionali ed il disturbo alimentare rappresenta qualcosa verso il quale la persona orienta tutte le sue energie per evitare di affrontare tematiche che percepisce come ben più complesse. Ad esempio, la scarsa desiderabilità estetica può proteggere la persona dal doversi confrontare con la possibilità di vivere relazioni che percepisce come impure o travolgenti e, quindi, incontrollabili. 

Infine, la bulimia jo jo è la forma più frequente e si presenta quando la vita della persona è scandita tra periodi nei quali riesce a controllare il proprio rapporto con il cibo e periodi nei quali, invece, perde il controllo e si lascia andare ad un’alimentazione del tutto sregolata. Anche l’umore della persona e la valutazione che dà a se stessa sono altalenanti perchè passa da fasi di serenità e di fiducia in sé quando riesce a seguire la dieta a fasi nelle quali l’autostima crolla e regnano i sensi di colpa per aver ceduto alle tentazioni.

La terapia breve strategica nel trattamento della bulimia

La terapia breve strategica ha un tasso di efficacia dell’88% nel trattamento della bulimia. L’obiettivo terapeutico è quello di aiutare la persona a sviluppare un rapporto equilibrato e piacevole con il cibo, facendole sperimentare che mangiare di gusto ed essere in forma non sono affatto obiettivi inconciliabili se si usano determinate strategie.

Quando sono presenti anche delle problematiche emotivo-relazionali, inoltre, è necessario intervenire anche su questi aspetti aiutando la persona a gestire in maniera funzionale l’emotività e i rapporti con gli altri.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2003), Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo. Guarire rapidamente dalle patologie alimentari, Ponte alle Grazie, Milano. 

Nardone G., Valteroni E. (a cura di) (2014), Dieta o non dieta, Per un nuovo equilibrio tra cibo, piacere e salute Ponte alle Grazie, Milano. 

LA GESTIONE DEL LUTTO

Cos’è il lutto?

Il lutto è uno stato di forte malessere che si manifesta quando si perdono persone importanti. Gli stati d’animo tipici del lutto sono la tristezza, la disperazione, la confusione, la rabbia, l’incredulità, la nostalgia. In alcuni casi possono essere presenti anche sensi di colpa, ad esempio per la percezione di non aver fatto tutto il necessario o per essere stati assenti.

Il lutto non riguarda esclusivamente la morte, ma una gamma di situazioni più ampie che hanno a che fare con la perdita, con il venir meno di figure di riferimento importanti. Può rappresentare un lutto, ad esempio, anche la fine di un’importante amicizia o di una storia d’amore.

Come gestire il lutto?

È importante avere ben chiaro che quando si è colpiti da un lutto è perfettamente normale provare una profonda sofferenza che compromette il benessere e che interferisce notevolmente con la quotidianità, anche in riferimento allo svolgimento di attività di base.

Uno degli errori che viene commesso più spesso è quello di non accettare questa condizione. La sofferenza che si prova in queste situazioni deve essere accolta, vissuta appieno, elaborata. È necessario lasciare spazio al dolore e abbandonarsi ad esso perché questo rappresenta l’unico modo per superarlo e poter arrivare a riorganizzare la propria vita in funzione della perdita subita.

Quando è opportuno chiedere l’aiuto di un professionista?

Quando la gestione del lutto diventa problematica, quando si sente il bisogno di un adeguato supporto psicologico o quando si vuole avere un confronto in merito agli errori da evitare o alle strategie più adeguate da utilizzare.

Il lutto è considerato problematico quando lo stato di forte malessere si protrae troppo a lungo, ostacolando la riorganizzazione dei propri progetti ed il ritorno allo stile di vita usuale. Ovviamente anche quando vi è stata un’adeguata elaborazione del lutto i sentimenti di tristezza e di nostalgia potranno essere sempre presenti, ma in modo occasionale e non così intenso da bloccare il presente e la prosecuzione serena della vita.

In molti casi l’adeguata elaborazione del lutto avviene in maniera spontanea, ma anche in tali circostanze se lo si ritiene opportuno è possibile rivolgersi ad un professionista per accelerare questo processo e per evitare di mettere in atto, involontariamente, dei comportamenti che potrebbero rivelarsi inefficaci o addirittura dannosi. Ad esempio, capita a volte che alcune persone si rivolgano ad uno psicologo per avere indicazioni in merito a come comportarsi per aiutare i bambini nell’elaborazione del lutto.

Dott.ssa Erica Tinelli

ECCO PERCHE’ NON DEVI DIRE A TUO FIGLIO “DEVE PIACERTI”

“Ho spiegato a mia figlia che deve amare lo studio perché le permette di capire il mondo, di risolvere i problemi, di essere autonoma”

“I miei figli devono andare a trovare i nonni con piacere perché li hanno sempre coccolati e perché con loro stanno bene”

“Gli/Le devono piacere le verdure”

“Deve aver voglia di fare quello sport. È così piacevole ed utile”

Sono soltanto alcuni esempi di frasi pronunciate o di pensieri fatti dai genitori in riferimento ai propri figli. Al di là dello specifico ambito di riferimento (il rapporto con lo studio, con i nonni, con l’alimentazione, con lo sport), tutte queste espressioni hanno in comune il comunicare qualcosa che riguarda un aspetto essenziale, ossia il rapporto che la persona ha con il piacere.

Il piacere

È un’emozione primaria di fondamentale importanza e, pertanto, deve essere adeguatamente riconosciuta e gestita.

Senza il piacere la nostra vita sarebbe noiosa, piatta, frustrante, fatta solo di doveri. Probabilmente sarebbe indegna di essere vissuta. Per questo è auspicabile che ognuno di noi sia capace di sperimentare e gestire il piacere in vari ambiti, ma tutto questo deve essere fatto in modo efficace. Il piacere, infatti, è una sensazione che si sviluppa spontaneamente e non per autoimposizione o in virtù di un’imposizione imposta da altri.

Perché è dannoso dire a tuo figlio “deve piacerti”?

Ogni volta che si pronuncia questa frase o frasi similari ci si comporta in modo tale da voler indurre il proprio figlio a sperimentare volontariamente una sensazione che, invece, non può che essere spontanea. Si tratta di un paradosso irrisolvibile e che rischia anche di creare disagio e malessere. Se un bambino o un ragazzo si sente dire che deve amare determinate cose può considerare quella prospettata dal genitore come una cosa normale e giusta. Se non riesce, ad esempio, a studiare con piacere potrebbe sentirsi anormale, frustrato, in colpa e tutto questo può avere conseguenze potenzialmente negative sul benessere individuale e sul rapporto con il genitore.

Un bambino o un ragazzo può accettare di studiare, di fare sport, di andare dai nonni -e così via- anche se non ne ha voglia; è solo necessario proporre tutto questo con le dovute modalità, con la giusta comunicazione, con adeguate strategie. È su questo che bisognerebbe puntare quando si vuole aiutare il proprio figlio a fare ciò che si ritiene giusto per lui.

È necessario evitare, invece, di intervenire direttamente sulle sensazioni spontanee: queste non possono essere controllate e più si cerca di controllarle, più si rischia di inibirle ancora di più.

Dott.ssa Erica Tinelli

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L’INTROSPEZIONE FUNZIONA?

Cos’è l’introspezione?

Introspezione vuol dire “guardare dentro”. Con questo termine, infatti, si indica un insieme di riflessioni che le persone fanno per cercare di conoscere e comprendere i propri pensieri, sentimenti e motivazioni. Chi utilizza l’introspezione riflette sui propri comportamenti, sui propri atteggiamenti, sulle reazioni avute nelle varie circostanze, sul perché hanno fatto determinate scelte piuttosto che altre, sulle sensazioni che provano nello svolgimento delle varie attività o in presenza di determinate persone.

L’introspezione è uno strumento che viene considerato importante per conoscere se stessi e, quindi, per orientare al meglio i propri comportamenti, le proprie scelte, i propri progetti e per risolvere eventuali problemi.

L’introspezione funziona davvero?

Non è semplice conoscere se stessi e, soprattutto, è bene considerare che molto spesso i comportamenti, i sentimenti e le motivazioni non derivano da valutazioni razionali o da aspetti dei quali si è perfettamente consapevoli. La percezione ed il comportamento dell’uomo, infatti, spesso si basano anche su contraddizioni, paradossi, ambiguità, maggiore salienza di alcuni elementi piuttosto che altri.

Numerose ricerche hanno dimostrato che molto spesso l’introspezione è un metodo di conoscenza di sé inefficace. In uno studio condotto nel 1982 da Wilson, Laser e Stone, ad esempio, veniva chiesto agli studenti di tenere per 5 settimane un diario dei loro stati d’animo e di altre variabili, come le condizioni atmosferiche e le ore di sonno. Quando chiesero agli studenti che cosa, dal loro punto di vista, aveva influenzato il loro umore, questi riportarono che esso dipendeva anche dal tempo e dalla quantità di sonno. Analizzando questi dati con rigorose procedure statistiche, però, non emerse alcun tipo di associazione tra le variabili considerate. I partecipanti, quindi, avevano fatto delle inferenze delle quali erano convinti ma che, in realtà, si rivelarono del tutto infondate.

Attraverso un’altra ricerca condotta nel 1977 da Nisbett e Wilson, invece, venne dimostrato che, spesso, le preferenze delle persone in merito a determinati capi di abbigliamento erano determinate anche da variabili apparentemente banali che nessuno avrebbe preso in considerazione, come ad esempio la posizione nella quale si trovavano i vestiti –a destra invece che a sinistra, ecc-.

Questo non significa, però, che l’introspezione non possa comunque fornire utili spunti di riflessione e rivelarsi utile in alcune circostanze.

Il problema è il metodo in sé o la persona?

Le ricerche descritte precedentemente, in realtà, evidenziano che l’introspezione è sicuramente complessa, ma non dimostrano completamente la sua inefficacia. I risultati riscontrati, infatti, potrebbero essere dovuti al fatto che i partecipanti ai vari studi non possedevano adeguate competenze per poter lavorare su un aspetto così complicato come la conoscenza di sé.

Probabilmente l’introspezione è molto più efficace quando viene fatta da professionisti esperti in quest’ambito o quando viene fatta da persone che comunque vengono guidate da un professionista a porsi le giuste domande, a riflettere su vari aspetti, a guardare le cose da prospettive diverse, ad utilizzare specifiche tecniche.

Dott.ssa Erica Tinelli

 Bibliografia

Mannetti L. (2002). Psicologia sociale. Carocci, Roma.

LE ABBUFFATE ALIMENTARI

Al giorno d’oggi sono numerose le persone che, con frequenze e modalità diverse, sono vittime di un problema che non riescono a gestire: le abbuffate alimentari.

Cosa si intende per abbuffate alimentari?

Quando le persone si abbuffano mangiano molto di più di quello che dovrebbero e che vorrebbero, ma in quei momenti non riescono proprio a controllarsi e non sanno fare diversamente. Dopo aver mangiato tanto, poi, spesso si sentono in colpa, a volte si mettono un po’ a dieta e fanno esercizio fisico nel tentativo di riparare agli eccessi e solitamente si ripromettono di non ripetere più quell’esperienza, cosa che però in genere non riescono a fare perché le abbuffate si basano su impulsi irrefrenabili che difficilmente possono essere controllati attraverso la propria volontà.

Abbuffate alimentari e alimentazione generale

Per poter superare il problema delle abbuffate alimentari è necessario lavorare sul modo in cui la persona percepisce ed utilizza l’alimentazione in generale per aiutarla a stabilire un rapporto equilibrato con il cibo, che può essere considerato non soltanto uno strumento di sussistenza, ma anche un piacere.

A volte le abbuffate si manifestano quando le persone seguono un regime alimentare che, per quelle che sono le proprie esigenze ed i propri gusti, risulta essere troppo restrittivo o comunque privo di alcuni alimenti che per la persona potrebbero essere irrinunciabili. Il fatto di vietarsi degli alimenti che piacciono e non concederseli mai oppure troppo raramente conduce spesso all’abbuffata, così come il fatto di mangiare troppo poco, magari per il desiderio di recuperare il più in fretta possibile una forma fisica migliore. La maggior parte delle persone, infatti, non riesce a seguire in modo stabile un’alimentazione che considera poco piacevole e dopo averla rispettata per un periodo di tempo che può essere più o meno lungo, tende a ricercare i cibi che considera piacevoli, con i quali si può anche abbuffare. In queste situazioni diventa importante intervenire sulle credenze che le persone hanno in merito al cibo e alla giusta alimentazione e valutare la possibilità di far sperimentare un tipo di alimentazione almeno in parte diversa, più piacevole, ma comunque sempre salutare ed equilibrata. 

Abbuffate come forma di consolazione

Per altre persone, poi, le abbuffate sono connesse anche ad altre problematiche, come ad esempio il cercare di soffocare attraverso il cibo determinate sofferenze psicologiche che possono essere dovute, ad esempio, ad eventi specifici (come un abbandono, una situazione lavorativa difficile, un conflitto con un familiare) oppure a malesseri più ampi e generali (come la depressione, un vissuto di angoscia, la percezione di inutilità e di vuoto esistenziale). Sono molte, infatti, le persone che cercano di utilizzare il cibo come strumento per sfogare lo stress o per sedare la tristezza, l’ansia, la rabbia, la noia. Abbuffarsi può essere considerato, anche inconsapevolmente, un modo semplice e veloce per cercare sollievo ai propri malesseri. Raramente, però, è anche un metodo completamente risolutivo e salutare. In queste situazioni diventa importante analizzare il problema più ampio per aiutare la persona ad individuare le giuste strategie per gestire in modo funzionale le emozioni dalle quali a volte si sente travolta e per affrontare adeguatamente le difficoltà ed i problemi che incontra.

Dott.ssa Erica Tinelli

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