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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

INSEGNARE LA PERSEVERANZA CON L’ESEMPIO

“Pazienza e perseveranza sono qualità essenziali per il successo e

la realizzazione finale, per ogni cosa per cui

valga la pensa di sforzarsi”      J. Pilates

La perseveranza, cioè la capacità di essere costanti nello svolgimento di un’attività e di non arrendersi davanti alle difficoltà, è una caratteristica indispensabile per avere successo. Qualsiasi obiettivo importante, infatti, per poter essere raggiunto richiede impegno, duro lavoro, allenamento costante, determinazione. Anche in presenza di un’importante predisposizione verso una determinata attività, se questa non viene coltivata adeguatamente, difficilmente si riuscirà a raggiungere l’eccellenza.

È fondamentale, quindi, imparare ad essere perseveranti. La perseveranza, infatti, non è una dote innata, ma una qualità che può essere appresa e che può essere insegnata fin dall’infanzia. E si sa che molto spesso il modo migliore per insegnare una cosa ad un bambino non è tanto quello di spiegargli a parole cosa deve fare e come deve comportarsi, ma piuttosto proporsi come un modello di riferimento da osservare e da imitare. Così, il modo migliore per insegnare la perseveranza è mostrarsi ai bambini come un esempio di perseveranza.

Una recente ricerca condotta da Leonard, Lee, Schultz (vedi bibliografia) ha dimostrato che i bambini che avevano osservato un adulto fare vari tentativi prima di arrivare a raggiungere degli obiettivi (estrarre un giocattolo da una scatola e delle chiavi da un moschettone), successivamente erano più inclini ad impegnarsi di più per cercare di portare a termine un compito assegnato (azionare un giocattolo sonoro). Avevano imparato, infatti, che per riuscire nei propri intenti è fondamentale essere costanti perché possono essere necessarie varie prove per arrivare ad ottenere ciò che si vuole.

Questa ricerca offre degli spunti di riflessione molto interessanti.

Innanzitutto, è da sottolineare che i bambini coinvolti nella ricerca erano molto piccoli. Infatti, avevano un’età compresa tra i 13 ed i 18 mesi. La perseveranza, quindi, può essere appresa molto presto e, considerata la sua importanza, è auspicabile che venga insegnata già dalle prime fasi di vita, ovviamente con modalità congruenti all’età del bambino.

Un altro elemento da considerare, confermato anche da altri studi, riguarda l’importanza di sviluppare con i bambini un’interazione diretta. Quando gli adulti pronunciavano i nomi dei bambini, stabilivano con loro un contatto visivo e parlavano esplicitamente con loro di tutti i tentativi che stavano facendo, i bambini imparavano maggiormente l’arte della perseveranza e in seguito si impegnavano di più.

Infine, è importante sottolineare che adulti e bambini si erano cimentati in compiti diversi. Sembrerebbe, quindi, che da parte dei bambini si sia verificato un apprendimento generalizzato a vari ambiti e non circoscritto alla specificità della situazione osservata.

Quando vi accingete ad insegnare la perseveranza, ricordate anche che questa non deve essere in alcun modo confusa con l’accanimento nel tentativo di raggiungere obiettivi palesemente irrealistici e, quindi, irrealizzabili.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Leonard J. A., Lee Y., Schulz. L. E. (2017). Infants make more attempts to achieve a goal when they see adults persist. Science, 357 (6357).

I FATTORI DI RISCHIO PER LO SVILUPPO DI ADEGUATE COMPETENZE GENITORIALI

Quello del genitore è un ruolo molto complesso e carico di responsabilità. Infatti, con il suo comportamento e con il suo stile di vita, il genitore influenza notevolmente lo sviluppo del bambino e dell’adolescente.

Conoscere i fattori di rischio per lo sviluppo di adeguate competenze genitoriali può essere utile per comprendere se sono presenti dei fattori di vulnerabilità sui quali intervenire per evitare di creare problemi al benessere dei propri figli.

Fattori di rischio distali

Si tratta di variabili che hanno un’influenza indiretta sullo sviluppo delle competenze genitoriali, ma possono avere comunque un impatto, anche perché possono contribuire allo sviluppo dei fattori di rischio prossimali.

Tra i fattori di rischio distali troviamo il basso livello di istruzione e la povertà cronica che a loro volta sono interconnesse e che rappresentano, spesso, delle variabili che impattano negativamente sulla salute individuale e familiare.

Molto importante è anche l’inadeguatezza dell’integrazione sociale, l’assenza di un partner e la carenza di relazioni interpersonali: in queste situazioni, infatti, il genitore non può contare sull’aiuto materiale ed emotivo che può derivare da altre persone.

Anche la presenza di esperienze infantili di rifiuto, violenza e abusi può rappresentare un fattore di rischio distale, a meno che la persona non abbia adeguatamente elaborato questi eventi.

Fattori di rischio prossimali

Hanno una notevole influenza sullo sviluppo delle competenze genitoriali. I fattori di rischio prossimali possono essere:

  • Individuali. In questa categoria rientra la presenza di varie forme di psicopatologia, la devianza sociale, l’abuso di sostanze, il non sapersi assumere delle responsabilità, l’impulsività, la scarsa tolleranza delle frustrazioni. Sono tutte situazioni nelle quali viene evidenziata l’incapacità della persona di prendersi adeguatamente cura di sé e, di conseguenza, possono essere presenti anche delle difficoltà nel prendersi cura degli altri, inclusi i figli. Un altro fattore di rischio individuale è l’inadeguatezza delle competenze empatiche che ostacola la capacità di comprensione e gestione dei bisogni altrui.
  • Familiari e sociali. Riguardano sia i rapporti con la famiglia d’origine –presenza di conflitti o comunque relazioni difficili- sia il rapporto con il partner –in riferimento, ad esempio, alla presenza di conflitti di coppia o alla violenza domestica-.

La presenza di fattori di rischio è una condanna?

Assolutamente no! La presenza dei fattori di rischio –anche numerosi ed importanti- non significa che si è condannati ad essere dei cattivi genitori, anche se ovviamente può rendere più difficile rivestire questo ruolo.

Quasi tutti i fattori di rischio possono essere superati se la persona è disponibile ad impegnarsi. Basti pensare che tra i fattori di protezione più importanti c’è proprio il desiderio di migliorarsi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Per approfondire

Di Blasio P. (a cura di) (2005). Tra rischio e protezione. La valutazione delle competenze parentali. Edizioni Unicopli, Milano.

IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo?

Il mutismo selettivo è un problema che si può manifestare nei bambini e si caratterizza per l’incapacità a parlare in determinati contesti e situazioni specifiche. Rimane del tutto invariata, invece, la capacità del bambino di parlare in altri ambiti. Può capitare, ad esempio, che un bambino con un problema di mutismo selettivo non parli a scuola, ma parli normalmente a casa oppure viceversa.

I bambini con mutismo selettivo solitamente hanno abilità linguistiche perfettamente normali, mentre invece, spesso, presentano elevati livelli di ansia, timidezza, tendenza all’isolamento.

Il ruolo dei genitori

Dal momento che il mutismo selettivo si manifesta nell’infanzia, è molto importante analizzare il modo in cui i genitori cercano di gestire il problema. Molto spesso cercano di spronare il proprio figlio a parlare, ad esprimere eventuali disagi e a raccontare loro eventuali difficoltà incontrare. Altre volte, invece, pensano che il problema sia causato da una carenza affettiva e per questo concedono molte più attenzioni al bambino, ad esempio comprando più giochi, essendo estremamente presenti, rispondendo positivamente a qualsiasi richiesta e desiderio, anche solo presunto.

Questi comportamenti, però, di solito non sono risolutivi perché rappresentano per il bambino dei vantaggi che cercherà, anche inconsapevolmente, di mantenere continuando a perpetuare il comportamento problematico.

L’intervento strategico nei casi di mutismo selettivo

In terapia breve strategica quando si devono risolvere problemi infantili in genere si ricorre alla terapia indiretta. Questo vuol dire che non si svolgono dei colloqui con il bambino, ma con i genitori che vengono guidati, con modalità calzate alla specificità del caso e delle persone coinvolte, ad interrompere i comportamenti disfunzionali che non risolvono il problema e che, spesso, determinano un peggioramento. Contemporaneamente, vengono fornite delle indicazioni più efficaci per affrontare il problema e per gestire adeguatamente il rapporto con il figlio.

Il mutismo selettivo è un problema che può destare grande preoccupazione e può diventare estremamente invalidante, ma può essere risolto anche piuttosto rapidamente con le giuste strategie.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

ECCO PERCHE’ NON DEVI DIRE A TUO FIGLIO “DEVE PIACERTI”

“Ho spiegato a mia figlia che deve amare lo studio perché le permette di capire il mondo, di risolvere i problemi, di essere autonoma”

“I miei figli devono andare a trovare i nonni con piacere perché li hanno sempre coccolati e perché con loro stanno bene”

“Gli/Le devono piacere le verdure”

“Deve aver voglia di fare quello sport. È così piacevole ed utile”

Sono soltanto alcuni esempi di frasi pronunciate o di pensieri fatti dai genitori in riferimento ai propri figli. Al di là dello specifico ambito di riferimento (il rapporto con lo studio, con i nonni, con l’alimentazione, con lo sport), tutte queste espressioni hanno in comune il comunicare qualcosa che riguarda un aspetto essenziale, ossia il rapporto che la persona ha con il piacere.

Il piacere

È un’emozione primaria di fondamentale importanza e, pertanto, deve essere adeguatamente riconosciuta e gestita.

Senza il piacere la nostra vita sarebbe noiosa, piatta, frustrante, fatta solo di doveri. Probabilmente sarebbe indegna di essere vissuta. Per questo è auspicabile che ognuno di noi sia capace di sperimentare e gestire il piacere in vari ambiti, ma tutto questo deve essere fatto in modo efficace. Il piacere, infatti, è una sensazione che si sviluppa spontaneamente e non per autoimposizione o in virtù di un’imposizione imposta da altri.

Perché è dannoso dire a tuo figlio “deve piacerti”?

Ogni volta che si pronuncia questa frase o frasi similari ci si comporta in modo tale da voler indurre il proprio figlio a sperimentare volontariamente una sensazione che, invece, non può che essere spontanea. Si tratta di un paradosso irrisolvibile e che rischia anche di creare disagio e malessere. Se un bambino o un ragazzo si sente dire che deve amare determinate cose può considerare quella prospettata dal genitore come una cosa normale e giusta. Se non riesce, ad esempio, a studiare con piacere potrebbe sentirsi anormale, frustrato, in colpa e tutto questo può avere conseguenze potenzialmente negative sul benessere individuale e sul rapporto con il genitore.

Un bambino o un ragazzo può accettare di studiare, di fare sport, di andare dai nonni -e così via- anche se non ne ha voglia; è solo necessario proporre tutto questo con le dovute modalità, con la giusta comunicazione, con adeguate strategie. È su questo che bisognerebbe puntare quando si vuole aiutare il proprio figlio a fare ciò che si ritiene giusto per lui.

È necessario evitare, invece, di intervenire direttamente sulle sensazioni spontanee: queste non possono essere controllate e più si cerca di controllarle, più si rischia di inibirle ancora di più.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA PUNIZIONE FUNZIONA?

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La punizione rappresenta un metodo educativo utilizzato da alcuni genitori in risposta ad alcuni comportamenti scorretti dei loro figli, per evitare che questi si ripresentino. Tra le punizioni più comunemente utilizzate possiamo trovare quelle che si basano sui divieti: divieto di guardare la televisione, di usare il computer, di giocare ai videogiochi, ecc…

Ma la punizione è efficace?

Può essere efficace, a patto che vengano rispettate determinate condizioni.

Innanzitutto, contrariamente a quello che comunemente si pensa, è preferibile che la punizione non sia eccessivamente severa. La minaccia di una punizione troppo severa, infatti, può aumentare l’attrazione dei bambini e dei ragazzi nei confronti dell’attività proibita, che può essere interrotta solo temporaneamente o che può essere svolta cercando di nasconderla agli adulti. Una punizione molto severa, inoltre, potrebbe essere percepita come la manifestazione di un atteggiamento eccessivamente aggressivo, che potrebbe anche essere assunto come modello di riferimento ed imitato per quanto possibile.

È molto importante, invece, che la punizione venga somministrata in modo rapido, cioè senza far passare troppo tempo dal momento in cui si manifesta il comportamento che si vuole correggere.

Questi principi sono stati utilizzati anche da Olweus all’interno del sistema scolastico norvegese, nel quale si è riusciti a ridurre del 50% i comportamenti aggressivi degli studenti insegnando ai docenti a vigilare sul fenomeno e ad intraprendere provvedimenti punitivi rapidi e ragionevoli.

È necessario anche essere coerenti e, quindi, punire ogni volta che si manifesta il comportamento scorretto. Può capitare, invece, che determinati comportamenti non vengano punti sempre perché in alcune circostanze i genitori decidano di lasciar correre, ad esempio perché stanchi o per non rovinare il clima di serenità. Tuttavia, questa incoerenza può generare confusione e può essere d’ostacolo alla corretta educazione. Ovviamente è importante che ci sia coerenza anche tra le modalità educative dei due genitori, in modo tale che siano d’accordo tra loro in relazione alle regole da proporre ed ai correttivi da usare.

Infine, è importante tenere in considerazione il fatto che un metodo alternativo alla punizione è il premiare i comportamenti contrapposti a quelli che si vogliono correggere. Ad esempio, piuttosto che punire il bambino quando fa i capricci, è molto più efficace premiarlo quando è tranquillo e sereno, anche attraverso semplici gesti come lodi verbali, sorrisi, carezze.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Aronson E., Carlsmith J. M. (1963). Effect of the severity of threat on the devaluation of forbidden behavior. The Journal Of Abnormal And Social Psychology, 66(6), 584-588.

Aronson E., Wilson T. D., Akert R. M. (2006). Psicologia sociale. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’aggressività”).

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