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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO

Che cos’è il trattamento sanitario obbligatorio?

Il trattamento sanitario obbligatorio (tso) è un intervento sanitario (tipicamente un ricovero) effettuato contro la volontà della persona. Si tratta, quindi, di casi straordinari perché di norma i trattamenti sanitari devono essere volontari.

Il tso, infatti, avviene in presenza di gravi alterazioni psichiche che richiedono interventi urgenti, come può succedere, per esempio, quando una persona tenta il suicidio o tenta di uccidere qualcuno.

Come funziona?

Il tso viene predisposto a partire da una proposta motivata di un medico che viene, poi, convalidata da un secondo medico del sistema sanitario nazionale.

A livello burocratico, è disposto dal sindaco in qualità di autorità sanitaria locale. Il tso deve essere comunicato al giudice tutelare che, entro 48 ore, decide se convalidare o revocare il provvedimento.

Se il tso si protrae oltre i 7 giorni occorre informare il sindaco delle motivazioni e indicargli anche l’ulteriore durata presumibile del ricovero.

Il trattamento sanitario obbligatorio è una violazione della libertà della persona?

Forse in un certo senso sì, ma con l’obiettivo di raggiungere un obiettivo molto più importante: quello della salute del diretto interessato e degli altri. Non si può evitare il tso di una persona pericolosa solo per non violare la sua libertà; così facendo, infatti, non si prenderebbe in considerazione la sicurezza.

Una persona che presenta gravi alterazioni psichiche, inoltre, può non essere in grado di ragionare lucidamente e di capire quello che è meglio per lei e per gli altri. Non è capace di fare scelte consapevoli. Infatti, può capitare che, al termine della fase acuta, la persona riconosca l’utilità del tso e del proseguimento delle cure.

Durante il tso, infine, la persona non è reclusa ed isolata. Ad esempio, può comunicare con chi vuole. Durante il ricovero si prova a ricercare la sua partecipazione ed il suo consenso e può capitare che da un ricovero obbligatorio si passi ad uno volontario.

Quali sono le psicopatologie più diffuse tra coloro che vengono sottoposti al tso?

In genere si tratta di disturbi maggiori, come i gravi disturbi di personalità o la depressione grave.

Il tso può essere disposto anche nei confronti di persone che soffrono di anoressia e che si trovano in una condizione di importante rischio fisico, come il rischio di vita o di compromissione del funzionamento degli organi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

IL LEGAME TRA FOBIE E TRAUMI

Le fobie sono delle paure irrazionali orientate situazioni innocue oppure paure legittime che, però, raggiungono livelli eccessivamente elevati, diventando, quindi, sproporzionate.

Perché questo avviene? Secondo il senso comune le fobie sono la conseguenza di traumi, ma spesso non è così.

Quando le fobie si manifestano in assenza di traumi

Spesso le persone hanno il terrore di specifiche situazioni anche in assenza di esperienze problematiche connesse a quelle situazioni. C’è chi, ad esempio, ha la fobia della guida anche se non è mai stato vittima o osservatore di incidenti; chi ha paura dei cani o di altri animali pur non avendo mai vissuto aggressioni o situazioni poco spiacevoli; chi ha la fobia del dentista anche se non ci è mai andato o non ha mai dovuto subire interventi problematici; c’è chi ha la fobia dell’aereo anche se i viaggi che ha fatto sono sempre andati benissimo…e così via.

Quando le fobie si manifestano a seguito di traumi

In altri casi, invece, le fobie si sviluppano a seguito di un trauma che, però, non necessariamente rappresenta il focus dell’intervento psicologico perché la persona potrebbe aver elaborato adeguatamente il trauma, pur continuando a manifestare la fobia.

Il primo compito del professionista, quindi, è valutare se si è in presenza di un disturbo da stress post-traumatico o di una fobia, indipendentemente dal fatto che questa si è manifestata successivamente ad una specifica esperienza. Il disturbo da stress post-traumatico e le fobie, infatti, hanno delle caratteristiche e delle logiche di funzionamento differenti e, pertanto, richiedono interventi diversi. In assenza di un disturbo da stress post-traumatico, l’intervento sarà focalizzato sulla fobia e sui meccanismi che determinano il suo mantenimento.

Un esempio

Pensiamo ad un ragazzo che ha la fobia della guida e che, in passato, è stato vittima di un incidente.

Se a seguito di tale incidente il ragazzo ha sviluppato un disturbo da stress post-traumatico, il suo trattamento rappresenterà il primo bersaglio dell’intervento terapeutico. Tale intervento potrà essere sufficiente a sbloccare completamente la situazione oppure potrà essere necessario, successivamente, anche intervenire sulla fobia.

Se, invece, il ragazzo, a seguito dell’incidente non ha sviluppato un disturbo da stress post-traumatico, si interverrà direttamente sui meccanismi che sono alla base dello strutturarsi delle fobie, come ad esempio l’evitamento mentale e comportamentale, il chiedere costantemente aiuto, il tentativo di controllare pensieri e reazioni psicofisiologiche.

Il fatto che un trauma precede una fobia, infatti, non vuol dire che il trauma ne rappresenti la causa o il fenomeno che determina il mantenimento del problema.

Dott.ssa Erica Tinelli

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IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITA’

Le caratteristiche del disturbo

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività solitamente inizia a manifestarsi nell’infanzia e si caratterizza per l’alterazione della capacità di attenzione e di controllo degli impulsi. I bambini con questo problema, infatti, tendono ad essere molto disattenti ed impulsivi. Possono avere difficoltà a fare i compiti o altre attività quotidiane, così come ad ascoltare e a gestire il tempo. Spesso, inoltre, commettono errori di distrazione, perdono le cose, manifestano molti segnali fisici di iperattività –come battere le mani e i piedi, saltare, non riuscire a stare seduti o fermi o a giocare tranquillamente-.

Per poter diagnosticare il disturbo, ovviamente, è necessario che le difficoltà descritte siano persistenti e ricorrenti e compromettano lo svolgimento delle attività lavorative, scolastiche o di altro tipo. Questa valutazione è molto importante –ed è importante che venga fatta da un esperto-. E’ necessario, infatti, evitare di confondere un problema con la normale vivacità e distraibilità di un bambino o con episodi problematici che, però, sono sporadici.

Il trattamento del disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Nel trattamento solitamente è fondamentale il coinvolgimento dei genitori. In virtù del ruolo che ricoprono, infatti, possono rappresentare un’importante risorsa per aiutare il bambino a superare il problema.

Molto spesso i genitori hanno bisogno di un supporto per essere guidati a fornire istruzioni chiare e a gestire il bambino in modo da eliminare i comportamenti problematici. Per fare questo è necessario sia intervenire adeguatamente nei momenti critici, sia lavorare in un’ottica di prevenzione degli stessi. Molto spesso, ad esempio, è fondamentale lavorare anche sulla comunicazione genitori-figli e sull’organizzazione della vita sociale e ricreativa del bambino che, in genere, ha bisogno di adeguate stimolazioni. I segni del disturbo, infatti, tendono ad essere minimi o assenti quando il bambino si trova in ambienti nuovi o quando è coinvolto in attività particolarmente interessanti.

Nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione/iperattività a volte è sufficiente lavorare “solo” con i genitori. Altre volte, invece, è fondamentale o comunque molto utile intervenire anche direttamente sul bambino o sul ragazzo. In questo caso potrà essere aiutato a sviluppare abilità legate al controllo degli impulsi, al rimandare le gratificazioni, allo svolgimento efficace delle varie attività quotidiane, alla gestione della frustrazione, alle relazioni sociali.

Dott.ssa Erica Tinelli

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

LA DIAGNOSI IN PSICOTERAPIA

Cos’è la diagnosi in psicoterapia?

Fare una diagnosi in psicoterapia significa ricondurre una serie di sintomi ad una particolare patologia o condizione. Viene attribuito, quindi, un nome specifico ai problemi e alle difficoltà riportate dalla persona.

Ad esempio, se una persona dice di essere sempre triste, di non provare piacere in nessuna attività, di sentirsi affaticata, di non riuscire a dormire, di sentirsi in colpa, è possibile ipotizzare una diagnosi di disturbo depressivo maggiore.

Se una persona riferisce di essere ossessionata dal timore di potersi contaminare con qualcosa di sporco e per questo ogni giorno passa ore e ore a igienizzarsi con particolari rituali si può pensare ad una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo.

Quali sono i vantaggi della diagnosi?

La diagnosi in psicoterapia può rappresentare un punto di riferimento in base al quale orientare l’intervento. Il lavoro del terapeuta, infatti, non è sempre lo stesso, ma deve adattarsi ad una serie di variabili, come le caratteristiche delle persone con le quali lavora, ma anche le diagnosi. Ogni problema può essere gestito e superato utilizzando specifiche tecniche e protocolli, particolari modalità comunicative e relazionali che variano anche in base alla diagnosi. Ad esempio, le tecniche terapeutiche usate con una persona depressa non solo le stesse impiegate con una persona che presenta un disturbo ossessivo-compulsivo.

Inoltre, in alcuni casi è fondamentale la condivisione della diagnosi con il paziente per far comprendere la situazione. A volte, ad esempio, può capitare che le persone tendano a sminuire un po’ alcune loro difficoltà. In questi casi la condivisione della diagnosi può aiutare a favorire la consapevolezza della complessità o della gravità del problema. L’obiettivo, ovviamente, non è quello di spaventare la persona, ma di indurla ad attivarsi e ad impegnarsi per lavorare sulla risoluzione del problema.

E gli svantaggi?

La diagnosi, se non usata nel modo giusto, può rappresentare un limite. Per una terapia efficace, infatti, oltre alla diagnosi deve essere analizzata anche la specificità di ogni situazione e di ogni persona. Sotto la stessa etichetta diagnostica possiamo trovare situazioni e persone che sono anche molto diverse tra loro.

Un altro possibile svantaggio della diagnosi riguarda il fatto che una volta che è stata formulata si potrebbe essere orientati, anche inconsapevolmente, a ricercare tutti gli elementi che la confermano, allontanando, invece, tutte le cose che sembrano essere in contraddizione. Ciò potrebbe portare a non avere un quadro chiaro e completo della situazione. Proprio per questo la diagnosi dovrebbe essere sempre ipotetica e bisognerebbe essere sempre pronti a metterla in discussione.

Evitare un’eccessiva focalizzazione sulla diagnosi in psicoterapia

A volte si presta alla diagnosi un’eccessiva attenzione.

Spesso, ad esempio, dopo avermi raccontato i loro problemi le persone mi chiedono cose tipo: “Sono borderline?”. “E’ depressione?”, spesso sperando che io risponda di no perché quella diagnosi li preoccupa.

In questi casi invito spesso le persone a chiedersi: “quanto questa difficoltà è invalidante per me?”. Se la risposta è: “abbastanza” oppure “tanto” forse vale la pena lavorare per risolvere il problema, indipendentemente da come si chiama.

Dott.ssa Erica Tinelli

L’IPERSOCIALITA’

L’ipersocialità è la ricerca costante e spasmodica di contatti con molte persone.

Le persone ipersociali solitamente tendono a ricercare nelle relazioni appoggio, sostegno, ma anche consenso in termini di conferma della propria desiderabilità. Provano, di fatto, a piacere agli altri a tutti i costi.

Il ruolo della tecnologia

L’ipersocialità oggi si esprime molto anche attraverso la tecnologia in quanto i social network potenziano la possibilità di entrare in contatto con altre persone

Internet, però, se non usato adeguatamente può diventare anche problematico. Spesso, ad esempio, il mondo virtuale diventa un sostituto del mondo reale in quanto per certi aspetti è più facilmente accessibile e protegge dai rischi e dalle difficoltà che possono presentarsi nell’esposizione reale. Quando il mondo virtuale non è un facilitatore delle interazioni reali, però, protegge da alcune difficoltà, ma priva anche di tanti piaceri. Può diventare, quindi, una prigione dalla quale può essere molto complicato uscire. 

I rischi dell’ipersocialità

Oltre alle possibili problematiche dell’ipersocialità virtuale, esistono anche altri rischi.

Chi insiste nell’ottenere riconoscimento e supporto, spesso, può arrivare ad ottenere esattamente l’effetto opposto perché può rendersi antipatico o addirittura insopportabile e, proprio per questo, può essere rifiutato e allontanato.

Un altro rischio dell’ipersocialità è quello di cadere nella trappola della prostituzione relazionale che porta le persone a soddisfare il più possibile le richieste e le aspettative degli altri per essere accettate. Facendo così, però, si arriva a trascurare completamente se stessi ed i propri bisogni che vengono, quindi, accantonati o addirittura dimenticati. Non sempre si sceglie consapevolmente di applicare questo copione che, infatti, spesso è automatico ed inconsapevole.

Il paradosso dell’ipersocialità

Chi viene respinto costantemente rimane da solo e deve anche gestire le ferite derivanti dal rifiuto.

Chi, invece, si fa accettare per quello che fa è comunque solo. Nessuno lo conosce e lo comprende realmente e non vive l’esperienza di essere accettato ed accolto per quello che è.

L’ipersocialità, spesso, viene considerata l’opposto della solitudine in quanto viene ricercata da chi non vuole stare da solo. In realtà, però, può accadere che una fuga inadeguata dalla solitudine conduca proprio alla solitudine; anzi, può condurre ad uno stato di solitudine ancora peggiore di quello che si teme.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Nardone G. (2020). La solitudine. Capirla e gestirla per non sentirsi soli. Ponte alle Grazie, Milano.

L’ANORGASMIA

Che cos’è l’anorgasmia?

L’anorgasmia è un problema caratterizzato dall’incapacità di provare il massimo piacere (l’orgasmo) durante i rapporti sessuali.

Riguarda principalmente le donne. Molte donne hanno sperimentato l’orgasmo solo alcune volte e molte altre non l’hanno sperimentato mai.

L’incapacità di provare l’orgasmo può dipendere da problematiche fisiche o dall’assunzione di determinati farmaci o altre sostanze. A volte può essere legata a problematiche di coppia più generali, come la presenza di conflitti o problemi comunicativi. In altri casi il problema è connesso ad una scarsa confidenza con il proprio corpo e con le stimolazioni in grado di provocare piacere. Molto spesso il problema si struttura a causa di tentate soluzioni disfunzionali che peggiorano sempre di più le difficoltà presenti.

Insomma, i fattori che possono contribuire allo strutturarsi del problema sono numerosi.

Quali possono essere le conseguenze dell’anorgasmia?

Le conseguenze possono variare molto da persona a persona. Alcune persone vivono questa condizione con grande frustrazione. Ci sono donne che si sentono in difetto per il fatto che non riescono a provare una cosa che desiderano tanto. Alcune si sentono colpevoli, altre attribuiscono la colpa al partner che viene considerato poco capace.

Ci sono, poi, anche delle donne che non vivono con disagio questa situazione perché sono comunque soddisfatte dei rapporti sessuali o della relazione nel complesso e questo basta loro.

Le tentate soluzioni

Chi non riesce a sperimentare l’orgasmo e vive la cosa come un problema solitamente cerca di fare qualcosa per risolverlo, ossia mette in atto delle tentate soluzioni.

Tra le più diffuse c’è il tentativo di sforzarsi volontariamente di provare, durante i rapporti, quelle sensazioni che, invece, dovrebbero giungere spontaneamente. L’eccessiva focalizzazione sulle sensazioni spesso finisce per inibirle e si rivela un fallimento.

In altri casi la persona ancora prima dei rapporti cerca di creare delle condizioni di contesto che secondo lei potrebbero aumentare la probabilità di vivere un’intimità completamente appagante. Pensiamo, ad esempio, alla cura dell’ambiente, alla gestione del rapporto con il partner, a creare quelle che a volte vengono chiamate “le condizioni ideali”. In questi casi, però, tutto questo non viene fatto per il piacere di farlo, ma per l’ossessione di raggiungere l’orgasmo.

C’è chi, poi, prova a raggiungere l’obiettivo sperimentando l’intimità con persone diverse o mettendo in atto comportamenti anche molto trasgressivi per vedere se questo aumenta il piacere.

Il trattamento dell’anorgasmia in terapia breve strategica

La terapia breve strategica si focalizza proprio sull’analisi dettagliata di tutte le tentate soluzioni e dei relativi effetti. Questa analisi permette di comprendere come mai il problema si mantiene e quello che è possibile fare per risolverlo. Durante la terapia la persona riceve specifiche indicazioni per imparare, gradualmente, ad affrontare in modo efficace le difficoltà fino a superarle.

Dott.ssa Erica Tinelli

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