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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

TORNARE A LAVORO DOPO LA QUARANTENA

In questi giorni molti italiani hanno ripreso ad andare a lavoro e gradualmente tutti torneranno alla propria attività lavorativa.

Molte persone stanno vivendo questo rientro con tranquillità, ma molte altre stanno sperimentando numerose difficoltà che si manifestano, ad esempio, con il desiderio di rimanere a casa o di tornarci prima possibile, con l’enorme fatica al momento del risveglio, con la mancanza di motivazione ad andare a fare qualcosa che fino a poco fa facevano normalmente.

Perché è difficile tornare a lavoro dopo la quarantena?

Spesso si tratta di una questione di abitudine. Tanti hanno fatto fatica ad adattarsi ai cambiamenti legati alla quarantena, ma dopo un po’ di tempo questa situazione non soltanto è diventata la nuova “normalità”, ma per alcuni ha rappresentato anche una condizione di vita più comoda. Molte persone si sono abituate ad avere dei ritmi di vita differenti, spesso più rilassati, ad abbandonare alcune attività, a svolgere in altro modo il proprio lavoro. Pensiamo, ad esempio, a chi andava in ufficio tutti i giorni e si è ritrovato a lavorare da casa, spesso facendo cose almeno in parte diverse, con più margini di autonomia sull’organizzazione del lavoro, con la possibilità di lavorare in tuta o in pigiama. Oggi o nei prossimi mesi queste persone dovranno abituarsi ad una situazione ancora diversa. I cambiamenti all’inizio fanno paura, creano ansia e stress, ma la nostra vita è costellata di cambiamenti continui e forse proprio per questo siamo abituati ad affrontarli, a gestirli, ad adattarci ad essi.

In altri casi tornare a lavoro è difficile anche a causa della paura del contagio che porta alcune persone a sentirsi più al sicuro a casa. Si tratta di un timore perfettamente legittimo perché legato ad un pericolo reale. Inoltre, il rispetto delle norme di sicurezza impone anche di fare delle cose che possono risultare scomode –come indossare mascherine e guanti, viaggiare solo in determinate modalità- e che, quindi, possono creare ulteriori difficoltà.

Quando le difficoltà nel tornare a lavoro diventano preoccupanti?

Le difficoltà che si sperimentano nel tornare a lavoro sono perfettamente legittime e, quindi, nella maggioranza dei casi andrebbero “semplicemente” accettate.

Abituarsi a tornare a lavoro, con tutti gli adattamenti del caso, in genere richiede solo un po’ di tempo e di gradualità.

La paura del coronavirus, invece, oltre ad essere perfettamente normale è anche estremamente utile perché orienta le persone a rispettare le regole, diminuendo notevolmente la probabilità del contagio.

Le difficoltà a tornare a lavoro, quindi, possono considerarsi problematiche solo se superano una certa soglia e si trasformano in dei veri e propri blocchi che ostacolano nettamente il graduale ritorno alla normalità. Ad esempio, c’è un problema da affrontare e risolvere se le difficoltà sono talmente tante che sfociano in attacchi di ansia, crisi di pianto, disturbi del sonno o del comportamento alimentare, incapacità ad agire, confusione. Se ti trovi in una di queste condizioni o in condizioni simili che ti provocano sofferenza ti consiglio di rivolgerti ad un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA CONNESSIONE TRA MENTE E CORPO

Mente e corpo non sono due realtà completamente distinte, ma fortemente interconnesse.

Le nostre esperienze emozionali possono avere un impatto molto forte sulla nostra salute fisica. Al tempo stesso, anche fattori prettamente biologici possono influenzare il nostro benessere psicologico.

Esistono tantissimi esempi che mettono in evidenza questa interdipendenza.

Il nanismo psicosociale è un disturbo molto raro ma molto grave che si caratterizza per un forte rallentamento della crescita fisica nei bambini che sono stati sottoposti a forme estreme di deprivazione emozionale, come nei casi di abusi o di assenza di una figura di riferimento che possa rappresentare un sostegno in situazioni di disagio e di malessere.

Un esempio di come i fattori biologici possono influenzare il benessere psicologico, invece, può essere rappresentato dalla depressione post-partum, una forma di malessere abbastanza diffusa che si manifesta nelle fasi successive al parto e che può essere determinato in parte dai cambiamenti ormonali.

Ci sono tanti altri fenomeni che testimoniano il legame indissolubile tra mente e corpo.

Tra questi troviamo una problematica che può riguardare chiunque: lo stress. Numerose ricerche hanno dimostrato che nei periodi di forte stress psicologico siamo più vulnerabili alle infezioni virali o batteriche. Le persone più stressate in generale hanno una maggiore probabilità di ammalarsi ed è probabile anche che contraggano un’infezione più grave rispetto alle persone non stressate. Questo legame, inoltre, è particolarmente forte quando le persone stanno affrontando esperienze stressanti prolungate nel tempo (come può avvenire in caso di disoccupazione o di problemi familiari di lunga durata), piuttosto che quando stanno affrontando uno stressor acuto ma breve, presente da meno di un mese. Ovviamente, però, lo stress da solo non è in grado di far insorgere un’infezione in assenza dell’esposizione ad un agente infettivo. Lo stress, inoltre, può contribuire anche al manifestarsi di problematiche relative all’ipertensione, alle malattie delle coronarie, all’emicrania.

Anche il burnout (un particolare tipo di stress lavorativo che è connesso principalmente al contatto con altre persone) spesso comporta anche delle manifestazioni di tipo fisico, come mal di testa, mancanza di energie, dolori muscolari, influenza.

Un’altra variabile psicologica in grado di influenzare la nostra salute fisica è lo stile di attribuzione in termini di pessimismo o di ottimismo, che riguarda il modo in cui le persone spiegano gli eventi di vita positivi e negativi. Lo stile pessimistico è la tendenza a considerare gli eventi negativi stabili (ci saranno sempre), globali (presenti in ogni ambito) e interni (dovuti alle proprie caratteristiche). Ad esempio, una persona pessimista che perde le chiavi potrebbe pensare che perde sempre le cose (attribuzione stabile), che non riesce a gestire niente (attribuzione globale), che è irresponsabile (attribuzione interna). Al contrario, una persona ottimista nella stessa situazione potrebbe pensare che le capita raramente di perdere le chiavi, che riesce a gestire tutte le altre cose e che probabilmente è stata molto stressata dall’aumento di lavoro dell’ultima settimana. Le persone con uno stile di attribuzione pessimistico hanno minori difese immunitarie e, di conseguenza, hanno condizioni di salute più precarie. Ovviamente un’attitudine ottimistica, da sola, non basta a mantenere le persone in buona salute, ma esercita comunque un’influenza notevole, anche perché contribuisce ad attuare dei comportamenti che, a loro volta, influenzano la salute, come ad esempio fare esercizio fisico. Le persone ottimiste, infatti, in genere ritengono che avere uno stile di vita salutare contribuirà al loro benessere e tendono, quindi, ad impegnarsi in questa direzione.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Hansell J., Damour L. (2007). Psicologia clinica. Zanichelli, Bologna.

Seligman M. E. P. (2013). Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero. Giunti, Firenze.

RISCOPRIRE IL VALORE DEI REGALI

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I regali sono un elemento caratteristico del Natale, soprattutto per i bambini e per gli adolescenti, ma non solo.

Sono gli ultimi giorni prima del Natale e molte persone hanno già fatto tutti i regali che dovevano fare. Molte altre, invece, devono ancora finire o iniziare e sono all’affannata ricerca dei doni per familiari e amici.

In questo clima mi vengono in mente delle riflessioni che riguardano il riscoprire il valore dei regali, non soltanto quelli di Natale.

Fare regali per piacere o per dovere?

Prima di tutto probabilmente il fare regali avrebbe più senso e sarebbe più piacevole se questi venissero fatti per piacere e non sulla base di un senso di obbligo. Un regalo veramente di valore non può essere legato al pensiero che dal momento che è Natale -o qualsiasi altra festa-, allora “è necessario/bisogna/si devono fare regali” sulla base di quelle che spesso sono considerate le norme della civiltà e della buona educazione.

Il senso del dovere, per altro, può portare anche al fare dei regali che non piacciono a chi li riceve. Pensate, ad esempio, ai regali ricevuti da persone che si vedono poche volte l’anno e con le quali non si hanno grandi rapporti di conoscenza e di affetto. E’ difficile per loro riuscire a fare un regalo che piace perché è difficile sapere cosa può piacere ad una persona che di fatto non si conosce o si conosce poco.

Quali sono i regali più importanti?

Un’altra riflessione importante riguarda il fatto che anche quando i regali vengono fatti perché c’è la voglia di farli, spesso si dovrebbe tenere in considerazione il fatto che i regali più importanti che si possono fare alle persone care non sono quelli che comunemente vengono fatti, come ad esempio i gioielli, i vestiti, gli smartphone o qualsiasi altro tipo di oggetto materiale, ma il proprio tempo, il proprio sostegno, l’attenzione e l’interesse per l’altro e per tutto ciò che lo riguarda.

Molte persone vivono una vita sempre più stressante e nella frenesia delle cose da fare si dimenticano di dimostrare ai familiari e agli amici che tengono davvero a loro. Insomma, è un po’ inutile fare il regalo più bello del mondo se poi non si trova il tempo per chiedere all’altro come sta, cosa sta facendo, se ha bisogno di aiuto, se vuole organizzare qualcosa da fare insieme.

Il valore del regalo dipende anche dall’attesa

Bisogna anche ricordarsi, poi, che il piacere di ricevere un regalo spesso è legato anche all’attesa. Molti di noi sono abituati ad avere subito tutto quello che desiderano -o quasi- a livello materiale. Molti genitori, nonni e zii, ad esempio, cercano di dare ai propri figli e nipoti tutto ciò che questi chiedono e che possono dargli, ma questa non sempre è la strategia migliore per fare regali che sembreranno davvero importanti e che verranno apprezzati davvero.

Vi è mai capitato di volere qualcosa e di non poterla avere subito o di decidere volontariamente di non acquistarla immediatamente, ma di aspettare? L’attesa di qualcosa che si desidera può amplificare il piacere ed il valore attribuito a quella cosa, soprattutto quando si è abituati ad avere tanto, anche il superfluo, e a darlo per scontato.

Avere tutto e subito può portare a non apprezzare niente.

Dott.ssa Erica Tinelli

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NON SOLO AMORE E SERENITA’…IL NATALE PUO’ ANCHE ESSERE STRESSANTE

IL RIENTRO DALLE VACANZE

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Le vacanze estive rappresentano per molte persone un momento di stacco dalla routine quotidiana per dedicarsi maggiormente al relax e/o al divertimento. Di solito in vacanza anche quando qualcosa va storto o non corrisponde perfettamente alle proprie aspettative, si sta comunque bene. Il problema è il rientro che a volte può essere davvero stressante e difficile da gestire. Ecco tre consigli per affrontarlo al meglio.

Ricordati che le vacanze sono solo vacanze

Le vacanze andrebbero prese per ciò che sono, ossia dei giorni nei quali ci si riposa, si cerca di recuperare delle energie, ci si gode la bellezza di certi paesaggi o di certe città, si sta maggiormente in compagnia di familiari o amici, si fanno delle cose diverse che in genere durante l’anno non si fanno oppure si fanno di meno.

Ci sono delle persone, invece, che vedono nella vacanza un qualcosa di apparentemente miracoloso in grado di far dissolvere magicamente tutte le difficoltà ed i problemi che, però, di solito difficilmente si risolvono da soli. Se hai un problema al lavoro o con il partner oppure un problema più personale -ad esempio di ansia, di depressione o delle difficoltà ad affrontare certe situazioni- quello sarà ancora presente nel momento del rientro dalle vacanze. Le vacanze, al massimo, potranno rappresentare una distrazione momentanea, ma se c’è una difficoltà o un problema strutturato nella maggior parte dei casi se si vuole risolverlo è necessario affrontarlo direttamente e non aspettare che passi da solo.

Gestisci il rientro dalle vacanze con gradualità

Quando si torna dalle vacanze un errore che si potrebbe commettere è quello di farsi risucchiare immediatamente e completamente dagli impegni domestici, familiari e lavorativi. Ecco allora che se si rientra da un periodo -anche di pochissimi giorni- nel quale non si faceva praticamente niente di impegnativo e subito si comincia a mettere la sveglia presto, a sistemare tutta casa e a lavorare a pieno ritmo lo stress e la frustrazione molto probabilmente saranno inevitabili.

È preferibile, invece, riprendere le varie attività con maggiore gradualità, assecondando i propri ritmi di adattamento, che possono essere anche molto soggettivi e variabili da persona a persona.

Rientrare dalle vacanze non significa dire addio al riposo e al divertimento

Un ultimo aspetto sul quale consiglio di riflettere riguarda il fatto che il riposo ed il divertimento non andrebbero ricercati soltanto quando si è in vacanza, ma dovrebbero rappresentare delle dimensioni costantemente presenti nella vita quotidiana di ogni persona. Certo, durante le vacanze estive questi aspetti possono essere maggiormente ricercati ed amplificati, ma andrebbero coltivati sempre in modo tale da riuscire a creare il giusto equilibrio tra doveri e piaceri e renderlo un vero e proprio stile di vita. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo LA COLTIVAZIONE DEL PIACERE

Dott.ssa Erica Tinelli

 

IL DILEMMA NATURA O CULTURA: SI NASCE O SI DIVENTA?

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Le nostre caratteristiche psicologiche dipendono dal nostro corredo biologico oppure dalle esperienze di vita? Il nostro carattere, il nostro modo di rapportarci agli altri, il comportamento più in generale, l’intelligenza, ecc… sono determinate principalmente dai geni e quindi dalla nostra natura oppure tutti questi elementi possono cambiare in base all’apprendimento che avviene nel corso della vita e che determina la nostra cultura?

Molti studiosi si sono fatti queste domande e hanno cercato di dare una risposta.

Il dilemma natura o cultura nel caso dell’aggressività

In passato era possibile distinguere studiosi considerati innatisti e studiosi considerati ambientalisti, a seconda del fatto che abbiano sottolineato l’origine biologica oppure quella culturale del comportamento umano.

Per quanto riguarda l’aggressività gli innatisti -come Lorenz e Eibl-Eibesfeldt-, a sostegno dell’idea dell’origine biologica di questo fenomeno, hanno evidenziato come esso sia presente sia nel modo animale che in quello umano perché ha un’importante valenza adattiva, legata alla protezione del territorio e della prole e alla definizione delle gerarchie.

Gli ambientalisti -come Bandura-, invece, hanno mostrato che l’aggressività, come molti altri comportamenti, si apprende per osservazione ed imitazione e non è, quindi, espressione di un istinto innato.

Oggi si è concordi nell’affermare che la tendenza a manifestare l’aggressività e, più in generale, il nostro modo di essere, dipende sia da aspetti biologici, sia da espetti culturali e sociali. Nasciamo in un certo modo, ma poi abbiamo la possibilità di migliorare, di crescere, di modificare le nostre inclinazioni.

Il dilemma natura o cultura nel caso dell’intelligenza

L’intelligenza è fondamentale per l’uomo perché consente di elaborare le informazioni, di apprendere, di risolvere i problemi, di adattarsi all’ambiente.

Spesso alcuni aspetti dell’intelligenza vengono misurati con specifici test che consentono di ottenere un indice numerico chiamato quoziente intellettivo: più è alto, maggiore è il livello di intelligenza della persona. Alcune ricerche hanno dimostrato che esiste un’associazione abbastanza forte tra il quoziente intellettivo delle madri ed il quoziente intellettivo dei rispettivi figli. Questo dato sembrerebbe far pensare che l’intelligenza è innata ed ereditaria, dal momento che genitori e figli hanno un patrimonio genetico molto simile.

Tuttavia, ci sono anche studi che hanno dimostrato che i bambini che vengono adottati hanno un quoziente intellettivo superiore a quello delle madri biologiche in quanto sono stati cresciuti in condizioni ambientali stimolanti e favorevoli allo sviluppo delle loro abilità cognitive.

Anche l’intelligenza, quindi, dipende sia dalla natura che dalla cultura.

L’interazione tra natura e cultura nella nostra vita

Indipendentemente da quello che biologicamente saremmo più portati a fare e ad essere, quindi, ci sono una serie di fattori ambientali e sociali che ci possono influenzare notevolmente e che possono produrre un grande cambiamento nella nostra personalità, nel nostro comportamento, nelle nostre abilità. Tra questi fattori troviamo l’educazione ricevuta dalla famiglia e dalla scuola, le relazioni sociali, le esperienze di vita nei più svariati contesti, le attività che svolgiamo da un punto di vista sportivo, lavorativo, di hobby ed interessi. Molte di queste cose possiamo sceglierle noi. Possiamo scegliere di quali persone circondarci, possiamo scegliere almeno alcune delle attività cui dedicarci, possiamo decidere di perseguire determinati obiettivi piuttosto che altri, possiamo decidere come impiegare il nostro tempo. Di conseguenza, abbiamo un grande potere nel decidere e nell’agire per diventare quello che vogliamo, a prescindere da ciò a cui potremmo sembrare destinati sulla base del nostro corredo biologico.

Possiamo anche avere una notevole predisposizione verso una determinata attività, ma se non la coltiviamo adeguatamente con l’esercizio costante, non raggiungeremo mai dei livelli di prestazione veramente eccellenti. Al contrario, se sembra che non siamo particolarmente portati per fare una certa cosa, preparandoci seriamente potremmo comunque avere successo. Certo, ad un prezzo un po’ più caro perché ci dovremmo allenare molto più duramente rispetto ad altre persone più portate, ma se quella cosa ci interessa veramente ne varrà la pena.

In conclusione, siamo sia natura che cultura. Nasciamo e diventiamo

Dott.ssa Erica Tinelli

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“NON SONO PORTATO PER FARE QUESTA COSA”

Bibliografia

Binazzi A., Tucci F. S. (2006). Scienze sociali. Palumbo Editore, Palermo.

Darley J. M., Glucksber S., Kinchla R. A. (2005). Fondamenti di psicologia. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’intelligenza”).

L’ENIGMATICO MONDO DEI SOGNI

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Il sogno ha un significato nascosto da decifrare?

Molte persone pensano che i sogni abbiano un significato nascosto che debba essere interpretato attraverso l’analisi dettagliata dei contenuti del sogno stesso e dei pensieri ad esso associati. Questa idea venne sostenuta anche dalle teorie di Freud, secondo il quale il sogno è la rappresentazione mascherata, camuffata, di un desiderio del quale non siamo perfettamente consapevoli e che ha a che fare prevalentemente con la sfera sessuale. In base a questa prospettiva, il sogno si presenta spesso in forme bizzarre e non immediatamente comprensibili perché riguarda desideri conflittuali non pienamente accettati dalla persona in virtù della propria moralità e/o delle norme esplicite o implicite della società.

Sicuramente questa ipotesi può sembrare estremamente interessante e affascinante, ma in realtà a livello scientifico non è mai stata convalidata in nessun modo. Anzi, le teorie che attualmente sono maggiormente diffuse e che si basano sullo studio delle caratteristiche biologiche del sogno sembrano evidenziare dei principi totalmente contrapposti a quelli sostenuti da Freud.

Il sogno come conseguenza dell’attivazione cerebrale

La teoria dell’attivazione-sintesi di Hobson ha dimostrato sperimentalmente che il sogno è una conseguenza dell’attivazione di determinate aree cerebrali. Secondo l’autore, tale attivazione produce delle immagini, alle quali il cervello cerca di dare un senso attraverso un processo di sintesi che porta alla creazione dei sogni.

L’energia che genera il sogno, diversamente da quanto sostenuto da Freud, è prodotta dal cervello e non da pulsioni o da stimoli che non si sono manifestati apertamente a causa di conflitti.

Inoltre, la potenza richiesta per generare il sogno è relativamente debole, mentre Freud credeva che fosse elevata. La teoria di Hobson, quindi, si focalizza molto sui meccanismi cerebrali che innescano il sonno ed il sogno. In quest’ottica i sogni risultano bizzarri ed enigmatici non perché manifestano dei contenuti che non possono essere espressi direttamente, ma in virtù dei meccanismi di funzionamento del cervello durante il sonno. Non c’è, quindi, nessun messaggio o significato nascosto da decifrare e da portare alla luce. “I sogni sono comprensibili almeno per quanto lo consentono le particolari condizioni di funzionamento del cervello durante il sonno.” (Hobson). Questa teoria, inoltre, afferma che la sintesi onirica può avere varie fonti alle quali attingere, tra le quali sicuramente è possibile trovare i desideri (espliciti e non camuffati) ed i conflitti, soprattutto nel caso di sogni ricorrenti. Tuttavia, esistono anche tante altre fonti ugualmente importanti, tra le quali conoscenze di vario tipo, opinioni della persona, esperienze, preoccupazioni o in generale qualsiasi tipo di input recente.

Ma perché sogniamo? A cosa serve il sogno?

A questa domanda non è stata ancora trovata una risposta definitiva.

Alcune teorie recenti hanno avanzato l’ipotesi che il sogno potrebbe svolgere un ruolo di facilitazione dell’apprendimento. Ad esempio, in alcuni studi è emerso che gli studenti universitari tendono a sognare di più quando stanno preparando degli esami. Al tempo stesso, però, è stato evidenziato anche che le persone che non sognano a causa di determinate lesioni cerebrali riescono comunque ad acquisire conoscenze e ad apprendere compiti anche molto complessi. L’effetto del sogno sull’apprendimento, quindi, se presente, sembra essere molto sottile.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

De Pascalis V., (2008), “La coscienza”, in N. R. Carlson, Heth C.D., Miller H., Donahoe J. W., Buskist W., Martin G. N., Psicologia. La scienza del comportamento. Piccin, Padova.

Hobson A.  (2006), “Il modello freudiano dei sogni non è plausibile”, in C. Meyer, Il libro nero della psicoanalisi. Fazi, Roma.

 

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