fbpx

Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

LE TENTATE SOLUZIONI RELAZIONALI NEL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

Il coinvolgimento dei familiari di chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo può essere estremamente invalidante e, molto spesso, coinvolge anche i familiari di chi presenta questo problema. Genitori, figli e partner, infatti, solitamente cercano di aiutare la persona a superare il disturbo oppure a gestirlo al meglio.

Senza la guida di un terapeuta, però, spesso accade che con le migliori intenzioni si producono gli effetti peggiori. Il tentativo di aiutare può essere non solo inutile, ma addirittura dannoso perchè può contribuire al mantenimento ed al peggioramento del problema.

Le tentate soluzioni relazionali principali sono: rassicurare, cercare di convincere la persona ad interrompere le compulsioni, aiutare ad eseguire le compulsioni rituali.

Rassicurare

I familiari spesso cercano di rassicurare la persona sofferente del fatto che non succederà nulla di brutto e coerente con le ossessioni. Non accadrà nessun incidente, non si verificherà alcuna contaminazione, non ci saranno raptus che porteranno a fare cose terribili…e così via. Anche se questo, da certi punti di vista, può apparire ragionevole, implicitamente conferma alla persona che ci sono dei pericoli; altrimenti non avrebbe bisogno di rassicurazioni.

A volte i tentativi di rassicurazione non riguardano solo le ossessioni, ma anche l’aver eseguito bene le compulsioni (come i lavaggi o i controlli). In questi casi implicitamente viene inviato il messaggio per il quale l’esecuzione delle compulsioni è necessaria, altrimenti per quale motivo sarebbe importante sottolineare che è stata fatta bene?

Cercare di convincere la persona ad interrompere le compulsioni

“Non lavarti così tante volte, non ha senso”, “smetti di controllare più e più volte, una è sufficiente”, “non ripetere quelle azioni, è la tua malattia che ti porta a farle”, “smettila, diventerai pazzo e ci farai impazzire” sono solo alcune delle frasi che i familiari di chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo possono pronunciare.

Il problema, però, è che, come molti problemi psicologici, anche il disturbo ossessivo-compulsivo di solito non si supera solo grazie alla forza di volontà. Sono necessarie, infatti, delle specifiche strategie terapeutiche.

Dire ad una persona che non deve eseguire determinate compulsioni significa dirle qualcosa che non condivide oppure, come accade molto più spesso, che sa perfettamente. Chi esegue le compulsioni, in genere, sa che non dovrebbe comportarsi così, ma non riesce a fare diversamente.

Aiutare ad eseguire le compulsioni rituali

Di solito i familiari cercano di aiutare la persona ad eseguire i rituali, sperando che la persona possa sentirsi rassicurata o anche per fare le cose in fretta. In alcuni casi, infatti, le compulsioni diventano talmente invalidanti e compromettenti da richiedere molto tempo. È il caso, ad esempio, di chi aiuta la persona a controllare che tutto sia in ordine o che tutto sia pulito di aver fatto bene il rituale di lavaggio o di riordino.

Anche qui, però, implicitamente viene lanciato il messaggio che è ragionevole eseguire le compulsioni, altrimenti perché ricevere aiuto per questo?

Come intervenire sul disturbo ossessivo-compulsivo

È molto importante che i familiari di chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo, così come la persona direttamente interessata, ricevano delle indicazioni da parte di un terapeuta su come gestire la situazione ed arrivare a superare il problema.

Genericamente è possibile affermare che bisogna agire per interrompere le tentate soluzioni disfunzionali. Il modo in cui questo deve essere fatto, però, va valutato in base alla specificità del caso e va monitorato nel corso del tempo.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

LA SCHIZOFRENIA E GLI ALTRI DISTURBI PSICOTICI

Cosa sono i disturbi psicotici?

La schizofrenia e gli altri disturbi psicotici -come il disturbo psicotico breve, il disturbo delirante, il disturbo schizofreniforme- sono dei disturbi piuttosto seri e potenzialmente molto invalidanti. Si caratterizzano, infatti, per l’assenza di un adeguato esame di realtà e per la grave alterazione dei processi di percezione, di pensiero, di comportamento.

I sintomi tipici dei disturbi psicotici sono:

  • i deliri, che sono convinzioni errate che la persona sostiene con determinazione
  • le allucinazioni, che si manifestano quando la persona percepisce qualcosa che non c’è
  • il pensiero e l’eloquio disorganizzati, ossia caratterizzati dal venir meno dei nessi associativi tra i vari argomenti o tra domande e risposte
  • la catatonia, che è una grave alterazione del comportamento psicomotorio che prevede ridotta reattività all’ambiente. Può prevedere immobilismo, mutismo, immotivata agitazione, movimenti stereotipati e senza alcun fine, mantenimento di posture contro la gravità, ripetizione insensata di gesti o parole.
  • l’appiattimento affettivo, cioè l’assenza o la riduzione delle emozioni
  • la carenza di comunicazione verbale (alogia)
  • la perdita di piacere (anedonia)
  • la riduzione delle attività orientate ad un obiettivo (abulia)

Quali possono essere le conseguenze di un disturbo psicotico?

Un disturbo psicotico può compromettere la capacità di lavorare, di studiare, di relazionarsi agli altri e, a volte, anche di svolgere attività quotidiane di cura di sé e della casa. Ad esempio, una persona che è convinta che gli altri la vogliono uccidere, familiari inclusi, (delirio di persecuzione) potrebbe arrivare a non uscire più dalla sua stanza e a passare tutto il suo tempo a rimuginare su questa cosa, dimenticandosi di tutto il resto.

Il livello di compromissione dipende dalla gravità del disturbo che, a sua volta, dipende molto da quando viene fatta la diagnosi e da quando viene iniziato il trattamento.

Diagnosi e trattamento, infatti, dovrebbero essere quanto più precoci possibile per ottenere esiti migliori.

Il trattamento dei disturbi psicotici

Il trattamento dei disturbi psicotici solitamente prevede un’integrazione tra terapia farmacologica e psicoterapia che consentono di contenere i sintomi invalidanti e di aiutare la persona a migliorare la qualità della propria vita.

La sola terapia farmacologica di solito non è sufficiente per superare o per gestire efficacemente il problema. È fondamentale anche un percorso di psicoterapia che aiuti la persona a diventare consapevole del problema, a sviluppare comportamenti più funzionali, a gestire le situazioni di stress che possono contribuire all’esasperazione o alla ricomparsa dei sintomi, a definire progetti di studio, lavoro, relazioni.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

https://salute.regione.emilia-romagna.it/normativa-e-documentazione/linee-di-indirizzo/archivio-documenti-tecnici/linee-guida/raccomandazioni-regionali-esordio-psicotico-2016

LA PEGGIORE FANTASIA

Che cos’è?

La peggiore fantasia è una tecnica sviluppata da Giorgio Nardone per il trattamento di alcune specifiche problematiche, come gli attacchi di panico e le fobie. Rappresenta una delle principali tecniche del trattamento di queste patologie secondo l’approccio della terapia breve strategica.

Come funziona la peggiore fantasia?

Si chiede alla persona di ritagliarsi ogni giorno mezz’ora di tempo per portare alla mente tutte le peggiori fantasie in merito alle proprie paure, sforzandosi di provare ansia. Ad esempio, se la persona ha paura di allontanarsi da casa da sola per timore di sentirsi male, le si chiede di immaginare proprio questo scenario e di calarsi volontariamente in tutte le sue paure peggiori.

La tecnica, quindi, va in una direzione opposta a quella ricercata dalle persone che, invece, provano a rassicurarsi, a dirsi che andrà tutto bene, che non c’è motivo di essere preoccupati e ansiosi.

La peggiore fantasia si basa sul principio per il quale “la paura guardata in faccia si trasforma in coraggio, la paura evitata diventa timor-panico”, principio confermato anche dalle neuroscienze.

Qual è l’efficacia della tecnica?

Secondo le ricerche che sono state condotte dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo, la terapia breve strategica ha un tasso di efficacia del 95% per quanto riguarda la risoluzione dei disturbi fobici e ansiosi, tra i quali rientrano gli attacchi di panico. 

I risultati, inoltre, solitamente vengono raggiunti in tempi brevi. Infatti, il trattamento completo in media richiede 7 sedute, ma i primi miglioramenti significativi, in genere, si manifestano prima.

La tecnica, quindi, è molto efficace, anche se bisogna considerare che l’intervento non prevede solo l’applicazione della tecnica della peggiore fantasia, ma di altre tecniche specifiche per ogni caso. La peggiore fantasia, però, in genere è la tecnica principale.

E se la peggiore fantasia non funziona?

Di solito la peggiore fantasia non funziona o funziona in modo limitato quando:

-viene applicata al caso sbagliato, ad esempio a persone che non soffrono di panico, ma di altre problematiche. A me per esempio a volte arrivano persone che leggendo i libri hanno provato ad applicare in autonomia la tecnica che non ha funzionato perché si trattava di persone che soffrivano di angoscia più che di panico. L’angoscia richiede un trattamento diverso.

-non viene applicata in maniera rigorosa per un tempo adeguato

-ci sono altri meccanismi di mantenimento del problema che sono molto potenti e che richiedono di essere analizzati e gestiti efficacemente.

Per questi motivi, di solito è fondamentale la valutazione e l’accompagnamento di un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Nardone G., Salvini A. (a cura di) (2013). Dizionario internazionale di psicoterapia. Garzanti, Milano.

Nardone G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G. (1993). Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Ponte alle Grazie, Milano.

IL LEGAME TRA OSSESSIONI E COMPULSIONI

Nel disturbo ossessivo-compulsivo le compulsioni vengono messe in atto con l’obiettivo di ridurre l’ansia ed il disagio che deriva dalle ossessioni.

Ad esempio, una persona ossessionata dalla paura di essersi contaminata può fare dei lavaggi compulsivi per contenere la paura dello sporco e delle infezioni.

Il legame realistico tra ossessioni e compulsioni

In molti casi tra ossessioni e compulsioni esiste un legame realistico e logico, ma le compulsioni sono chiaramente eccessive e sproporzionate, arrivando, in un certo senso, a perdere la loro ragionevolezza.

Ad esempio, se una persona teme di essersi sporcata, è ragionevole che si lavi. Non è ragionevole, però, che lo faccia per ore oppure che lo faccia più e più volte.

Se una persona teme di non aver spento la luce o di non aver chiuso la macchina è ragionevole che vada a controllare. E’ sufficiente, però, che lo faccia una sola volta.

È proprio la tendenza a ripetere le compulsioni più e più volte uno degli elementi essenziali che differenzia questi comportamenti rituali da azioni perfettamente normali e sane.

C’è sempre un legame realistico tra ossessioni e compulsioni?

No. In molti casi non esiste alcun legame apparentemente razionale.

Pensiamo, ad esempio, a chi si sente costretto a compiere specifici movimenti del corpo prima di uscire di casa per evitare di avere incidenti. Oppure pensiamo a chi deve ripetere delle parole considerate magiche perché altrimenti teme che potrebbe succedere qualcosa di terribile ai propri familiari.

Ci sono, poi, persone che si sentono obbligate a vestirsi in determinati modi (ad esempio usando solo alcuni colori o alcuni specifici capi di abbigliamento) per evitare che succeda qualcosa di brutto o per fare in modo che avvenga qualcosa di bello.

Le compulsioni riducono l’ansia, ma…solo in parte

Le compulsioni servono per cercare di eliminare o di ridurre l’ansia ed il malessere derivanti da pensieri, impulsi o immagini ossessive. Tali rituali, però, non sono mai completamente rassicuranti e per questo si ripetono svariate volte. Nella migliore delle ipotesi riescono ad alleviare il disagio solo per un breve periodo di tempo. Successivamente, però, la persona viene nuovamente travolta dalle ossessioni e dal bisogno di eseguire le compulsioni. Il circolo vizioso è apparentemente senza fine. 

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica-tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

IL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

LE DIVERSE COMPULSIONI NEL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

LE OSSESSIONI PIU’ DIFFUSE

AVERE PENSIERI MALVAGI

IL COPIONE DELLA CROCEROSSINA

Come si manifesta il copione della crocerossina?

La crocerossina è una persona che aiuta gli altri in modo esasperato ed eccessivo, mettendo da parte le proprie esigenze ed i propri bisogni. Per questo può apparire anche molto trascurata: è così tanto assorbita dalla cura dell’altro, da spendere tutte le sue energie ed il suo tempo in questo compito. Tuttavia, questo di solito non le provoca un grande disagio perché si tratta di un qualcosa che la appaga.

Alla base di questo copione comportamentale, infatti, vi è il piacere di sentirsi non solo utile, ma addirittura indispensabile ed insostituibile per qualcuno che ha problemi e che è percepito come bisognoso di accudimento. Questo piacere è preponderante rispetto alla fatica del ruolo.

La crocerossina, quindi, è portata a legarsi a persone con difficoltà e con problemi da risolvere. Può trattarsi di qualcuno con seri problemi fisici, di qualcuno che è uscito da poco da relazioni che l’hanno devastato, di persone con problemi economici, lavorativi, familiari, di tossicodipendenza … o anche semplicemente di qualcuno che è -o appare- fragile.

La crocerossina non è necessariamente una donna; il copione può riguardare anche gli uomini.

Quale trappola nasconde questo copione?

Il ruolo della crocerossina si esplica nell’aiuto. Le relazioni che instaura si basano su una dinamica di continuo supporto al bisognoso. Quando la persona accudita risolve i suoi problemi o guarisce dai suoi malesseri, di solito, la relazione finisce. Viene meno, infatti, l’elemento essenziale sul quale si era basato il rapporto.

Il “malato” è ora una persona indipendente e la crocerossina non è più indispensabile. Questo le può provocare un grande malessere e smarrimento derivante dall’idea per la quale “io ti ho aiutato, tu mi devi amare”.

Con il tempo, solitamente succede che la crocerossina torna a rifugiarsi nel ruolo che ricopre al meglio, quello di salvatrice di qualcuno che sparirà non appena starà bene. Una condanna destinata a ripetersi.

Come uscirne?

Essere condotta a capire, ma soprattutto a sentire emotivamente, la disfunzionalità del copione irrigidito e degli esiti che produce, può essere d’aiuto. La crocerossina, infatti, gradualmente, può sviluppare reazioni avversive nei confronti di un modello relazionale che per lei è connotato dal piacere. Non deve considerare, quindi, solo il piacere dell’essere indispensabile, ma le conseguenze che questo comporterà.

La crocerossina, inoltre, dovrà essere guidata anche a diluire l’eccesso di disponibilità verso gli altri, sempre in modo graduale e congruente alle sue caratteristiche per aggirare la resistenza al cambiamento.

Come avviene per qualsiasi copione irrigidito, anche la crocerossina dovrà imparare ad interpretare copioni relazionali diversi. Questo non deve essere fatto nell’ottica di sopprimere completamente il copione disfunzionale e di sradicare la personalità, ma con l’obiettivo di aggiungere delle varianti congruenti che permettono di rendersi più flessibili. Un copione comportamentale, infatti, diventa patologico e provoca sofferenza solo quando è irrigidito e portato all’eccesso.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Muriana E., Verbitz T. (2021). Le relazioni dipendenti. Quando l’altruismo diventa patologico. Alpes Italia, Roma.

Nardone G. (2010). Gli errori delle donne (in amore). Ponte alle Grazie, Milano.

IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Che cos’è il gioco d’azzardo patologico?

Il “gioco d’azzardo” include tutti quei giochi che prevedono vincite in denaro che sono determinate solo dal caso e non dalle abilità della persona.

Diventa patologico quando il comportamento è ricorrente e quando la persona non riesce a rinunciare al gioco, anche se questo ha un impatto negativo sulla sua vita. Il giocatore d’azzardo, infatti, spesso cerca di smettere o di giocare meno, ma non ci riesce. Nella migliore delle ipotesi riesce ad astenersi per un breve periodo di tempo, ma poi ricade perchè il gioco d’azzardo patologico assume i connotati di una vera e propria dipendenza. Anzi, oltre a non riuscire a smettere, di solito la persona ha bisogno di avere sempre più soldi da giocare per ottenere la gratificazione desiderata.

Il gioco d’azzardo diventa anche un comportamento nel quale rifugiarsi quando si provano sensazioni che causano disagio -come l’ansia, la depressione, il senso di colpa-.

Le conseguenze

Il coinvolgimento nel gioco d’azzardo può portare a compromettere il lavoro, lo studio, le relazioni. Le preoccupazioni relative al problema e a come procurarsi il denaro, infatti, possono diventare un chiodo fisso. Tutto il resto può essere abbandonato o trascurato.

Il gioco d’azzardo può avere conseguenze disastrose anche sulla situazione finanziaria della persona o dell’intera famiglia. La persona può arrivare anche a mettere in atto comportamenti illegali -come il furto, la frode- per ottenere soldi.

Il giocatore d’azzardo può avere anche intenzioni suicidarie e può tentare il suicidio.

Il trattamento del gioco d’azzardo

Si tratta di una dipendenza comportamentale ed il trattamento d’elezione è la psicoterapia che può essere rivolta direttamente alla persona, ma anche alla sua famiglia.

L’obiettivo sarà quello di arrivare ad interrompere il comportamento problematico. Per far questo, in terapia breve strategica si usano specifiche tecniche che servono a modificare la sensazione di piacere associata al comportamento che, in questo modo, verrà modificato più facilmente.

Sarà importante anche aiutare la persona a creare gratificazioni alternative più funzionali e guidarla a recuperare un rapporto sano con il denaro, a sviluppare abilità sociali e di gestione dello stress. La terapia dovrà servire anche a costruire o ricostruire ciò che è stato distrutto o mai costruito a causa del coinvolgimento nel gioco d’azzardo, come i propri progetti lavorativi o relazionali.

Molto spesso chi gioca d’azzardo ha anche altre problematiche, ad esempio altre dipendenze, disturbi di personalità, d’ansia e depressivi. In questi casi, ovviamente, l’intervento dovrà essere più ampio e non focalizzarsi esclusivamente sul gioco d’azzardo patologico.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it