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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

NON PIACERSI FISICAMENTE

Il fatto di non piacersi fisicamente può essere fonte di grande sofferenza, non solo tra gli adolescenti, ma anche per gli adulti.

Come è possibile affrontare questo problema? Ecco alcuni spunti di riflessione.

Conosci il tuo “nemico”

Per capire come gestire i difetti fisici percepiti è importante conoscerli bene. Osserva quello che di te non ti piace, descrivi esattamente cosa non ti piace e, di conseguenza, cosa vorresti di diverso.

Non ti piacciono le tue gambe? Cosa esattamente non ti piace? La circonferenza? La muscolatura? La scarsa tonicità? La pelle non idratata?

A volte osservando attentamente i propri difetti ci si può anche rendere conto che non sono così terribili come si pensava e questo può far stare meglio. Non sempre, però, questo succede.

Cosa puoi rendere più bello?

Dopo aver analizzato nel dettaglio ciò che non piace è importante valutare se può essere reso più bello.

Molto spesso l’insoddisfazione delle persone riguarda la forma fisica. C’è chi si vede in sovrappeso, chi ritiene di non avere un corpo tonico, chi detesta solo alcune specifiche parti del corpo -come le gambe o la pancia-. Molte di queste cose, percepite come difetti, possono essere superate oppure possono essere nettamente migliorate, ad esempio prestando attenzione all’alimentazione e facendo specifici esercizi fisici. Tutto questo porta a piacersi di più.

A questo punto, però, può subentrare un’altra valutazione, quella relativa a quanto si è disposti ad impegnarsi per rendersi più belli. Perché di solito lamentarsi è facilissimo, impegnarsi non lo è.

Piacersi rendendosi più affascinanti

Ci sono anche molte cose del proprio aspetto fisico che non possono essere cambiate con l’esercizio. Non si può diventare più alti, cambiare la forma del proprio naso o, ancora, stravolgere la conformazione del fisico.

Quello che, invece, si può fare sempre è rendersi più affascinanti. Come? Valorizzando i propri punti di forza, curando i dettagli, accettando i difetti e facendo in modo che abbiano un impatto quanto più circoscritto possibile sull’immagine di sé. Un esempio? Alcune persone non amano il proprio naso, ma si rendono conto che cambiando alcuni elementi di contorno, come la pettinatura o gli occhiali o il trucco, si modifica anche la percezione complessiva del viso, naso incluso.

Se ci riflettete probabilmente vi verrà in mente qualche personaggio dello spettacolo che non è bello, ma che si piace e piace agli altri perché ha imparato, in qualche modo, a gestire strategicamente i difetti.

Non piacersi fisicamente, insomma, non è una condanna. Perché è possibile cambiare. Perché è possibile rendersi affascinanti. Perché è possibile accettare i difetti e vivere serenamente.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

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IL DOPPIO LEGAME

Che cos’è il doppio legame?

Il doppio legame è una situazione nella quale la persona è esposta ad una comunicazione contraddittoria, ad esempio con messaggi contrapposti. In questo modo, qualunque cosa la persona fa in un certo senso sbaglia perché si comporta in maniera non coerente rispetto ad almeno uno dei messaggi ricevuti.

Si parla di doppio legame quando questo avviene in una relazione significativa, come può avvenire in famiglia.

Altra caratteristica del doppio legame è il fatto che la persona non può commentare l’incompatibilità dei due messaggi perché verrebbe ignorata o squalificata.

Alcuni esempi

Il doppio legame si manifesta quando non c’è coerenza tra quello che si dice e ciò che, invece, si comunica a livello non verbale. Pensate, ad esempio, ad una persona che dice ad un’altra di essere contenta di vederla, ma ha un’espressione triste o arrabbiata.

Un doppio legame si presenta anche quando si dice ad una persona di essere spontanea. In questo modo, infatti, si chiede di mettere in atto un comportamento che, per definizione è spontaneo e che, quindi, non può essere prodotto volontariamente. Insomma, mission impossible!

Un’altra situazione molto diffusa è quella nella quale si dice ad una persona che deve fare una cosa e che quella cosa le deve piacere. È un classico esempio il genitore che dice al figlio che deve studiare e che deve amare lo studio. Si può dire di fare una certa cosa, ma non si può imporre di provare piacere nel farla.

Pensate anche a tutte le situazioni nelle quali si dice ad una persona -un amico, il partner, un familiare- che può fare quello che vuole, ma se fa certe cose si mostra risentimento. Questa è una comunicazione contraddittoria. Prima si lascia libertà alla persona e poi in qualche modo la si punisce per essersi comportata in modo libero.

Le conseguenze del doppio legame

Secondo Gregory Bateson chi riceve costantemente a comunicazioni caratterizzate dal doppio legame può sviluppare sintomi schizofrenici. Oggi questa teoria è stata ridimensionata perchè è stato evidenziato che la schizofrenia è una patologia influenzata da una molteplicità di variabili biologiche, psicologiche, sociali.

Tuttavia, è possibile affermare che i doppi legami possono provocare delle conseguenze negative. Possono, infatti, generare confusione, insicurezza, senso di colpa. Possono portare anche ad un blocco dell’azione perché, di fatto, la persona si trova in una condizione in cui qualunque cosa fa sbaglia.

Tutto questo può compromettere il benessere personale e la qualità delle relazioni sociali. Per questo motivo in terapia, spesso, occorre intervenire su interazioni caratterizzati da doppi legami che rischiano di diventare dannosi.

L’uso del doppio legame in terapia

Il doppio legame può essere anche terapeutico, se opportunamente utilizzato. Esistono, infatti, tecniche terapeutiche che si basano sullo sfruttare positivamente il doppio legame. Molte di queste prevedono la prescrizione del sintomo con la quale si chiede appunto alla persona di mettere in atto il comportamento problematico secondo specifiche regole e modalità. Prescrivendo il sintomo si possono ottenere due effetti. Può succedere che la persona segua l’indicazione e manifesti il sintomo, ma nella modalità indicata dal terapeuta, dimostrando, quindi, di poterlo controllare. Può succedere anche che, invece, la persona si opponga all’indicazione, ma così facendo non manifesta il comportamento problematico. In entrambi i casi, quindi, si ottiene un successo terapeutico.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

IL COPIONE DELLA “PENELOPE” OVVERO LA DONNA IN COSTANTE ATTESA DEL PARTNER

Nel libro “Gli errori delle donne (in amore)” Giorgio Nardone descrive numerosi “copioni relazionali” utilizzati dalle donne in amore. Tra questi troviamo il copione della Penelope, che è molto diffuso.

Chi è Penelope?

Nella mitologia è la regina che attende per tantissimi anni il ritorno a casa del marito Ulisse. Probabilmente è conosciuta da tutti per la famosa “tela di Penelope” che faceva di giorno e disfaceva di notte perché una volta terminata avrebbe dovuto sposare un altro uomo, cosa che cercava di evitare ad ogni costo.

In amore, quindi, Penelope è colei che resta in attesa dell’uomo che ama, con il quale ha spesso una relazione che, però, non vive pienamente. Oggi molto spesso il ruolo di Penelope è ricoperto dall’amante che aspetta che l’uomo lasci sua moglie per poter coronare il proprio sogno. L’attesa in genere non è connotata da rabbia o rancore, ma da un atteggiamento di disponibilità e di comprensione. La convinzione è che prima o poi quello che desidera accadrà. 

Perché l’attesa rischia di diventare eterna?

Nella maggioranza dei casi ciò che Penelope desidera non si realizza.

Penelope, infatti, di solito tende a giustificare l’attesa che l’uomo le impone perché “ora non è il momento”, “ora mia moglie sta attraversando un periodo difficile, non posso farle questo”, “ora il bambino è troppo piccolo e soffrirebbe”, “ora devo sistemare alcune questioni organizzative”, “ora non posso permettermelo economicamente”, ma purtroppo la lista delle possibili motivazioni per rimandare può essere davvero infinita.

Penelope può essere anche estremamente intelligente, ma è invischiata in un problema che non le permette di vedere che è proprio la sua accettazione della situazione che mantiene in essere il rapporto a tre, anzi lo rafforza. Il rapporto che l’uomo vive con Penelope permette di compensare tutte le mancanze del rapporto con la moglie e proprio per questo permette di vivere più felicemente la vita matrimoniale. L’uomo prende il meglio da entrambe le relazioni, perché dovrebbe rinunciare ad una delle due?

Gli altri rischi che può correre Penelope

Nell’attesa dell’uomo tanto desiderato, Penelope corre il rischio di isolarsi dagli altri. Certamente non ha un atteggiamento di apertura nei confronti di possibili frequentazioni maschili e proprio per questo si priva della possibilità di costruirsi, o anche solo di prendere in considerazione, delle alternative. A volte, poi, Penelope tende ad isolarsi anche dalle amiche o dalla famiglia nei casi in cui le sembra che gli altri non capiscano la sua situazione e tendono a spronarla ad interrompere il rapporto.

Inoltre, Penelope può mettere in stand-by la propria vita e rinunciare ad opportunità di carriera, hobby, interessi se questi tolgono tempo ai momenti che può trascorrere con l’amato che ovviamente sono limitati e che, generalmente, vengono organizzati tenendo in considerazione principalmente le necessità di lui.

Come finisce la storia di Penelope?

Ci sono tante possibili evoluzioni, ma molto raramente c’è un lieto fine.

Penelope può rimanere in una condizione di attesa per anni e anni, a volte per decenni.

In alcuni casi continua a nutrire l’illusione per sempre.

Altre volte ad un certo punto si rende conto che l’attesa è inutile, ma può comunque non riuscire a lasciare il “suo” uomo. In genere prova anche risentimento perché si rende conto di aver sprecato una parte importante della propria vita e delle proprie possibilità.

Ci sono delle volte, poi, in cui Penelope è costretta a subire l’interruzione della relazione perché l’uomo sceglie di restare esclusivamente con la moglie o perché sceglie di lasciare entrambe, magari per buttarsi tra le braccia di una terza donna.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2010). Gli errori delle donne (in amore). Ponte alle Grazie, Milano.

GESTIRE LA SOLITUDINE PER STARE BENE CON SÉ STESSI E CON GLI ALTRI

Le caratteristiche della solitudine

La solitudine e le reazioni di malessere o benessere ad essa associate non sono legate soltanto ad elementi fisici oggettivi, ma hanno a che fare anche con delle percezioni soggettive. C’è chi, ad esempio si sente solo anche se è sempre circondato da persone e c’è chi, invece, non si sente solo anche se passa molto tempo in completo isolamento.

C’è chi, poi, vive la solitudine con tranquillità o con gioia e chi, invece, è pervaso dalla sofferenza più cupa. Ciò indica che la solitudine, che fa parte della vita di ognuno di noi, di per sé non è né un bene né un male: ciò che fa la differenza è il modo in cui viene gestita e vissuta.

Perché è importante imparare a stare bene da soli?

Imparare a stare bene da soli è fondamentale per il benessere personale e relazionale, elementi che sono fortemente interconnessi tra loro.

Imparando a stare bene con se stessi si diventa capaci di migliorarsi per poi selezionare e scegliere con chi si vuole stare. Chi non è capace a stare da solo, infatti, in genere tende a ricercare e a sviluppare relazioni poco soddisfacenti pur di trovare compagnia. È molto diffusa, ad esempio, la tendenza a cercare di soddisfare il più possibile le richieste e le aspettative degli altri per non essere allontanati e per il timore, quindi, di rimanere soli.

Non saper stare da soli porta anche molte persone a non interrompere relazioni ormai poco soddisfacenti o addirittura tossiche perché qualsiasi cosa è considerata migliore del tanto temuto isolamento.

Come imparare a stare da soli?

Prendendosi cura di sé. Questo significa lavorare sul proprio miglioramento che deve riguardare numerose aree, come ad esempio l’aspetto fisico, la capacità di comunicazione, la gestione delle emozioni, la flessibilità, la creatività, la coltivazione delle proprie risorse e dei propri talenti.

Il miglioramento di sé, oltre a donare soddisfazione intrinseca, rende anche più desiderabili agli occhi degli altri. Rappresenta, quindi, un elemento molto importante per lo sviluppo di relazioni soddisfacenti. Quando si entra in relazione, poi, diventa importante anche prendersi cura dell’altro evitando di dimenticarsi di prendersi cura di sé.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Per approfondire

Nardone G. (2020). La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli.Ponte alle Grazie, Milano.

LE RELAZIONI VIRTUALI

Le relazioni virtuali sono molto diffuse. Sempre più spesso, infatti, le persone si scrivono, si parlano e si vedono attraverso il computer e lo smartphone.

Indubbiamente questi strumenti possono rendere più semplice e più veloce la comunicazione. Inoltre, facilitano anche il contatto con persone che difficilmente si sarebbero conosciute in altri modi, ad esempio perchè distanti geograficamente oppure perchè hanno caratteristiche molto diverse e frequentano ambienti diversi. Con internet, invece, da un “mi piace” messo ad una foto o ad un post, si possono iniziare a scambiare dei messaggi e può nascere una conoscenza, a volte con l’obiettivo di arrivare a frequentarsi nella vita reale.

Relazioni virtuali e difficoltà relazionali

Non è raro, però, che le relazioni virtuali rimangano tali per sempre o per molto tempo. Ci sono persone che chattano per mesi e mesi senza mai vedersi. Alcuni diventano anche molto amici oppure si fidanzano avendo avuto soltanto contatti mediati dalla tecnologia.

In alcuni casi questo coinvolgimento nel mondo virtuale può portare anche ad un isolamento progressivo dalla realtà. Questo accade frequentemente a coloro che hanno delle difficoltà relazionali. Ad esempio ci sono alcune persone che anche nella vita reale provano a fare amicizie o comunque a rapportarsi agli altri, ma falliscono sempre perché non sanno come fare, non possiedono le giuste abilità. Ci sono anche persone che, invece, rinunciano a prescindere perché, anche a causa di esperienze passate, hanno sviluppato il timore o la convinzione che saranno rifiutati dagli altri e, quindi, preferiscono non rischiare.

In entrambi i casi il mondo virtuale può essere percepito come un ambiente più sicuro nel quale i rapporti che si instaurano con gli altri possono fare meno male. Essere derisi, ignorati, allontanati, lasciati da persone che si conoscono solo virtualmente è meno doloroso rispetto al vivere queste esperienze nella vita reale. C’è, infatti, un coinvolgimento emotivo minore. Il rovescio della medaglia è che un minor coinvolgimento non implica solo un rischio minore, ma anche un piacere estremamente più circoscritto.

Parzialità del mondo virtuale

I contatti virtuali sono sempre parziali rispetto a quelli faccia a faccia. Questo è anche uno dei motivi per i quali quando poi si arriva a frequentare qualcuno conosciuto online, può capitare che appaia diverso rispetto a come sembrava in chat o per telefono. Non significa necessariamente che ha mentito o che ha cercato di ingannare l’altro perché una conoscenza virtuale per certi aspetti è sempre limitata.

Vivere la quotidianità virtuale non è come vivere la quotidianità frequentando una persona realmente perché diventa complesso cogliere e valutare più sfumature della sua personalità e del suo comportamento. Questo fattore contribuisce a creare un’immagine dell’altro idealizzata e poco realistica che rispecchia i propri desideri.

Indebolire le proprie abilità

Quando si verifica un ritiro -ma forse sarebbe più corretto chiamarla fuga- nel virtuale si corre incontro anche ad un altro problema, cioè il fatto che si indeboliscono sempre di più le abilità di comunicazione e di relazione tipiche dei rapporti faccia a faccia, con il risultato che il mondo reale potrà essere visto come sempre più complesso e pericoloso e verrà evitato sempre di più. Interagire con gli altri solo a livello virtuale all’inizio potrà sembrare una salvezza, ma con il tempo potrebbe trasformarsi in una sorta di scelta obbligata, una gabbia dalla quale non si sa come uscire perché non si è più in grado di affrontare l’altro mondo.

Non dobbiamo certo demonizzare la tecnologia, il mondo virtuale non è cattivo e negativo, ma non bisogna trasformarlo in un sostituto della realtà. Il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e questo dipende da noi.        

Dott.ssa Erica Tinelli

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GLI ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE

Nel libro “Pragmatica della comunicazione umana” gli autori descrivono dettagliatamente i 5 assiomi della comunicazione, che rappresentano importanti principi da tenere in considerazione per comprendere meglio la comunicazione degli altri e per rendere più efficace la propria. 

Primo assioma: è impossibile non comunicare

Ogni comportamento è comunicativo, trasmette un messaggio.

Anche i comportamenti che apparentemente non comunicano nulla, in realtà ci forniscono delle informazioni che possono essere molto importanti. Ad esempio, una persona che sta in silenzio e non ricerca il contatto con gli altri può voler comunicare varie cose -che vuole stare sola per riflettere, che è arrabbiata con coloro che sono attorno a lei, che è triste, ecc…-

Secondo assioma: ogni comunicazione ha degli aspetti di contenuto e degli aspetti di relazione

Ogni comunicazione serve per trasmettere delle informazioni specifiche (aspetto di contenuto) e questo rappresenta, probabilmente, l’elemento più evidente. Il modo in cui il messaggio viene trasmesso fornisce indicazioni in merito al tipo di relazione presente tra gli interlocutori e in merito al comportamento atteso (aspetto di relazione o meta-comunicazione).

Una stessa identica informazione, infatti, può essere comunicata in tanti modi diversi a seconda che si abbia a che fare con un amico, un superiore, un conoscente, a seconda del contesto nel quale ci si trova, degli effetti che si vogliono ottenere. 

Nelle relazioni più equilibrate, in genere, l’aspetto di contenuto è più importante e non vi è una lotta per definire la natura della relazione tra gli interlocutori.

Terzo assioma: il significato della comunicazione dipende dal modo in cui i singoli atti comunicativi vengono messi in sequenza

Un esempio di questo assioma può riguardare la relazione tra due coniugi caratterizzata da silenzi e brontolii che hanno un effetto negativo sulla coppia: la moglie può dire che brontola in continuazione perché infastidita del fatto che il marito si chiude in se stesso; il marito, a sua volta, può affermare di chiudersi in se stesso perché la moglie brontola e questo crea in lui disagio che non gli consente di aprirsi. Marito e moglie hanno individuato quale inizio della sequenza uno scambio diverso.

In situazioni come questa di solito non è importante definire da dove parte la sequenza e, quindi, stabilire chi ha ragione, ma comprendere che gli elementi della sequenza comunicativa si influenzano a vicenda, quindi, cambiando la comunicazione di una persona si produrranno inevitabilmente dei cambiamenti che riguarderanno anche l’altra persona e l’interazione complessiva.

Quarto assioma: gli uomini comunicano sia con la comunicazione verbale, che con quella non verbale

La comunicazione verbale, fatta di parole, è quella alla quale solitamente si presta più attenzione e ci consente di esprimere anche concetti molto complessi che risulterebbe difficile trasmettere in altri modi. Non è, però, l’unica forma di comunicazione possibile. Si comunica anche con i gesti, con i silenzi, con la postura, con i movimenti, con le espressioni e questi atti comunicativi possono essere particolarmente adatti ad esprimere i sentimenti o comunque ad accompagnare (confermando o disconfermando) ciò che viene detto a parole. Quando non c’è coerenza tra comunicazione verbale e non verbale, infatti, di solito siamo portati a credere maggiormente a ciò che viene trasmetto attraverso la comunicazione non verbale perché risulta molto più difficile da camuffare.

Quando comunichiamo, quindi, dobbiamo prestare attenzione anche alla nostra comunicazione non verbale, così come dobbiamo osservare la comunicazione non verbale degli altri.

Quinto assioma: gli scambi comunicativi possono essere simmetrici oppure complementari

Gli scambi simmetrici sono basati sull’uguaglianza degli interlocutori che hanno un rapporto paritario (come può avvenire tra amici), mentre quelli complementari si basano su una relazione caratterizzata dalla differenza di potere o di status (ad esempio tra capo e collaboratore o tra genitori e figli).

Un tipo di comunicazione non è migliore dell’altra in quanto entrambe possono essere sia efficaci che inefficaci. L’importante è saperle adattare alla specificità delle persone con le quali si interagisce, della situazione, del contesto e degli obiettivi che si vogliono raggiungere.  

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Astrolabio, Roma.