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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

ECCO PERCHE’ NON DEVI DIRE A TUO FIGLIO “DEVE PIACERTI”

“Ho spiegato a mia figlia che deve amare lo studio perché le permette di capire il mondo, di risolvere i problemi, di essere autonoma”

“I miei figli devono andare a trovare i nonni con piacere perché li hanno sempre coccolati e perché con loro stanno bene”

“Gli/Le devono piacere le verdure”

“Deve aver voglia di fare quello sport. È così piacevole ed utile”

Sono soltanto alcuni esempi di frasi pronunciate o di pensieri fatti dai genitori in riferimento ai propri figli. Al di là dello specifico ambito di riferimento (il rapporto con lo studio, con i nonni, con l’alimentazione, con lo sport), tutte queste espressioni hanno in comune il comunicare qualcosa che riguarda un aspetto essenziale, ossia il rapporto che la persona ha con il piacere.

Il piacere

È un’emozione primaria di fondamentale importanza e, pertanto, deve essere adeguatamente riconosciuta e gestita.

Senza il piacere la nostra vita sarebbe noiosa, piatta, frustrante, fatta solo di doveri. Probabilmente sarebbe indegna di essere vissuta. Per questo è auspicabile che ognuno di noi sia capace di sperimentare e gestire il piacere in vari ambiti, ma tutto questo deve essere fatto in modo efficace. Il piacere, infatti, è una sensazione che si sviluppa spontaneamente e non per autoimposizione o in virtù di un’imposizione imposta da altri.

Perché è dannoso dire a tuo figlio “deve piacerti”?

Ogni volta che si pronuncia questa frase o frasi similari ci si comporta in modo tale da voler indurre il proprio figlio a sperimentare volontariamente una sensazione che, invece, non può che essere spontanea. Si tratta di un paradosso irrisolvibile e che rischia anche di creare disagio e malessere. Se un bambino o un ragazzo si sente dire che deve amare determinate cose può considerare quella prospettata dal genitore come una cosa normale e giusta. Se non riesce, ad esempio, a studiare con piacere potrebbe sentirsi anormale, frustrato, in colpa e tutto questo può avere conseguenze potenzialmente negative sul benessere individuale e sul rapporto con il genitore.

Un bambino o un ragazzo può accettare di studiare, di fare sport, di andare dai nonni -e così via- anche se non ne ha voglia; è solo necessario proporre tutto questo con le dovute modalità, con la giusta comunicazione, con adeguate strategie. È su questo che bisognerebbe puntare quando si vuole aiutare il proprio figlio a fare ciò che si ritiene giusto per lui.

È necessario evitare, invece, di intervenire direttamente sulle sensazioni spontanee: queste non possono essere controllate e più si cerca di controllarle, più si rischia di inibirle ancora di più.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA PUNIZIONE FUNZIONA?

IL DIFFICILE MESTIERE DEL GENITORE

LA PUNIZIONE FUNZIONA?

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La punizione rappresenta un metodo educativo utilizzato da alcuni genitori in risposta ad alcuni comportamenti scorretti dei loro figli, per evitare che questi si ripresentino. Tra le punizioni più comunemente utilizzate possiamo trovare quelle che si basano sui divieti: divieto di guardare la televisione, di usare il computer, di giocare ai videogiochi, ecc…

Ma la punizione è efficace?

Può essere efficace, a patto che vengano rispettate determinate condizioni.

Innanzitutto, contrariamente a quello che comunemente si pensa, è preferibile che la punizione non sia eccessivamente severa. La minaccia di una punizione troppo severa, infatti, può aumentare l’attrazione dei bambini e dei ragazzi nei confronti dell’attività proibita, che può essere interrotta solo temporaneamente o che può essere svolta cercando di nasconderla agli adulti. Una punizione molto severa, inoltre, potrebbe essere percepita come la manifestazione di un atteggiamento eccessivamente aggressivo, che potrebbe anche essere assunto come modello di riferimento ed imitato per quanto possibile.

È molto importante, invece, che la punizione venga somministrata in modo rapido, cioè senza far passare troppo tempo dal momento in cui si manifesta il comportamento che si vuole correggere.

Questi principi sono stati utilizzati anche da Olweus all’interno del sistema scolastico norvegese, nel quale si è riusciti a ridurre del 50% i comportamenti aggressivi degli studenti insegnando ai docenti a vigilare sul fenomeno e ad intraprendere provvedimenti punitivi rapidi e ragionevoli.

È necessario anche essere coerenti e, quindi, punire ogni volta che si manifesta il comportamento scorretto. Può capitare, invece, che determinati comportamenti non vengano punti sempre perché in alcune circostanze i genitori decidano di lasciar correre, ad esempio perché stanchi o per non rovinare il clima di serenità. Tuttavia, questa incoerenza può generare confusione e può essere d’ostacolo alla corretta educazione. Ovviamente è importante che ci sia coerenza anche tra le modalità educative dei due genitori, in modo tale che siano d’accordo tra loro in relazione alle regole da proporre ed ai correttivi da usare.

Infine, è importante tenere in considerazione il fatto che un metodo alternativo alla punizione è il premiare i comportamenti contrapposti a quelli che si vogliono correggere. Ad esempio, piuttosto che punire il bambino quando fa i capricci, è molto più efficace premiarlo quando è tranquillo e sereno, anche attraverso semplici gesti come lodi verbali, sorrisi, carezze.

Dott.ssa Erica Tinelli

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I PERICOLI DELL’IPERPROTEZIONE

Bibliografia

Aronson E., Carlsmith J. M. (1963). Effect of the severity of threat on the devaluation of forbidden behavior. The Journal Of Abnormal And Social Psychology, 66(6), 584-588.

Aronson E., Wilson T. D., Akert R. M. (2006). Psicologia sociale. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’aggressività”).

I PERICOLI DELL’IPERPROTEZIONE

I PERICOLI DELL’IPERPROTEZIONE.png

Negli ultimi decenni la famiglia è stata oggetto di numerosi cambiamenti, dovuti anche a modificazioni più generali riguardanti la società. Si è passati dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, si è innalzata l’età del matrimonio o comunque del momento nel quale i giovani lasciano la famiglia d’origine, sono diminuite le nascite e quindi il numero di figli per ogni nucleo. Un altro cambiamento forse meno evidente ma sicuramente molto importante riguarda il rapporto tra genitori e figli, che è diventato sempre più iperprotettivo.

Come si manifesta l’iperprotezione?

Al giorno d’oggi i genitori molto spesso cercano in tutti i modi di rendere semplice ed estremamente agiata la vita dei loro figli, proteggendoli il più possibile dalle difficoltà, dai problemi e dalle responsabilità quotidiane, assistendoli ed aiutandoli in molte attività e, a volte, sostituendosi a loro.

I genitori spesso fanno i compiti con i loro figli o comunque si preoccupano del fatto che qualcuno li aiuti e li controlli anche quando sarebbero in grado di fare tutto da soli, cercano di soddisfare tutte le loro richieste in merito agli acquisti che vogliono fare e alle attività che vogliono svolgere, fanno al loro posto cose che potrebbero fare autonomamente -come sistemare la propria camera-, sono disponibili in qualsiasi momento ad intervenire per gestire qualsiasi tipo di difficoltà, anche minima.

I comportamenti iperprotettivi dei genitori si possono manifestare sia nei confronti dei bambini, sia nei confronti dei ragazzi, degli adolescenti e anche dei giovani adulti, anche se con modalità diverse.

Ovviamente non c’è niente di strano e di sbagliato nel voler aiutare i propri figli, ma la situazione diventa problematica quando questo aiuto e questo desiderio di protezione diventa eccessivo, generalizzato a qualsiasi situazione e contesto e non congruente rispetto alle reali difficoltà e necessità di sostegno.

Perché l’iperprotezione può essere pericolosa?

I ragazzi che crescono in famiglie iperprotettive non hanno la possibilità di imparare ad affrontare gradualmente le difficoltà e gli ostacoli della vita e di sviluppare abilità e risorse fondamentali per il successo. Infatti, solo l’esperienza diretta di aver gestito e superato delle criticità può consentire di potenziare i propri punti di forza e di accrescere la propria autostima. È la base per un sano sviluppo. Secondo lo psicologo Goleman, l’iperprotezione è una forma di deprivazione che impedisce ai bambini ed ai ragazzi di gestire frustrazioni e tempeste emotive caratteristiche della loro età. Ciò ostacola la creazione di un’adeguata preparazione emotiva o più precisamente lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, che è un tipo di intelligenza fondamentale nella vita quotidiana di ogni persona (per approfondire l’argomento puoi leggere l’articolo UN’IMPORTANTE FORMA DI INTELLIGENZA: L’INTELLIGENZA EMOTIVA).

L’iperprotezione può anche indurre i ragazzi a ritenere che tutto quello che viene concesso loro, non solo a livello materiale, è dovuto e, quindi, viene dato per scontato. Questo può portare ad avanzare delle pretese sempre maggiori, ma anche a svalutare quello che si ha. Non si tratta necessariamente di un atteggiamento prepotente e pretenzioso, ma può essere semplicemente la conseguenza del fatto che quando tutto viene ottenuto con facilità perde gran parte del suo valore. Se tutto viene concesso tranquillamente, senza limiti e senza che venga in qualche modo guadagnato, può essere complesso capire quanto quelle cose sono preziose.

L’iperprotezione, infine, può rendere le persone insicure ed incapaci di prendere delle decisioni, provocando a volte dei veri e propri blocchi che impediscono di andare avanti o che portano a delegare ad altri la responsabilità di scelte che dovrebbero essere personali.

Lo psicologo Kagan ha effettuato degli studi che hanno evidenziato che nelle famiglie iperprotettive si manifestano più spesso disturbi psicologici dell’adolescenza di vario tipo -problemi d’ansia, ossessivi, fobici, depressivi, alimentari-. È possibile, quindi, che in questo tipo di famiglie esistano dei fattori che contribuiscano allo sviluppo di questi problemi.

Il comportamento iperprotettivo dei genitori nei confronti dei figli ed il tentativo di rimuovere qualsiasi tipo di ostacolo dalla loro strada viene attuato con le migliori intenzioni ma, come la maggior parte delle cose che vengono portate all’estremo, rischia di diventare molto dannoso.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Goleman D. (2006). Intelligenza sociale. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano

Nardone G., Giannotti E., Rocchi R. (2006). Modelli di famiglia. Conoscere e risolvere i problemi tra genitori e figli. Tea, Milano.

 

 

IL DIFFICILE MESTIERE DEL GENITORE

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L’importanza del ruolo dei genitori

Quello dei genitori è sicuramente un ruolo molto difficile e carico di responsabilità.

Il comportamento dei genitori ed il loro stile educativo, infatti, può esercitare una notevole influenza sul benessere dei figli e sulla formazione del loro carattere. È perfettamente normale, quindi, avere difficoltà o dubbi, anche in relazione ad aspetti solo apparentemente banali come ad esempio: come comportarsi se il bambino fa i capricci, come comportarsi se il bambino -o ragazzo- ha problemi nel dormire o non vuole mangiare, come affrontare argomenti delicati, cosa fare in relazione ai problemi di studio, cosa fare se si ha il sospetto che il proprio figlio frequenti cattive compagnie, come gestire le proprie preoccupazioni. Tutte queste domande -e anche tante altre- richiederebbero una trattazione a parte ed una valutazione specifica del singolo caso. Molto spesso, però, alla base di queste perplessità vi è un’unica domanda: “Sono un buon genitore?”, che richiama il tema della corretta educazione dei figli, ampiamente trattato in letteratura.

Come essere un buon genitore?

Secondo alcune ricerche lo stile educativo più efficace è quello che viene definito autorevole. Il genitore autorevole è colui che fornisce delle regole chiare, che possono essere discusse insieme e, in alcuni casi, negoziate se lo si ritiene necessario. Si aspetta un comportamento maturo da parte del figlio ed è pronto ad intervenire nel caso in cui vengano infrante delle regole o vengano messi in atto comportamenti ritenuti inopportuni. Anche se il genitore tende ad esercitare un controllo sul figlio, come è naturale che sia in determinate fasi dello sviluppo, crea anche un rapporto molto affettuoso e comunicativo, spiegando le motivazioni che sono alla base delle sue richieste e dando al figlio la possibilità di esprimere il suo punto di vista.

Lo stile autorevole promuove lo sviluppo della capacità di autoregolazione e porta il bambino e, successivamente, il ragazzo a sentirsi accettato, ad avere fiducia in sè e nelle proprie abilità, ad essere responsabile.

Molto spesso, però, questi principi non vengono rispettati. Nella maggior parte delle famiglie attuali, anche se in virtù di meccanismi diversi, sono presenti due problematiche legate al rispetto delle regole e all’assenza di punti di riferimento stabili. Capita frequentemente che il mancato rispetto delle regole non produca azioni correttive adeguate, con il risultato che i ragazzi potrebbero sviluppare l’idea che possono fare quello che vogliono perché non verranno puniti.

Inoltre, nei confronti dei figli tende ad instaurarsi un atteggiamento di protezione estrema: i ragazzi vengono privati di qualsiasi responsabilità perché i genitori cercano di rendere loro la vita facile e eliminare tutti gli ostacoli. Questo meccanismo, però, non consente lo sviluppo di adeguate abilità e non incentiva l’autonomia, l’impegno per il raggiungimento di risultati importanti, l’inserimento ottimale nella società.

È importante conoscere questi meccanismi perché si tratta di potenziali circoli viziosi che possono determinare problematiche psicologiche e comportamentali più o meno gravi. Ovviamente tutto ciò viene fatto dai genitori con le migliori intenzioni ma qualsiasi cosa se estremizzata -quindi anche la protezione o l’aiuto- tende a produrre effetti nocivi.

Inoltre, bisogna considerare che ogni situazione è un caso a sé con caratteristiche proprie che devono essere valutate adeguatamente per comprendere come applicare questi principi generali, anche nella quotidianità della vita della famiglia e non soltanto quando emergono gravi problemi.

Quando si presentano dei problemi nel rapporto con i figli o quando, più in generale, non ci si sente in grado di affrontare al meglio il proprio ruolo di genitore, è possibile rivolgersi ad uno psicologo per un intervento di sostegno alla genitorialità.

Dott.ssa Erica Tinelli

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UN LEGAME SPECIALE: IL RAPPORTO MADRE-BAMBINO

I PERICOLI DELL’IPERPROTEZIONE

Bibliografia

Baumrind D. (1991). The influence of parenting style on adolescent competence and substance use. The Journal Of Early Adolescence, 11(1), 56-95.

Nardone G., Giannotti E., Rocchi R. (2006). Modelli di famiglia. Conoscere e risolvere i problemi tra genitori e figli. Tea, Milano.

UN LEGAME SPECIALE: IL RAPPORTO MADRE-BAMBINO

UN LEGAME SPECIALE IL RAPPORTO MADRE-BAMBINO.jpg

L’uomo è naturalmente predisposto a sviluppare relazioni sociali. Fin dalle prime fasi di vita comincia lo sviluppo affettivo e sociale della persona, che ha inizio con la creazione di un legame molto forte (attaccamento) tra il bambino e chi si prende maggiormente cura di lui, solitamente la madre.

Secondo gli studi effettuati da John Bowlby e da Mary Ainsworth, esistono principalmente tre tipi di attaccamento che si possono sviluppare tra la madre ed il bambino.

L’attaccamento sicuro si sviluppa quando la madre risponde con prontezza ai bisogni del bambino, ma al tempo stesso gli consente di esplorare l’ambiente quando lui mostra questo desiderio. Quando si sviluppa questo tipo di attaccamento i bambini si mostrano capaci di esplorare l’ambiente, di affrontare l’assenza della madre, di accoglierla calorosamente quando ritorna e, eventualmente, di farsi consolare se hanno mostrato segnali di sconforto.

L’attaccamento ambivalente invece, si sviluppa quando la madre non risponde sempre ai bisogni di contatto e di supporto del bambino e ricerca la vicinanza solo in alcuni casi e spesso in maniera incongruente alle necessità del figlio: ad esempio ricerca la vicinanza quando il bambino non la vuole mentre è più distaccata quando il bambino ha bisogno di lei. I bambini che sviluppano questo tipo di attaccamento tendono ad essere a disagio quando restano soli, ma in presenza della madre hanno comportamenti contradditori, come ricercare e rifiutare il contatto allo stesso tempo (si avvicinano e piangono ma non si fanno prendere in braccio).

L’attaccamento evitante, infine, si sviluppa quando la madre non è mai stata responsiva nei confronti dei segnali del bambino e ha ignorato sempre i suoi bisogni e le sue richieste di vicinanza. Questi bambini cercano di mostrare una falsa autonomia: sono ansiosi quando c’è la madre, non ne ricercano la vicinanza, non mostrano disagio quando se ne va e quando torna la ignorano.

Il legame di attaccamento infantile è di fondamentale importanza perché influenza la formazione della personalità del bambino e la costruzione delle successive relazioni interpersonali. Ad esempio, la persona che da piccola ha avuto un attaccamento sicuro tende a sviluppare un’immagine di sé come persona degna di amore e un’immagine degli altri come fonti di sostegno, senza necessità di controllarne in continuazione la disponibilità.  Coloro che, invece, hanno avuto un attaccamento ambivalente in genere sono molto sensibili all’abbandono, esprimono le emozioni in modo esagerato e costringono gli altri ad essere sempre presenti e pieni di attenzioni. Infine, chi ha avuto un attaccamento evitante tende a percepirsi come indegno d’amore e pertanto cercherà di non mostrare mai emozioni, di non legarsi agli altri e di essere autonomo perché diffidente.

Ovviamente non sempre esiste una relazione deterministica tra le esperienze infantili e le relazioni sociali adulte. Quest’ultime, infatti, sono influenzate anche da altri rapporti sociali -con altri parenti, con amici, con partner che esercitano un impatto sul modo in cui la persona percepisce se stessa e se stessa in relazione agli altri.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Attili G. (2001), “Le emozioni e lo sviluppo affettivo”, in A. Fonzi (a cura di), Manuale di psicologia dello sviluppo. Giunti Editore, Firenze.

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