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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

L’ESPERIENZA EMOZIONALE CORRETTIVA

Che cos’è l’esperienza emozionale correttiva?

L’esperienza emozionale correttiva è un’esperienza che produce un cambiamento nel modo in cui la persona percepisce determinati stimoli e nel modo in cui reagisce ad essi. Si tratta di situazioni concrete nelle quali la persona esperisce direttamente sensazioni differenti da quelle normalmente sperimentate in circostanze analoghe. Ad esempio, per una persona che solitamente viene rifiutata dagli altri e che si percepisce come indesiderabile, il fatto di venire un giorno trattata con gentilezza e disponibilità da qualcuno potrà rappresentare un’esperienza emozionale correttiva.

L’esperienza emozionale correttiva è importante perché permette di produrre dei cambiamenti rapidi ed efficaci nelle percezioni, nelle emozioni e nei comportamenti.

Come si può verificare un’esperienza emozionale correttiva?

Può verificarsi nella vita quotidiana a seguito di eventi imprevisti.

L’esperienza emozionale correttiva, inoltre, può essere prodotta in terapia. L’approccio breve strategico ha come obiettivo proprio quello di produrre delle esperienze emozionali correttive che generano dei cambiamenti rapidi e concreti nelle esperienze delle persone e che successivamente produrranno dei cambiamenti anche a livello di consapevolezza cognitiva. Come evidenziato dalla letteratura scientifica, infatti, il cambiamento si verifica prima in modo incosciente –sotto la spinta di dinamiche emotive- e in secondo momento a livello cognitivo. La persona, quindi, prima scopre, sperimenta, percepisce, sente; solo più tardi capisce.

In terapia l’esperienza emozionale correttiva può essere prodotta con il dialogo strategico che produce un cambiamento nelle rigide percezioni patologiche delle persone attraverso l’uso di domande a illusione di alternativa, parafrasi ristrutturanti, l’evocazione di sensazioni, il riassumere per ridefinire anche con metafore e aforismi.

Inoltre, in terapia breve strategica l’esperienza emozionale correttiva può essere prodotta anche con le prescrizioni, ossia indicazioni di compiti che devono essere eseguiti tra una seduta e all’altra. La maggioranza delle prescrizioni, infatti, sono costruite in modo tale da produrre un cambiamento percettivo-emotivo attraverso delle esperienze concrete.

Differentemente da quanto avviene nella quotidianità, le esperienze emozionali correttive prodotte attraverso la terapia non sono casuali, ma pianificate dal terapeuta per produrre l’effetto correttivo desiderato in modo efficace e rapido.  A tal proposito Paul Watzlawick ha parlato di “eventi casuali pianificati” perché sono casuali per il paziente che non me conosce l’effetto, ma al tempo stesso sono programmati dal terapeuta.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Nardone G., Salvini A. (a cura di) (2013). Dizionario internazionale di psicoterapia. Garzanti, Milano.

Nardone G., Milanese R. (2018). Il cambiamento strategico. Come far cambiare alle persone il loro sentire e il loro agire. Ponte alle Grazie, Milano.

QUANDO LO STUDIO DIVENTA UNA TORTURA

Non riuscire a studiare in maniera serena ed efficace rappresenta un grosso problema per gli studenti, ma anche per chi per altri motivi ha a che fare con lo studio –pensiamo, ad esempio, a chi vuole fare concorsi o corsi di aggiornamento professionale-.

I problemi di studio possono manifestarsi in vari modi.

Non riuscire a studiare

Alcune persone non riescono proprio a studiare. Spesso si trovano nella condizione di non riuscire a concentrarsi e, di conseguenza, di non riuscire a comprendere quanto letto. In alcuni casi, però, c’è un blocco talmente forte che impedisce anche di aprire i libri.

Questo tipo di problema in genere non si presenta improvvisamente, ma è l’esito finale di una serie di difficoltà mal gestite. In particolare, si manifesta spesso in persone che vivono lo studio con senso di obbligo e che cercano in modo esasperato di evocare la motivazione ed il piacere legati allo studio. Più provano a produrre volontariamente delle cose che dovrebbero essere spontanee, più le allontanano e peggiorano il loro problema.

La ricerca della perfezione

A volte le difficoltà nello studio sono legate alla ricerca estrema della perfezione che si può manifestare in varie forme. C’è chi, ad esempio, pretende di capire tutto e subito e non riesce a proseguire nella lettura se ogni singola frase non è chiarissima. C’è chi legge più e più volte le stesse cose perché non si ricorda tutto. C’è chi non riesce a scrivere relazioni o riassunti perché non gli viene in mente la frase di apertura perfetta. C’è chi si blocca perché cerca in continuazione degli argomenti di approfondimento nei quali si perde senza riuscire ad andare avanti e a costruire un quadro d’insieme.

Si tratta di situazioni nelle quali la persona cerca di avere il massimo controllo, ma proprio in virtù dell’estremizzazione di questo comportamento finisce per perdere il controllo.

Ansia da esame

Questo problema non riguarda lo studio in sé, ma il momento dell’esposizione oppure la sua anticipazione mentale. Entro certi livelli è perfettamente normale ed utile provare ansia; anzi, questa rappresenta una risorsa importante che permette alla persona di dare il meglio di sé. Quando è estrema, però, l’ansia diventa un ostacolo alla performance efficace e spesso porta la persona all’evitamento di ciò che teme, ossia l’esposizione.

Come superare i problemi di studio

Secondo l’approccio strategico i problemi, inclusi quelli legati allo studio, si strutturano e si aggravano a causa di una serie di difficoltà che sono state gestite in maniera fallimentare utilizzando delle tentate soluzioni disfunzionali. Nel caso dei problemi di studio le tentate soluzioni disfunzionali prevalenti sono il tentativo di evocare la motivazione o di imporsi lo studio, il tentativo di controllo estremo, l’iperanaliticità, l’evitamento.

L’individuazione e lo sblocco delle tentate soluzioni disfunzionali tipiche di ogni caso consente di superare il problema, spesso anche in tempi rapidi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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4 CONSIGLI PER STUDIARE MEGLIO E PIU’ RAPIDAMENTE

Per approfondire

Bartoletti A. (2013). Lo studente strategico. Come risolvere rapidamente i problemi di studio. Ponte alle Grazie, Milano.

COME SI PUO’ GESTIRE LA FRUSTRAZIONE?

Che cos’è la frustrazione?

Si sperimenta un vissuto di frustrazione quando si incontrano degli ostacoli nel percorso che porta a soddisfare dei bisogni o a raggiungere degli obiettivi che consideriamo importanti.

La frustrazione è un aspetto inevitabile dell’esistenza di ognuno di noi perché a chiunque capita, prima o poi, di avere delle difficoltà che impediscono momentaneamente di ottenere ciò che si vuole. Sarebbe impossibile, quindi, evitare del tutto la frustrazione, mentre quello che si può fare è imparare a gestirla al meglio e trasformarla anche in uno stimolo potenzialmente positivo.

Il primo passo per gestire la frustrazione

La prima cosa da fare è valutare se la frustrazione ha provocato una rabbia molto intensa che necessita di essere adeguatamente incanalata. La rabbia, infatti, è una delle principali conseguenze del vissuto di frustrazione e se è molto forte può portare a delle reazioni sproporzionate e potenzialmente dannose, sia per se stessi che per gli altri. Per evitare che ciò avvenga è possibile utilizzare varie strategie, alcune delle quali sono riportate nell’articolo LA RABBIA: A CHE SERVE E COME SI PUO’ GESTIRE? che ti consiglio di leggere.

Trasformare la frustrazione in una risorsa

La gestione della rabbia è soltanto il primo passo e non sempre è indispensabile perché può anche capitare di sentirsi estremamente frustrati, ma non arrabbiati.

Per poter utilizzare la frustrazione come strumento di crescita bisogna scegliere di impegnarsi attivamente per rimuovere l’ostacolo che si è interposto tra noi e la nostra meta trovando la strategia più adatta alla propria situazione. La frustrazione, infatti, ci informa che per raggiungere il nostro obiettivo o per soddisfare il nostro bisogno, nei più svariati ambiti di vita, è necessario cambiare qualcosa fino a trovare la strada giusta, anche se questo a volte può voler dire imboccare tanti sentieri diversi e tortuosi.

Ad esempio, se una persona è frustrata perché non riesce a migliorare la propria forma fisica deve chiedersi che cosa la frena in questo percorso e che tentativi deve fare per cercare di ottenere di più. In alcuni casi potrebbe non seguire il regime alimentare adatto a lei; in altri casi potrebbe aver scelto di dedicarsi ad uno sport non ottimale per le sue esigenze; altre volte potrebbe aver individuato il tipo di attività fisica perfetta per lei, ma dovrebbe farla più spesso; altre volte ancora dovrebbe capire che sta facendo tutto nel migliore dei modi ma deve “solo” darsi più tempo di quello che aveva previsto. E così via, all’interno di un ventaglio di possibilità che può essere anche molto ampio, che è fatto in parte anche di tentativi e di errori e che a volte può anche richiedere il supporto di un professionista.

La frustrazione, quindi, può essere usata a proprio vantaggio per superare gli ostacoli che l’hanno prodotta. Ovviamente questo processo non sempre è semplice e, anzi, nella maggior parte dei casi è faticoso e non immediato, ma se si tratta di qualcosa che per la persona è molto importante sicuramente ne vale la pena. D’altra parte, poi, l’alternativa qual è? Ci sono persone che in queste situazioni assumono una posizione vittimistica e lamentosa che, anche se a volte può donare un momentaneo sollievo, se perpetrata nel tempo certamente non è risolutiva. Infatti, lamentarsi troppo fa male.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA RABBIA: A CHE SERVE E COME SI PUO’ GESTIRE?

LAMENTARSI TROPPO FA MALE

GLI INGREDIENTI DEL SUCCESSO

La maggior parte delle persone nella vita ricerca il successo, anche se per ognuno il successo può avere un significato diverso ed estremamente personale.

In genere tutti sono concordi nell’affermare che il successo non è così semplice da raggiungere e che, per realizzarlo, è necessario possedere e dosare una serie di ingredienti. Ecco alcuni dei più importanti:

  • CHIAREZZA. Per poter avere successo, devi avere ben chiaro che cos’è per te il successo. Cosa devi realizzare nella tua vita affinchè tu possa considerarti una persona di successo? Forse può sembrare un ingrediente banale, ma non è raro conoscere persone che nel definire i propri progetti di vita si lasciano influenzare dagli altri senza focalizzarsi su ciò che per loro è realmente importante. Realizzare i sogni degli altri non è avere successo e, prima o poi, può generare un grande senso di frustrazione.
  • PIANIFICAZIONE. Definisci l’obiettivo o gli obiettivi che vorresti raggiungere in termini chiari, specifici, concreti e con riferimento a delle tempistiche orientative entro le quali ritieni di poter ottenere i risultati desiderati. Comincia a programmare il percorso che seguirai per raggiungere gli obiettivi. Quali attività dovrai svolgere? Quali abilità dovrai sviluppare? Quali sotto-obiettivi dovrai realizzare? Quali ostacoli potrai incontrare? Come li affronterai?
  • COMPETENZE. Per poter ottenere risultati importanti è necessario essere molto competenti. Non scoraggiarti se senti di essere molto carente in riferimento a specifiche competenze necessarie per raggiungere l’obiettivo. Se lo vuoi davvero, puoi sempre svilupparle, anche quando parti da zero. Non è importante quanto sei portato per fare una determinata cosa, ma quanto sei disposto ad investire per diventare bravo nel fare quella cosa.
  • AUTOCONTROLLO. È la capacità di controllare gli impulsi e di rimandare gratificazioni immediate per concentrarsi sullo svolgimento di azioni che consentono di ottenere importanti risultati a lungo termine. La buona notizia è che è un’abilità che può essere sviluppata (per approfondimenti leggi l’articolo AUTOCONTROLLO E SUCCESSO)
  • STRATEGIA. Possono esserci più modi per raggiungere determinati obiettivi o per svolgere le varie attività. Scegli oppure sviluppa la strategia più adatta alla tua situazione. Non sempre è possibile sapere in anticipo se una strategia è efficace e, a volte, l’unico modo per verificarlo è tentare, anche quando questo significa correre dei piccoli rischi.
  • COSTANZA. Chi si pone obiettivi ambiziosi sceglie di seguire una strada piena di difficoltà che devono essere affrontate e superate. Per farlo è necessario essere costanti. Ci vuole costanza per rivedere ed aggiornare la propria pianificazione quando necessario. Ci vuole costanza per sviluppare competenze ed autocontrollo. Ci vuole costanza per valutare e tentare varie strategie e per perseguire quella più efficace.

Dott.ssa Erica Tinelli

“NON RIESCO A NON PENSARCI“

Nella vita quotidiana non è così raro il tentativo di non pensare a qualcosa. Spesso si cerca di non pensare a delle cose che preoccupano, che creano ansia e stress, come ad esempio un problema lavorativo, delle discussioni con amici o familiari, una situazione difficile da affrontare, un episodio spiacevole che si è verificato. Chi è a dieta spesso cerca di non pensare al cibo, così come chi vorrebbe smettere di fumare può avere la tendenza a cercare di cancellare il pensiero delle sigarette.

Indipendentemente dalla specificità del pensiero che si vorrebbe allontanare, si tratta di un tentativo di evitare che la propria mente si concentri su determinati contenuti e di far in modo che si orienti verso altre direzioni. Molto spesso questa strategia non funziona oppure funziona soltanto in minima parte perché controllare i propri pensieri è estremamente difficile, spesso impossibile, in virtù delle caratteristiche e del funzionamento dei processi cognitivi umani.

Perché il tentativo di non pensare a determinate cose è, spesso, inefficace?

Come dimostrato dagli esperimenti di Wegner, quando ci si cimenta nell’impresa di cercare di non pensare a qualcosa molto spesso, oltre a fallire, si produce anche un peggioramento della situazione perché i pensieri che si volevano evitare non solo non scompaiono, ma possono addirittura presentarsi più frequentemente e/o in maniera più intensa rispetto a prima. In alcune circostanze si riesce ad allontanare determinati pensieri, ma solo per poco tempo: a breve si ripresentano inevitabilmente, spesso in modo più prepotente. Anche in questo caso, quindi, la strategia non può essere considerata efficace.

Perché succede questo? Wegner spiega il fenomeno facendo riferimento alla distinzione tra processi cognitivi automatici e processi cognitivi controllati. I processi automatici, i più frequenti, si verificano in modo inconsapevole e sfuggono al controllo della persona. I processi controllati, invece, possono essere attivati solo intenzionalmente e si basano su valutazioni approfondite, ma richiedono tempo ed energie cognitive. Secondo Wegner quando vogliamo evitare di pensare a certe cose dobbiamo:

  1. ricercare i pensieri indesiderati attraverso un processo automatico che richiede poco sforzo
  2. ricercare i pensieri sostitutivi attraverso un processo controllato che richiede impegno e che può essere disattivato quando le risorse cognitive si sono esaurite o scarseggiano

Se ci s’impegna a sopprimere i pensieri indesiderati in situazioni di normale disponibilità di risorse cognitive, entrambi i processi potranno essere attuati con successo. Se invece, si cerca di farlo in condizioni di stanchezza o mentre si è impegnati in altre attività, è molto probabile che si riuscirà efficacemente a ricercare i pensieri indesiderati, ma non si riuscirà ad attivare il processo di ricerca dei pensieri sostitutivi, con l’esito paradossale di aver reso ancora più accessibili i pensieri spiacevoli. Dal momento che le risorse cognitive sono estremamente limitate rispetto a tutto ciò che dobbiamo fare nell’arco della giornata, è estremamente probabile che questo effetto prima o poi si verificherà.

Che fare, quindi, se hai dei pensieri indesiderati che ti perseguitano?

Dipende molto dalla situazione. Per prima cosa evita di accanirti nel tentativo fallimentare di eliminarli. Accettali, dopo un po’ di tempo potrebbero sparire o affievolirsi naturalmente. Se così non fosse è necessario analizzare in modo più approfondito la situazione per trovare la giusta strategia per elaborare tali pensieri ed arrivare a risolvere il problema.

Dott.ssa Erica Tinelli

 Bibliografia

Mannetti L. (2002). Psicologia sociale. Carocci, Roma.

SAPER BRILLARE DI LUCE PROPRIA

“Mio figlioè laureato”

“Mio marito ha un lavoro di responsabilità”

“Mia moglie sa fare tutto”

“E’ medico”

“Ha sempre preso il massimo dei voti”

“E’ bravissimo nello sport”

“E’ il migliore in…”

Cosa hanno in comune tutte queste frasi (e tante altre)? Sono tutte orientate ad elogiare, delle persone vicine a sè, come ad esempio un figlio oppure il/la partner. 

Ovviamente in questo potrebbe non esserci niente di male o niente di strano. A chiunque fa piacere avere vicino delle persone con dei talenti o delle caratteristiche positive, delle persone che in determinati ambiti sanno distinguersi dagli altri e sanno individuare interessi o progetti di vita da portare avanti in modo così determinato da arrivare ad eccellere. 

Il punto, però, è che per alcune persone il fatto di avere vicino qualcuno che è bravo in qualcosa rappresenta l’unico elemento di soddisfazione perché hanno costruito una vita nella quale non hanno individuato o non hanno perseguito in modo efficace degli obiettivi personali oppure lo hanno fatto in riferimento a cose che non li hanno resi felici e ora non sono contenti di quello che hanno e di quello che sono.

L’unico modo che sembra loro possibile per risollevarsi da questa condizione potenzialmente deprimente è quello di “appoggiarsi” ad altre persone e ai loro progetti, alle loro ambizioni, alle loro qualità perché in questo modo è come se sentissero tutte queste cose un po’ come proprie, anche se in realtà non lo sono affatto. Il tentativo, quindi, è quello di spendere di luce riflessa, sperando che questo possa donare un po’ di sollievo e di felicità, anche lieve.

Ogni persona, però, dovrebbe imparare a brillare di luce propria, ossia dovrebbe imparare a stare bene e ad essere soddisfatta per le proprie doti, per i propri progetti nei più svariati ambiti, per i propri successi, piccoli e grandi. E se non ha niente di tutto questo, può sempre imparare a lavorare per costruirlo.

A volte le persone si rendono conto di non aver realizzato niente di importante per loro quando pensano che ormai è troppo tardi, quando pensano di essere troppo grandi. Certamente l’età è un fattore importante, inutile negarlo: fare progetti a 20 ed impegnarsi per realizzarli non è la stessa cosa che farli a 40-50, ma è sempre possibile attivarsi per realizzare qualcosa di proprio, qualcosa che rende felici, soddisfatti, orgogliosi di sé.

L’alternativa è certamente quella di brillare di luce riflessa e magari anche cercare di consolarsi provando a “spegnere” altre persone, gettando fango su di loro e sminuendo i loro successi ed i traguardi raggiunti… ma questo può significare davvero brillare? Forse per le persone che si accontentano, sì.

Dott.ssa Erica Tinelli

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