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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

GLI ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE

Nel libro “Pragmatica della comunicazione umana” gli autori descrivono dettagliatamente i 5 assiomi della comunicazione, che rappresentano importanti principi da tenere in considerazione per comprendere meglio la comunicazione degli altri e per rendere più efficace la propria. 

Primo assioma: è impossibile non comunicare

Ogni comportamento è comunicativo, trasmette un messaggio.

Anche i comportamenti che apparentemente non comunicano nulla, in realtà ci forniscono delle informazioni che possono essere molto importanti. Ad esempio, una persona che sta in silenzio e non ricerca il contatto con gli altri può voler comunicare varie cose -che vuole stare sola per riflettere, che è arrabbiata con coloro che sono attorno a lei, che è triste, ecc…-

Secondo assioma: ogni comunicazione ha degli aspetti di contenuto e degli aspetti di relazione

Ogni comunicazione serve per trasmettere delle informazioni specifiche (aspetto di contenuto) e questo rappresenta, probabilmente, l’elemento più evidente. Il modo in cui il messaggio viene trasmesso fornisce indicazioni in merito al tipo di relazione presente tra gli interlocutori e in merito al comportamento atteso (aspetto di relazione o meta-comunicazione).

Una stessa identica informazione, infatti, può essere comunicata in tanti modi diversi a seconda che si abbia a che fare con un amico, un superiore, un conoscente, a seconda del contesto nel quale ci si trova, degli effetti che si vogliono ottenere. 

Nelle relazioni più equilibrate, in genere, l’aspetto di contenuto è più importante e non vi è una lotta per definire la natura della relazione tra gli interlocutori.

Terzo assioma: ogni comunicazione è costituita da più atti comunicativi e il significato della comunicazione complessiva dipende dal modo in cui i singoli atti vengono messi in sequenza

Un esempio di questo assioma può riguardare la relazione tra due coniugi caratterizzata da silenzi e brontolii che hanno un effetto negativo sulla coppia: la moglie può dire che brontola in continuazione perché infastidita del fatto che il marito si chiude in se stesso; il marito, a sua volta, può affermare di chiudersi in se stesso perché la moglie brontola e questo crea in lui disagio che non gli consente di aprirsi. Marito e moglie hanno individuato quale inizio della sequenza uno scambio diverso.

In situazioni come questa di solito non è importante definire da dove parte la sequenza e, quindi, stabilire chi ha ragione, ma comprendere che gli elementi della sequenza comunicativa si influenzano a vicenda: cambiando la comunicazione di una persona si produrranno inevitabilmente dei cambiamenti che riguarderanno anche l’altra persona e l’interazione complessiva.

Quarto assioma: gli uomini comunicano sia con la comunicazione verbale, che con quella non verbale

La comunicazione verbale, fatta di parole, è quella alla quale solitamente si presta più attenzione e ci consente di esprimere anche concetti molto complessi che risulterebbe difficile trasmettere in altri modi. Non è, però, l’unica forma di comunicazione possibile. Si comunica anche con i gesti, con i silenzi, con la postura, con i movimenti, con le espressioni e questi atti comunicativi possono essere particolarmente adatti ad esprimere i sentimenti o comunque ad accompagnare (confermando o disconfermando) ciò che viene detto a parole. Quando non c’è coerenza tra comunicazione verbale e non verbale, infatti, siamo portati a credere maggiormente a ciò che viene trasmetto attraverso la comunicazione non verbale perché risulta molto più difficile da camuffare.

Quando comunichiamo, quindi, dobbiamo prestare attenzione anche alla nostra comunicazione non verbale, così come dobbiamo osservare la comunicazione non verbale degli altri.

Quinto assioma: gli scambi comunicativi possono essere simmetrici oppure complementari

Gli scambi simmetrici sono basati sull’uguaglianza degli interlocutori che hanno un rapporto paritario (come può avvenire tra amici), mentre quelli complementari si basano su una relazione caratterizzata dalla differenza di potere o di status (ad esempio tra capo e collaboratore o tra genitori e figli).

Un tipo di comunicazione non è migliore dell’altra perché entrambe possono essere sia efficaci che inefficaci. L’importante è saperle adattare alla specificità delle persone con le quali si interagisce, della situazione, del contesto, degli obiettivi che si vogliono raggiungere.  

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D. (1971). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi. Astrolabio, Roma.

“NON DIPENDE DA ME”

Il self-serving bias

Molto spesso le persone tendono ad attribuire ad altre persone oppure a circostanze esterne la responsabilità del verificarsi di eventi considerati spiacevoli e negativi.

“E’ andata male perché era troppo difficile”, “Ho dei problemi a lavoro perché il mio capo è un incompetente e non mi spiega bene quello che devo fare”, “Non ho amicizie perché gli altri sono tutti superficiali e cattivi nei miei confronti”, “Nella mia vita va tutto male perché questa società è malata”, “Sono destinato all’infelicità”, ecc….

Nella letteratura psicologica si utilizza il termine “self-serving bias” per indicare il fenomeno per il quale la maggior parte delle persone tende con maggiore facilità ad attribuire a se stesse il merito dei propri successi e ad attribuire all’esterno la responsabilità dei propri fallimenti. Insomma, se succede qualcosa di negativo “non dipende da me”, oppure “non è colpa mia”.

Si tratta di uno dei tanti meccanismi attraverso i quali le persone cercano di costruire e di mantenere un’immagine positiva di sé (autostima) e in alcuni casi può rappresentare un autoinganno funzionale che ci porta a non disperarci a seguito di una sconfitta. Come tutte le cose, però, questa modalità percettiva, se estremizzata può diventare problematica.

Perché può essere dannoso pensare “non dipende da me”?

Il fatto di credere che quello che non funziona nella propria vita non dipende da sé in apparenza potrebbe sembrare una salvezza perchè consente alle persone di non sentirsi mai in colpa per i fallimenti, di non impegnarsi mai per cercare di acquisire o di sviluppare delle abilità o di migliorare la propria situazione. Il rovescio della medaglia, però, è che una persona che crede che gli insuccessi e gli aspetti non soddisfacenti della sua vita non dipendono da lei, crede anche di non avere il potere di cambiarli ed agisce di conseguenza, non provando a modificare in alcun modo ciò che non va e restando in balia degli eventi, come un ramoscello di un albero trascinato dalla corrente di un fiume.

Chi crede, ad esempio, che le proprie difficoltà lavorative non dipendono in alcun modo da sé, ma esclusivamente dalla crisi economica, dai datori di lavoro disonesti, dai colleghi non collaborativi, ecc… potrebbe essere portato ad accettare passivamente la situazione. Difficilmente cercherà di fare dei tentativi nella prospettiva di sviluppare meglio determinate competenze o di trovare una modalità diversa di rapportarsi ai capi ed ai colleghi perché “tanto è inutile, non dipende da me”.

Chi crede che le proprie relazioni amorose siano un fallimento perché gli altri sono superficiali e incapaci di cogliere le qualità delle persone, non cercherà di migliorare alcuni aspetti di sé e non si chiederà nemmeno se può fare qualcosa per sviluppare dei rapporti diversi, condannandosi, così, a rivivere sempre lo stesso copione relazionale, magari sperando di essere assistito prima o poi dalla fortuna.

Quando qualcosa non va come vorremmo è importante riflettere sulle proprie responsabilità, non tanto per stabilire di chi è la colpa come molti credono, ma per capire se e in che modo è possibile agire per cambiare la situazione e renderla più positiva, anche in presenza di ostacoli oggettivi ed innegabili.

Dott.ssa Erica Tinelli

LE TRAPPOLE MENTALI CHE DOBBIAMO COMBATTERE

Le cose che pensiamo e che diciamo, non solo agli altri ma anche a noi stessi, influenzano i nostri comportamenti, il nostro stile di vita, il modo in cui affrontiamo le cose, sia in positivo che in negativo.

Esistono numerose trappole mentali che, se estremizzate, possono ostacolarci quotidianamente e che è importante conoscere per cercare di combatterle. Ecco alcune delle più diffuse:

“Non c’è soluzione, non posso farci niente, non dipende da me”. È vero, per alcuni problemi non c’è soluzione, alcune situazioni non possono essere cambiate. Quante volte, però, si dice o si pensa che non c’è soluzione e che non è possibile fare niente anche se non è vero? Nella maggior parte dei casi la soluzione esiste o quanto meno esiste la possibilità di agire attivamente per migliorare una condizione negativa attraverso vari tentativi che, però, richiedono di mettersi in gioco, richiedono energie, impegno e tempo. Ecco allora che spesso pensare o dire che non c’è soluzione e che non si può fare nulla diventa una scusa, un alibi per giustificare la propria passività.

“Il tempo guarisce le ferite, devo solo far passare del tempo”. Tutti noi nella vita abbiamo dovuto affrontare delle situazioni dolorose che hanno lasciato il segno. Sicuramente con il passare del tempo la sofferenza si può attenuare e a volte scompare del tutto, ma non è detto che sia sempre così. In alcuni casi limitarsi a lasciar passare del tempo non è sufficiente perché è necessario elaborare in modo più approfondito quanto accaduto ed utilizzare delle strategie che consentono di far cicatrizzare le ferite nel modo più adeguato e più rapido possibile. E anche quando sarebbe sufficiente lasciar passare del tempo, perché stare semplicemente ad aspettare senza provare a far nulla per velocizzare il processo e stare meglio? Quando si è vittime della sofferenza non si vive appieno delle proprie possibilità e quella parte di vita non vissuta del tutto non ve la restituirà nessuno. Fate in modo che sia più breve possibile.

“Non ho tempo per….”. Il tempo è una risorsa limitata, sicuramente almeno qualche volta può risultare impossibile riuscire a fare veramente tutto quello che si vorrebbe. Però, il tempo per le cose che consideriamo davvero importanti si trova.  SEMPRE. Certo, spesso è necessario fare delle scelte e rinunciare ad altro, ma dobbiamo essere in grado di capire quali sono le nostre priorità. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo NON HAI TEMPO….O NON HAI VOGLIA?

“Con la forza di volontà si ottiene tutto”, “Volere è potere”. Sicuramente la determinazione nel voler fare a tutti i costi una determinata cosa o nel voler raggiungere un determinato traguardo rappresenta un fattore fondamentale per riuscire in ciò che si desidera. Da sola, però, può non essere sufficiente, come può avvenire, ad esempio, quando non si conoscono le strategie adeguate per arrivare ad una meta o per risolvere determinati problemi. In questi casi prima di tutto è importante capire come muoversi, anche facendosi aiutare, perché con la sola forza di volontà non si riesce a fare molto se non si sa dove e come direzionarla! Per approfondire questo argomento leggi l’articolo VOLERE E’ POTERE? SI’, MA SOLO SE…

 “Non sono portato per questa cosa”. Sicuramente può capitare di avere una maggiore predisposizione verso determinate cose piuttosto che altre, ma non è questo che determina il successo in ciò che desideriamo. Quando si vuole fare una cosa, non è importante chiedersi se si è portati o meno, ma se e quanto si è disposti ad investire in quella cosa, non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di tempo e di energie.  Puoi essere estremamente portato per qualcosa, ma se non coltivi adeguatamente le tue abilità, non arriverai mai da nessuna parte. Così come puoi non avere una particolare predisposizione per una certa attività, ma arrivare comunque all’eccellenza, grazie all’impegno e alla costanza. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo “NON SONO PORTATO PER FARE QUESTA COSA” e l’articolo IL DILEMMA NATURA O CULTURA: SI NASCE O SI DIVENTA?

“Non voglio ancora fare questa cosa, devo pensarci bene”. Sicuramente prima di cimentarsi in dei progetti è importante riflettere sulle strategie da utilizzare, sulle possibili opportunità e sui possibili rischi, sulla pianificazione. Pensare troppo, però, può provocare un blocco dell’azione. Non si può pianificare ogni minimo dettaglio, non si può controllare tutto, non si può sapere con certezza quello che succederà. A un certo punto arriva il momento di agire e di prendersi dei rischi, magari piccoli e controllati, ma pur sempre dei rischi. In questo modo sarà possibile ragionare sugli effetti prodotti dai propri comportamenti e non su aspettative che potrebbero anche rivelarsi errate. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo ASPETTARE IL MOMENTO GIUSTO

“Bisogna accettarsi per ciò che si è”. Non è proprio così! Non possiamo pretendere di essere perfetti in tutto e per tutto. Però, non è neanche giusto nei confronti di noi stessi accettarci completamente per come siamo: questo atteggiamento frenerebbe qualsiasi spinta al miglioramento, aspetto che, invece, andrebbe coltivato giorno per giorno. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo BISOGNA ACCETTARSI PER CIO’ CHE SI E’?

“Non voglio aprirmi con quella persona perché potrebbe deludermi”. La paura di essere delusi è molto diffusa e perfettamente comprensibile dal momento che le delusioni possono fare molto male. Questa paura, però, deve essere contenuta e non diventare eccessiva, altrimenti rischia di diventare un ostacolo allo sviluppo delle relazioni sociali. Non si può avere la certezza di non venire delusi dagli altri: se si aspetta di essere sicuri al 100% di non venire feriti, si resta da soli oppure si creano solo rapporti superficiali.

E tu, riconosci le tue trappole mentali? Le sai gestire?

Dott.ssa Erica Tinelli

ECCO COME LO PSICOLOGO PUO’ AIUTARTI A GESTIRE I CAMBIAMENTI

Il cambiamento è un aspetto inevitabile nella vita di ogni persona.

Possono cambiare le relazioni sociali, gli aspetti lavorativi, i progetti di vita, la situazione familiare, la nostra personalità, le situazioni che è necessario imparare ad affrontare e tante altre cose ancora.

Il cambiamento è costantemente presente per ognuno di noi, eppure in alcuni casi può essere estremamente difficile da gestire perché può spaventare, oltre a richiedere tante energie e le giuste strategie. In queste circostanze una consulenza psicologica potrebbe rappresentare un utile supporto, dal momento che può essere utile per:

  • Comprendere e gestire al meglio tutte le emozioni e gli stati d’animo che possono essere associati al cambiamento, come ad esempio l’ansia, la paura, la rabbia, la frustrazione, l’insicurezza che, se non adeguatamente affrontate e incanalate, potrebbero rappresentare un ostacolo alla gestione efficace della situazione perché potrebbero provocare confusione oppure un eccessivo dispendio di energie in direzioni sbagliate.
  • Capire quello che vuoi veramente e quella che può essere la cosa migliore per te. Anche se ci sono dei cambiamenti che non dipendono dalla nostra volontà, infatti, molti cambiamenti li scegliamo noi, così come spesso abbiamo la possibilità di scegliere come affrontare un cambiamento imposto dall’esterno. In questi casi lo psicologo può essere d’aiuto per portare la persona ad individuare la strada che desidera davvero percorrere, sia insegnandole a gestire le emozioni che potrebbero essere un impedimento al vedere la situazione con chiarezza (si pensi, ad esempio, a coloro che vorrebbero introdurre con tutto il cuore un cambiamento nella propria vita, ma non lo fanno perché sono bloccati dalla paura),  sia migliorando la sua abilità di guardare le situazioni da prospettive diverse, per essere in grado di individuare e di riflettere su tutti i possibili vantaggi e svantaggi che ogni circostanza inevitabilmente comporta, al fine di prendere delle decisioni consapevoli.
  • Individuare e applicare le strategie opportune per affrontare il cambiamento. Quando le persone devono affrontare i cambiamenti, infatti, non sempre conoscono le strategie migliori per gestire le criticità.

Lo psicologo può essere d’aiuto fornendo delle indicazioni dirette di comportamento, soprattutto quando il cambiamento ha a che fare principalmente con aree di sua competenza, come ad esempio la gestione delle relazioni oppure il comunicare ad altri determinate notizie o informazioni. In alternativa, quando il cambiamento riguarda questioni non psicologiche (un esempio: la gestione di un cambiamento lavorativo derivante dall’uso di nuovi software informatici), lo psicologo può comunque mettere a disposizione le proprie competenze per insegnare specifiche tecniche e per attivare determinati processi che hanno a che fare con il problem-solving e che possono consentire, poi, alla persona di individuare in modo autonomo le strategie più adatte al suo caso per affrontare le novità. 

Dott.ssa Erica Tinelli

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IL SEGRETO PER CAMBIARE IL MONDO E’…

Tante persone si lamentano del fatto che viviamo in un mondo che spesso può sembrare brutto perché privo di valori, pieno di cattiveria, di superficialità, di persone che si comportano male verso gli altri, di cose che non vanno bene.

Al di là del fatto che nel mondo esistono sicuramente anche tante cose e persone belle e positive, è innegabile che ci sono davvero molti aspetti che lasciano perplessi ed insoddisfatti e che andrebbero cambiati per il bene di tutti. Pensiamo, ad esempio, alla povertà, alla disoccupazione, ai ritmi di vita sempre più incalzanti e stressanti per chiunque, alla violenza, alle malattie, alle relazioni distruttive o superficiali.

Davanti a problematiche così ampie e così complesse ogni persona può avere una sensazione di impotenza, ossia può credere di non poter fare assolutamente nulla per migliorare il mondo perché si tratterebbe di un’impresa più grande di lei.

Ogni singola persona, però, in base alle proprie caratteristiche ed in base alle proprie possibilità può fornire il proprio contributo al miglioramento del mondo. Si tratta di azioni che a volte possono sembrare piccole ed insignificanti rispetto alla grandezza del problema da risolvere, ma si sa che l’oceano è fatto da tante piccole gocce ed ognuno può contribuire a riempirlo con le proprie.

Lamentarsi delle cose che non vanno è perfettamente comprensibile, ma lamentarsi e basta non è sufficiente perché non cambia in alcun modo le cose. E non serve a niente neanche rifugiarsi in pensieri come “non posso farci nulla”, “non dipende da me”, se non a giustificare il fatto di non far nulla per cercare di apportare dei miglioramenti alle varie situazioni che ci coinvolgono.

Per cambiare il mondo si deve iniziare a cambiare se stessi.

Ognuno di noi, infatti, è inserito in più “sistemi”, come ad esempio la famiglia, il gruppo di amici, il gruppo di lavoro, ma anche persone che si conoscono poco e con le quali si interagisce in modo più occasionale. Le parti di un sistema sono fortemente interconnesse e si influenzano reciprocamente. Ogni persona, quindi, è influenzata dagli altri e, a sua volta, è in grado di influenzarli. Introducendo dei cambiamenti nel nostro comportamento, inevitabilmente provocheremmo dei cambiamenti anche nelle altre persone, con la possibilità di innescare un circolo virtuoso nel quale ai piccoli cambiamenti positivi introdotti da una persona si uniranno ben presto tanti altri piccoli cambiamenti che complessivamente possono produrre grandi cambiamenti.

“Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi quando ognuno di noi decide di migliorare se stesso.” Gandhi

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Dott.ssa Erica Tinelli

IL PROBLEM SOLVING STRATEGICO

Il problem solving strategico è una tecnica attraverso la quale è possibile arrivare ad individuare le soluzioni anche ai problemi più complessi e difficili da affrontare grazie all’utilizzo di stratagemmi di logica non ordinaria che consentono di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

Il problem solving strategico prevede varie fasi che sono:

  • la definizione del problema o dell’obiettivo
  • l’analisi delle tentate soluzioni
  • la definizione dei piccoli passi (lo scalatore)
  • aggiustare il tiro progressivamente

Definizione del problema o dell’obiettivo

È una fase di fondamentale importanza, ma che spesso viene trascurata e data per scontata, alterando così, l’efficacia di tutto il processo in quanto senza una definizione adeguata del problema o dell’obiettivo è impossibile proseguire efficacemente.

Einstein, infatti, diceva “Se avessi solamente un’ora per salvare il mondo, passerei 55 minuti a definire bene il problema e 5 a trovare la soluzione”.

Il problema o l’obiettivo deve essere definito in termini descrittivi e concreti e non rimanere sul vago e fornire delle definizioni che potrebbero risultare ambigue. Per fare questo può essere utile cercare di guardare il problema da prospettive diverse, ad esempio immaginando come altre persone che conosciamo bene potrebbero valutare il problema diversamente da noi.

Analisi delle tentate soluzioni

In questa fase vengono presi in considerazione tutti i tentativi che sono stati fatti per risolvere il problema o per raggiungere l’obiettivo e gli effetti che questi hanno prodotto. Questo processo serve ad individuare i tentativi fallimentari affinchè non vengano replicati. È possibile, inoltre, individuare anche tentativi che hanno avuto successo e in questo caso è importante valutare se queste strategie possono essere riproposte nella situazione presente, anche eventualmente con degli adattamenti. Nella maggioranza dei casi, però, ciò che ha funzionato in passato fallisce nel presente perché in tempi diversi è necessario fare tentativi differenti.

Definizione dei piccoli passi (lo scalatore)

Ogni obiettivo da raggiungere può essere scomposto in tanti piccoli obiettivi più circoscritti ed è possibile, quindi, tracciare il percorso che sarà necessario seguire per poter arrivare alla destinazione tanto desiderata.

Questo può essere fatto attraverso la tecnica dello scalatore che prevede un percorso a ritroso attraverso il quale si parte dall’obiettivo finale per poter arrivare a definire lo stadio immediatamente precedente, poi lo stadio precedente ancora fino ad arrivare al punto di partenza.

Aggiustare il tiro progressivamente

Molto spesso i problemi sono complessi e non richiedono un’unica soluzione, ma più soluzioni. In questi casi i problemi non devono essere affrontati tutti insieme, ma occorre iniziare da quello che è più accessibile, mantenendo sempre la visione della globalità e delle possibili interazioni tra le varie concatenazioni di problemi.

Applicare da soli la tecnica del problem solving strategico può risultare molto complesso perché per poter raggiungere buoni risultati è necessario avere una certa dimestichezza con questo processo e, soprattutto, conoscere in modo approfondito e gestire tutte le dinamiche personali, affettive, emotive che entrano in gioco quando si vuole risolvere un problema o raggiungere un obiettivo. Per questi motivi può essere utile farsi aiutare da un professionista nell’applicazione del problem solving strategico in modo da evitare errori e rendere il percorso più semplice.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2013). Problem Solving strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie, Milano.

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