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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL COPIONE DELLA CROCEROSSINA

Come si manifesta il copione della crocerossina?

La crocerossina è una persona che aiuta gli altri in modo esasperato ed eccessivo, mettendo da parte le proprie esigenze ed i propri bisogni. Per questo può apparire anche molto trascurata: è così tanto assorbita dalla cura dell’altro, da spendere tutte le sue energie ed il suo tempo in questo compito. Tuttavia, questo di solito non le provoca un grande disagio perché si tratta di un qualcosa che la appaga.

Alla base di questo copione comportamentale, infatti, vi è il piacere di sentirsi non solo utile, ma addirittura indispensabile ed insostituibile per qualcuno che ha problemi e che è percepito come bisognoso di accudimento. Questo piacere è preponderante rispetto alla fatica del ruolo.

La crocerossina, quindi, è portata a legarsi a persone con difficoltà e con problemi da risolvere. Può trattarsi di qualcuno con seri problemi fisici, di qualcuno che è uscito da poco da relazioni che l’hanno devastato, di persone con problemi economici, lavorativi, familiari, di tossicodipendenza … o anche semplicemente di qualcuno che è -o appare- fragile.

La crocerossina non è necessariamente una donna; il copione può riguardare anche gli uomini.

Quale trappola nasconde questo copione?

Il ruolo della crocerossina si esplica nell’aiuto. Le relazioni che instaura si basano su una dinamica di continuo supporto al bisognoso. Quando la persona accudita risolve i suoi problemi o guarisce dai suoi malesseri, di solito, la relazione finisce. Viene meno, infatti, l’elemento essenziale sul quale si era basato il rapporto.

Il “malato” è ora una persona indipendente e la crocerossina non è più indispensabile. Questo le può provocare un grande malessere e smarrimento derivante dall’idea per la quale “io ti ho aiutato, tu mi devi amare”.

Con il tempo, solitamente succede che la crocerossina torna a rifugiarsi nel ruolo che ricopre al meglio, quello di salvatrice di qualcuno che sparirà non appena starà bene. Una condanna destinata a ripetersi.

Come uscirne?

Essere condotta a capire, ma soprattutto a sentire emotivamente, la disfunzionalità del copione irrigidito e degli esiti che produce, può essere d’aiuto. La crocerossina, infatti, gradualmente, può sviluppare reazioni avversive nei confronti di un modello relazionale che per lei è connotato dal piacere. Non deve considerare, quindi, solo il piacere dell’essere indispensabile, ma le conseguenze che questo comporterà.

La crocerossina, inoltre, dovrà essere guidata anche a diluire l’eccesso di disponibilità verso gli altri, sempre in modo graduale e congruente alle sue caratteristiche per aggirare la resistenza al cambiamento.

Come avviene per qualsiasi copione irrigidito, anche la crocerossina dovrà imparare ad interpretare copioni relazionali diversi. Questo non deve essere fatto nell’ottica di sopprimere completamente il copione disfunzionale e di sradicare la personalità, ma con l’obiettivo di aggiungere delle varianti congruenti che permettono di rendersi più flessibili. Un copione comportamentale, infatti, diventa patologico e provoca sofferenza solo quando è irrigidito e portato all’eccesso.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Muriana E., Verbitz T. (2021). Le relazioni dipendenti. Quando l’altruismo diventa patologico. Alpes Italia, Roma.

Nardone G. (2010). Gli errori delle donne (in amore). Ponte alle Grazie, Milano.

PERCEZIONI E BENESSERE

Un famoso esperimento sulle percezioni

Nel 1947 Bruner e Goodman condussero un esperimento molto importante relativo alle percezioni. Mostrarono a dei bambini di diversa estrazione sociale delle monete e diedero loro il compito di stimarne la grandezza. Emerse che i bambini poveri, rispetto a quelli più ricchi, sovrastimavano la grandezza delle monete, probabilmente perché per loro si trattava di un oggetto importante.

Questo studio evidenziò che la percezione non è un processo oggettivo ed universale, ma è influenzato dalle motivazioni, dai bisogni e dalle caratteristiche delle persone. Di conseguenza, ognuno di noi può percepire diversamente una stessa cosa. Se è presente questa diversità nella percezione di elementi specifici, come la grandezza di un oggetto, solitamente è ancora maggiore la variabilità individuale nel modo di percepire stimoli molto più complessi e potenzialmente ambigui, come le caratteristiche di un evento, il comportamento di una persona o il suo carattere.

Percezioni e benessere

Il modo in cui interpretiamo le cose ha un impatto sulle nostre reazioni, a livello di emozioni e di comportamenti. In altre parole, il modo in cui percepiamo quello che ci circonda influenza il nostro benessere che, pertanto, viene compromesso quando sviluppiamo una modalità percettiva disfunzionale e rigida.

Ad esempio, se una persona sviluppa la percezione di non essere apprezzata dagli altri o addirittura di essere oggetto di derisione, probabilmente sperimenterà uno stato d’animo negativo e potrebbe essere portata a isolarsi o ad aggredire gli altri. Questo è il risultato di un processo che potrebbe essere partito da premesse sbagliate o disfunzionali. Quello che per la persona che si sente rifiutata è una critica, per la persona che l’ha fatta potrebbe essere un consiglio. Così come un atteggiamento sfuggente non è necessariamente indice di rabbia e desiderio di allontanare l’altro; potrebbe essere la conseguenza di un momento di tristezza o di difficoltà personale che non riguarda il rapporto con gli altri.

Cambiare

Ciò che osserviamo può essere interpretato in tanti modi diversi che possono influenzare il nostro benessere. Non si tratta di stabilire quali modalità sono corrette e quali sbagliate (anche perché è una distinzione arbitraria), ma di imparare ad utilizzare delle modalità più funzionali ed adattive. Ad esempio, una persona che deve spesso parlare in pubblico ed ogni volta viene travolta dall’ansia, non ha bisogno di chiedersi se è corretto avere il panico. Ha bisogno di superare il problema percependo la situazione come non minacciosa e, di conseguenza, reagendo diversamente.

Le proprie percezioni possono essere cambiate. Spesso il cambiamento più rapido ed efficace è quello che deriva dalle esperienze che in un percorso terapeutico possono essere guidate e create dal professionista.

È possibile arrivare a percepire come innocue le situazioni che incutono terrore. Si può percepire ciò che mette ansia come qualcosa che si è in grado di affrontare nel migliore dei modi. È possibile imparare a percepire gli ostacoli come opportunità di crescita. E così via.

Cambiando le modalità percettive disfunzionali si può costruire il benessere.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Bruner J. S. e Goodman C. C. (1947) Value and need as organizing factors in perception. Journalof Abnormal Social Psychology, 42, 33-44.

NON PIACERSI FISICAMENTE

Il fatto di non piacersi fisicamente può essere fonte di grande sofferenza, non solo tra gli adolescenti, ma anche per gli adulti.

Come è possibile affrontare questo problema? Ecco alcuni spunti di riflessione.

Conosci il tuo “nemico”

Per capire come gestire i difetti fisici percepiti è importante conoscerli bene. Osserva quello che di te non ti piace, descrivi esattamente cosa non ti piace e, di conseguenza, cosa vorresti di diverso.

Non ti piacciono le tue gambe? Cosa esattamente non ti piace? La circonferenza? La muscolatura? La scarsa tonicità? La pelle non idratata?

A volte osservando attentamente i propri difetti ci si può anche rendere conto che non sono così terribili come si pensava e questo può far stare meglio. Non sempre, però, questo succede.

Cosa puoi rendere più bello?

Dopo aver analizzato nel dettaglio ciò che non piace è importante valutare se può essere reso più bello.

Molto spesso l’insoddisfazione delle persone riguarda la forma fisica. C’è chi si vede in sovrappeso, chi ritiene di non avere un corpo tonico, chi detesta solo alcune specifiche parti del corpo -come le gambe o la pancia-. Molte di queste cose, percepite come difetti, possono essere superate oppure possono essere nettamente migliorate, ad esempio prestando attenzione all’alimentazione e facendo specifici esercizi fisici. Tutto questo porta a piacersi di più.

A questo punto, però, può subentrare un’altra valutazione, quella relativa a quanto si è disposti ad impegnarsi per rendersi più belli. Perché di solito lamentarsi è facilissimo, impegnarsi non lo è.

Piacersi rendendosi più affascinanti

Ci sono anche molte cose del proprio aspetto fisico che non possono essere cambiate con l’esercizio. Non si può diventare più alti, cambiare la forma del proprio naso o, ancora, stravolgere la conformazione del fisico.

Quello che, invece, si può fare sempre è rendersi più affascinanti. Come? Valorizzando i propri punti di forza, curando i dettagli, accettando i difetti e facendo in modo che abbiano un impatto quanto più circoscritto possibile sull’immagine di sé. Un esempio? Alcune persone non amano il proprio naso, ma si rendono conto che cambiando alcuni elementi di contorno, come la pettinatura o gli occhiali o il trucco, si modifica anche la percezione complessiva del viso, naso incluso.

Se ci riflettete probabilmente vi verrà in mente qualche personaggio dello spettacolo che non è bello, ma che si piace e piace agli altri perché ha imparato, in qualche modo, a gestire strategicamente i difetti.

Non piacersi fisicamente, insomma, non è una condanna. Perché è possibile cambiare. Perché è possibile rendersi affascinanti. Perché è possibile accettare i difetti e vivere serenamente.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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VEDERSI COME DEI MOSTRI: LA DISMORFOFOBIA

IL DOPPIO LEGAME

Che cos’è il doppio legame?

Il doppio legame è una situazione nella quale la persona è esposta ad una comunicazione contraddittoria, ad esempio con messaggi contrapposti. In questo modo, qualunque cosa la persona fa in un certo senso sbaglia perché si comporta in maniera non coerente rispetto ad almeno uno dei messaggi ricevuti.

Si parla di doppio legame quando questo avviene in una relazione significativa, come può avvenire in famiglia.

Altra caratteristica del doppio legame è il fatto che la persona non può commentare l’incompatibilità dei due messaggi perché verrebbe ignorata o squalificata.

Alcuni esempi

Il doppio legame si manifesta quando non c’è coerenza tra quello che si dice e ciò che, invece, si comunica a livello non verbale. Pensate, ad esempio, ad una persona che dice ad un’altra di essere contenta di vederla, ma ha un’espressione triste o arrabbiata.

Un doppio legame si presenta anche quando si dice ad una persona di essere spontanea. In questo modo, infatti, si chiede di mettere in atto un comportamento che, per definizione è spontaneo e che, quindi, non può essere prodotto volontariamente. Insomma, mission impossible!

Un’altra situazione molto diffusa è quella nella quale si dice ad una persona che deve fare una cosa e che quella cosa le deve piacere. È un classico esempio il genitore che dice al figlio che deve studiare e che deve amare lo studio. Si può dire di fare una certa cosa, ma non si può imporre di provare piacere nel farla.

Pensate anche a tutte le situazioni nelle quali si dice ad una persona -un amico, il partner, un familiare- che può fare quello che vuole, ma se fa certe cose si mostra risentimento. Questa è una comunicazione contraddittoria. Prima si lascia libertà alla persona e poi in qualche modo la si punisce per essersi comportata in modo libero.

Le conseguenze del doppio legame

Secondo Gregory Bateson chi riceve costantemente a comunicazioni caratterizzate dal doppio legame può sviluppare sintomi schizofrenici. Oggi questa teoria è stata ridimensionata perchè è stato evidenziato che la schizofrenia è una patologia influenzata da una molteplicità di variabili biologiche, psicologiche, sociali.

Tuttavia, è possibile affermare che i doppi legami possono provocare delle conseguenze negative. Possono, infatti, generare confusione, insicurezza, senso di colpa. Possono portare anche ad un blocco dell’azione perché, di fatto, la persona si trova in una condizione in cui qualunque cosa fa sbaglia.

Tutto questo può compromettere il benessere personale e la qualità delle relazioni sociali. Per questo motivo in terapia, spesso, occorre intervenire su interazioni caratterizzati da doppi legami che rischiano di diventare dannosi.

L’uso del doppio legame in terapia

Il doppio legame può essere anche terapeutico, se opportunamente utilizzato. Esistono, infatti, tecniche terapeutiche che si basano sullo sfruttare positivamente il doppio legame. Molte di queste prevedono la prescrizione del sintomo con la quale si chiede appunto alla persona di mettere in atto il comportamento problematico secondo specifiche regole e modalità. Prescrivendo il sintomo si possono ottenere due effetti. Può succedere che la persona segua l’indicazione e manifesti il sintomo, ma nella modalità indicata dal terapeuta, dimostrando, quindi, di poterlo controllare. Può succedere anche che, invece, la persona si opponga all’indicazione, ma così facendo non manifesta il comportamento problematico. In entrambi i casi, quindi, si ottiene un successo terapeutico.

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L’IPERSOCIALITA’

L’ipersocialità è la ricerca costante e spasmodica di contatti con molte persone.

Le persone ipersociali solitamente tendono a ricercare nelle relazioni appoggio, sostegno, ma anche consenso in termini di conferma della propria desiderabilità. Provano, di fatto, a piacere agli altri a tutti i costi.

Il ruolo della tecnologia

L’ipersocialità oggi si esprime molto anche attraverso la tecnologia in quanto i social network potenziano la possibilità di entrare in contatto con altre persone

Internet, però, se non usato adeguatamente può diventare anche problematico. Spesso, ad esempio, il mondo virtuale diventa un sostituto del mondo reale in quanto per certi aspetti è più facilmente accessibile e protegge dai rischi e dalle difficoltà che possono presentarsi nell’esposizione reale. Quando il mondo virtuale non è un facilitatore delle interazioni reali, però, protegge da alcune difficoltà, ma priva anche di tanti piaceri. Può diventare, quindi, una prigione dalla quale può essere molto complicato uscire. 

I rischi dell’ipersocialità

Oltre alle possibili problematiche dell’ipersocialità virtuale, esistono anche altri rischi.

Chi insiste nell’ottenere riconoscimento e supporto, spesso, può arrivare ad ottenere esattamente l’effetto opposto perché può rendersi antipatico o addirittura insopportabile e, proprio per questo, può essere rifiutato e allontanato.

Un altro rischio dell’ipersocialità è quello di cadere nella trappola della prostituzione relazionale che porta le persone a soddisfare il più possibile le richieste e le aspettative degli altri per essere accettate. Facendo così, però, si arriva a trascurare completamente se stessi ed i propri bisogni che vengono, quindi, accantonati o addirittura dimenticati. Non sempre si sceglie consapevolmente di applicare questo copione che, infatti, spesso è automatico ed inconsapevole.

Il paradosso dell’ipersocialità

Chi viene respinto costantemente rimane da solo e deve anche gestire le ferite derivanti dal rifiuto.

Chi, invece, si fa accettare per quello che fa è comunque solo. Nessuno lo conosce e lo comprende realmente e non vive l’esperienza di essere accettato ed accolto per quello che è.

L’ipersocialità, spesso, viene considerata l’opposto della solitudine in quanto viene ricercata da chi non vuole stare da solo. In realtà, però, può accadere che una fuga inadeguata dalla solitudine conduca proprio alla solitudine; anzi, può condurre ad uno stato di solitudine ancora peggiore di quello che si teme.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Per approfondire

Nardone G. (2020). La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Ponte alle Grazie, Milano.

PARLARE DI PROBLEMI E PREOCCUPAZIONI FA MALE

Secondo il senso comune parlare dei propri problemi fa bene. In realtà, però, non sempre è così, soprattutto quando si è un comportamento molto frequente e che assume i connotati della lamentela.

Parlare troppo dei problemi rovina le relazioni

Spesso familiari ed amici non si sentono in grado di aiutare la persona o di accettare il carico emotivo che deriva dall’ascoltare i problemi altrui. Chi ascolta, quindi, si trova nella situazione di fronteggiare qualcosa che ha difficoltà a gestire. Questo, ovviamente, non contribuisce a creare o a mantenere una relazione positiva.

Inoltre, anche quando gli ascoltatori sono capaci di svolgere questo ruolo, parlare costantemente dei problemi crea una condizione nella quale il principale argomento di condivisione è rappresentato dagli aspetti negativi della vita della persona. Si toglie spazio, quindi, alla condivisione di aspetti più piacevoli.

Parlare di ansie e paure le amplifica

Parlare frequentemente di ciò che ci preoccupa alimenta ancora di più le nostre ansie ed angosce. Ogni volta che ne parliamo, infatti, direzioniamo la nostra attenzione e le nostre energie sui problemi che, nella nostra percezione, diventano sempre più grandi ed insormontabili. Tutto il resto, invece, passa in secondo piano.

Socializzare le paure, inoltre, può contribuire ad alimentarle anche in virtù del fatto che chi ascolta, con le migliori intenzioni, può dire qualcosa che fa preoccupare ancora di più, ad esempio perché fa emergere altre difficoltà che non erano state considerate o perché ci dice che bisognerebbe fare delle cose che non pensiamo di essere in grado di fare.

Se parlare di problemi e preoccupazioni fa male, qual è il senso della consulenza psicologica e della psicoterapia?

Nei colloqui con uno psicologo ovviamente le persone sono chiamate a parlare dei loro problemi, ma con l’obiettivo di comprendere come gestirli e superarli. I colloqui possono rappresentare anche dei momenti di sfogo che, però, sono circoscritti nel tempo (non avvengono tutti i giorni). Sono orientati, inoltre, a comprendere le caratteristiche ed il funzionamento dei problemi per individuare modalità più efficaci di affrontarli. In altre parole, si tratta di un parlare dei problemi che è principalmente orientato all’individuazione e all’implementazione delle soluzioni.

Dott.ssa Erica Tinelli

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