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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

LE ABBUFFATE ALIMENTARI

Al giorno d’oggi sono numerose le persone che, con frequenze e modalità diverse, sono vittime di un problema che non riescono a gestire: le abbuffate alimentari.

Cosa si intende per abbuffate alimentari?

Quando le persone si abbuffano mangiano molto di più di quello che dovrebbero e che vorrebbero, ma in quei momenti non riescono proprio a controllarsi e non sanno fare diversamente. Dopo aver mangiato tanto, poi, spesso si sentono in colpa, a volte si mettono un po’ a dieta e fanno esercizio fisico nel tentativo di riparare agli eccessi e solitamente si ripromettono di non ripetere più quell’esperienza, cosa che però in genere non riescono a fare perché le abbuffate si basano su impulsi irrefrenabili che difficilmente possono essere controllati attraverso la propria volontà.

Abbuffate alimentari e alimentazione generale

Per poter superare il problema delle abbuffate alimentari è necessario lavorare sul modo in cui la persona percepisce ed utilizza l’alimentazione in generale per aiutarla a stabilire un rapporto equilibrato con il cibo, che può essere considerato non soltanto uno strumento di sussistenza, ma anche un piacere.

A volte le abbuffate si manifestano quando le persone seguono un regime alimentare che, per quelle che sono le proprie esigenze ed i propri gusti, risulta essere troppo restrittivo o comunque privo di alcuni alimenti che per la persona potrebbero essere irrinunciabili. Il fatto di vietarsi degli alimenti che piacciono e non concederseli mai oppure troppo raramente conduce spesso all’abbuffata, così come il fatto di mangiare troppo poco, magari per il desiderio di recuperare il più in fretta possibile una forma fisica migliore. La maggior parte delle persone, infatti, non riesce a seguire in modo stabile un’alimentazione che considera poco piacevole e dopo averla rispettata per un periodo di tempo che può essere più o meno lungo, tende a ricercare i cibi che considera piacevoli, con i quali si può anche abbuffare. In queste situazioni diventa importante intervenire sulle credenze che le persone hanno in merito al cibo e alla giusta alimentazione e valutare la possibilità di far sperimentare un tipo di alimentazione almeno in parte diversa, più piacevole, ma comunque sempre salutare ed equilibrata. 

Abbuffate come forma di consolazione

Per altre persone, poi, le abbuffate sono connesse anche ad altre problematiche, come ad esempio il cercare di soffocare attraverso il cibo determinate sofferenze psicologiche che possono essere dovute, ad esempio, ad eventi specifici (come un abbandono, una situazione lavorativa difficile, un conflitto con un familiare) oppure a malesseri più ampi e generali (come la depressione, un vissuto di angoscia, la percezione di inutilità e di vuoto esistenziale). Sono molte, infatti, le persone che cercano di utilizzare il cibo come strumento per sfogare lo stress o per sedare la tristezza, l’ansia, la rabbia, la noia. Abbuffarsi può essere considerato, anche inconsapevolmente, un modo semplice e veloce per cercare sollievo ai propri malesseri. Raramente, però, è anche un metodo completamente risolutivo e salutare. In queste situazioni diventa importante analizzare il problema più ampio per aiutare la persona ad individuare le giuste strategie per gestire in modo funzionale le emozioni dalle quali a volte si sente travolta e per affrontare adeguatamente le difficoltà ed i problemi che incontra.

Dott.ssa Erica Tinelli

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AVERE PENSIERI MALVAGI

Uccidere conoscenti o sconosciuti nei modi più cruenti, soffocare i propri figli, suicidarsi involontariamente lanciandosi da una finestra o buttandosi sotto un treno, compiere violenze sessuali anche verso bambini, essere posseduti dal demonio…sono soltanto alcuni dei tanti pensieri che possono essere considerati malvagi e che possono provocare disagio a chi ne è ossessionato.

È normale avere pensieri malvagi?                   

I pensieri malvagi fanno parte della normale attività cognitiva e, quindi, chiunque può sperimentarli almeno qualche volta nella vita. La mente, infatti, vaga nelle più svariate direzioni, anche quelle negative e macabre che riguardano cose che non faremmo mai.

 Nella maggioranza dei casi i pensieri malvagi sono involontari e a volte sono talmente rapidi che le persone possono esserne anche inconsapevoli e non accorgersi, quindi, di sperimentarli.

Quando i pensieri malvagi diventano problematici?

I pensieri malvagi possono diventare problematici quando si presentano frequentemente e in modo pressante, provocando disagio. In alcuni casi, ad esempio, le persone sono pervase costantemente da questi pensieri e possono perdere la loro serenità e avere difficoltà a portare avanti la propria quotidianità.

A questo si può aggiungere anche il timore di realizzare i propri pensieri e la messa in atto di precauzioni affinchè ciò non avvenga. Chi ha paura di accoltellare il partner, ad esempio, può evitare di tenere in casa coltelli. Chi teme di soffocare o di sbattere a terra il proprio bambino può fare in modo di non rimanere mai da solo con lui.  

Come è possibile liberarsi dai pensieri malvagi?

Quando i pensieri malvagi diventano disturbanti è possibile rivolgersi ad un professionista per essere aiutati a superare il problema.

Secondo la terapia breve strategica i problemi si mantengono in virtù di una serie di tentate soluzioni disfunzionali che non solo non risolvono la situazione, ma addirittura la peggiorano. Nel caso dei pensieri malvagi, l’obiettivo della terapia sarà quello di aiutare la persona a gestire diversamente questi pensieri fino a farli sparire o fino a privarli del loro carattere disturbante. Per fare questo si usano specifiche tecniche che devono essere calzate alla specificità della situazione e che consentono di superare il problema in tempi rapidi.

Per approfondire

Bartoletti A. (2019). Pensieri brutti e cattivi. Ossessioni tabù: come liberarsene, FrancoAngeli, Milano.

MANGIARE PER POI VOMITARE: IL VOMITING

Che cos’è il vomiting?

Il vomiting è un disturbo alimentare che rispetto ad altri –come l’anoressia o la bulimia- è poco conosciuto, ma che è comunque diffuso ed estremamente invalidante.

Si tratta di una compulsione ad abbuffarsi e a vomitare quanto ingurgitato e si caratterizza per la sensazione di piacere che accompagna questi episodi.

Come si sviluppa il vomiting?

Solitamente il vomiting nasce come evoluzione di altre patologie alimentari.  Ad esempio, può capitare che un’anoressica cominci a mangiare e a vomitare quando si rende conto di avere molte difficoltà a mantenere un regime alimentare estremamente restrittivo e allora utilizza questo escamotage per evitare di ingrassare. Oppure, può capitare che una bulimica cominci a vomitare a seguito delle sue colossali abbuffate, sempre per evitare che queste abbiano effetti deleteri sulla forma fisica.

Altre volte, invece, il vomiting rappresenta un sedativo nei confronti di determinate sofferenze psicologiche –legate, ad esempio, all’elaborazione di un lutto o di un abbandono amoroso-.

Con il tempo, però, il vomiting diventa una problematica a sé e si differenzia dai disturbi originari in quanto la persona comincia a ricercare appositamente l’abbuffata per poi vomitare e questo rituale apparentemente macabro è accompagnato da sensazioni di piacere che portano a ricercare nuovamente questa esperienza nel tempo.

Il trattamento del vomiting

Il vomiting rappresenta una delle problematiche più difficili da trattare. La resistenza al cambiamento delle persone che soffrono di questo problema, infatti, è molto elevata anche perché si tratta di un disturbo che si basa sul piacere e che molto spesso si protrae per tanto tempo arrivando ad invalidare enormemente la vita quotidiana.

Si tratta, però, di una patologia dalla quale è possibile uscire con l’aiuto di un professionista. Tra gli approcci terapeutici più efficaci troviamo la terapia breve strategica che ha un tasso di efficacia superiore all’80% e consente di ottenere importanti miglioramenti in un arco temporale che va dai 3 ai 6 mesi.

Nel caso del vomiting il primo compito del terapeuta è quello di analizzare se la compulsione a mangiare e vomitare è un sedativo o un piacere in quanto questa differenziazione richiede interventi diversi. Successivamente sarà possibile guidare la persona a superare il problema utilizzando specifiche tecniche che saranno adattate alla specificità della persona e della situazione dal momento che ogni caso è un caso a sé con le sue peculiarità. 

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. e M. D. Selekman (2011). Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Milano.

GUARDARSI ALLO SPECCHIO E VEDERSI COME DEI MOSTRI: LA DISMORFOFOBIA

Che cos’è la dismorfofobia?

La dismorfofobia è la paura ossessiva del proprio aspetto fisico.

Chi soffre di questo problema percepisce di avere dei difetti estetici che, agli occhi degli altri –anche di esperti come i chirurghi estetici- sono inesistenti o comunque del tutto trascurabili in quanto in armonia con il proprio aspetto generale.

Il dismorfofobico è costantemente concentrato sui propri presunti difetti fisici e, nei momenti in cui questi risultano particolarmente salienti –ad esempio perché si guarda allo specchio o perché crede che una persona abbia notato l’imperfezione incriminata- può sviluppare delle reazioni di vero e proprio panico.

Il circolo vizioso della dismorfofobia

Molto spesso chi soffre di dismorfofobia ricorre alla chirurgia perché è convinto che questa rappresenti l’unica soluzione a tutti i suoi problemi. Dal momento, però, che non si tratta di un problema fisico ma psicologico, in genere gli interventi non sono mai completamente risolutivi. Solitamente la persona dopo l’intervento continua comunque a non piacersi, spesso perché scopre ulteriori difetti che prima non aveva visto. Si può venire a creare, quindi, un circolo vizioso nel quale gli interventi estetici diventano la tentata soluzione che non solo non risolve il problema, ma lo mantiene e lo aggrava sempre di più. Gli interventi estetici possono susseguirsi continuamente, l’aspetto fisico cambia sempre di più, mentre il vero problema rimane sempre lì.

Un presunto problema fisico che nasconde un reale problema psicologico

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Spesso chi soffre di dismorfofobia ha delle insicurezze personale e delle difficoltà nel rapportarsi con le altre persone che sono legate al non aver mai sviluppato adeguate abilità comunicative e relazionali o al non aver superato episodi critici, come ad esempio abbandoni.

I presunti difetti fisici lamentati, quindi, possono rappresentare delle giustificazioni che servono a spiegare i propri problemi personali e relazionali. Il dismorfofobico, quindi, crede di essere incapace e solo perché brutto e si convince, quindi, che una volta eliminato il problema fisico, tutti i suoi problemi spariranno come per magia. In realtà non è così perché la persona interviene sul bersaglio sbagliato.

Come la consulenza psicologica può essere d’aiuto nel trattamento della dismorfofobia?

Attraverso l’aiuto di un terapeuta la persona a modificare la percezione distorta di sé e a diventare consapevole del proprio problema e dei suoi meccanismi di funzionamento.

Inoltre, attraverso l’intervento psicologico si potrà lavorare anche sulle difficoltà personali e relazionali al fine di non focalizzarsi esclusivamente sull’emergenza rappresentata dal problema della dismorfofobia, ma sul miglioramento complessivo della qualità di vita.

Conosco una persona che soffre di questo problema che non vuole farsi aiutare, come posso fare?

Chi soffre di dismorfofobia spesso non è consapevole del suo problema che, invece, può risultare estremamente evidente a chi gli è vicino, ad esempio i familiari. Il diretto interessato, quindi, spesso non vuole farsi aiutare da uno psicologo perché ritiene di non averne bisogno.

Non è detto, però, che in questi casi sia impossibile intervenire. I familiari, infatti, possono rivolgersi in prima persona ad un professionista per analizzare insieme a lui la situazione e capire cosa posso fare per aiutare il proprio caro. 

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

L’INTERAZIONE TRA MENTE E CORPO NEI DISTURBI PSICOSOMATICI

Con il termine “disturbi psicosomatici” si fa riferimento ad una serie di problematiche di tipo fisico (come ad esempio mal di testa, dolori generalizzati, percezione di eccessiva stanchezza) che hanno un’origine esclusivamente psicologica o che comunque sono influenzati notevolmente dallo stato psichico delle persone.

In un certo senso qualsiasi tipo di problematica può essere considerata psicosomatica perché gli aspetti fisici e quelli mentali si influenzano a vicenda. Difficilmente, infatti, si riesce a stare bene psicologicamente in presenza di una sofferenza fisica e viceversa. Mente e corpo sono sempre connessi tra loro, anche quando uno è predominante rispetto all’altro.

Ad esempio, l’infarto è considerato una malattia prettamente fisica perché è dovuta all’ostruzione totale o parziale di un’arteria che consente il passaggio di un afflusso di sangue troppo ridotto. Al tempo stesso, però, ci sono dei fattori di natura psicologica e sociale, tra i quali la presenza di alterazioni dell’umore (come la depressione) e di difficoltà relazionali di vario tipo, che possono influenzare questa problematica.

Un altro interessante esempio di come i fattori di natura emotiva possono influenzare la salute fisica delle persone riguarda gli studi che sono stati condotti a partire dagli anni Cinquanta su bambini con difficoltà respiratorie. In queste ricerche è stato evidenziato che i sintomi miglioravano quando i piccoli pazienti venivano ricoverati in ospedale e che tale miglioramento non era dovuto alle diverse condizioni igieniche dell’ambiente, ma alla lontananza dai conflitti e dalle tensioni familiari. Infatti in ospedale i bambini non avevano crisi neanche quando venivano esposti alla polvere di casa verso la quale avevano sviluppato l’allergia.

È stato preso in considerazione anche il ruolo delle caratteristiche di personalità nell’influenzare il benessere fisico delle persone. Ad esempio, le persone spesso tristi ed orientate sempre a reprimere la rabbia e l’aggressività possono manifestare delle alterazioni del sistema immunitario che riducono le difese dell’organismo e che, quindi, possono facilitare l’insorgenza delle malattie.

In presenza di una malattia, quindi, è importante considerare che i fattori biologici, sociali e psicologici interagiscono tra loro e si influenzano a vicenda. Introdurre delle modifiche in alcuni di questi aspetti può contribuire a provocare un miglioramento complessivo che si riflette sugli altri fattori e sullo stato di salute generale.

Quando si hanno dei sintomi fisici che sembrano non avere alcuna causa organica o che comunque sembrano peggiorare in caso di forte stress, di preoccupazioni o di stati d’ansia o tristezza particolarmente intensi, può essere utile rivolgersi ad uno psicologo per essere aiutati a trovare le giuste modalità per gestire e superare situazioni di malessere e di stress.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Baldoni F. e Trombini G. (2001). Disturbi psicosomatici. Il Mulino, Bologna.

I PROBLEMI PSICOLOGICI CHE SONO PRESENTI DA MOLTO TEMPO RICHIEDONO TANTO TEMPO PER ESSERE RISOLTI?

Tante persone hanno dei problemi psicologi che si portano dietro da molti anni, a volte addirittura da decenni. Ci sono, ad esempio, quarantenni o cinquantenni che hanno un problema psicologico (come depressione, disturbi ossessivi-compulsivi, problemi di ansia o alimentari) fin dall’infanzia o dalla prima adolescenza. Alcuni ormai neanche si ricordano più come era la loro vita in assenza del problema perché si tratta di ricordi troppo lontani nel tempo o che riguardano una porzione troppo circoscritta della propria esistenza.

In queste situazioni di disagio presente da tantissimo tempo, se una persona decide di voler provare finalmente ad affrontare i suoi problemi con l’aiuto di un professionista spesso si chiede se è ancora possibile farlo o se, invece, ormai certi disturbi sono impossibili da risolvere o comunque richiederebbero un periodo di tempo davvero troppo lungo per poter essere superati. Ovviamente questa seconda possibilità può scoraggiare perché per molti sarebbe estremamente frustrante impegnarsi in battaglie perse in partenza o comunque in qualcosa che richiederebbe un eccessivo dispendio di tempo, energie e soldi rispetto ai risultati prodotti che potrebbero essere troppo scarsi e ottenuti dopo troppo tempo.

Ma i problemi psicologici che sono presenti da molto tempo richiedono davvero tanto tempo per essere risolti?

Sicuramente se si vuole superare un problema nel più breve tempo possibile è preferibile affrontarlo quando questo non è ancora presente da molto. Un problema che è presenta da tanto, infatti, solitamente con il tempo tende a diventare sempre più strutturato e a compromettere in modo sempre più significativo vari aspetti della vita di una persona, determinando un peggioramento progressivo della situazione che diventa sempre più difficile da risolvere.

Questo non significa, però, che un problema presente da tanto richieda necessariamente anni ed anni per poter essere superato e che la persona non possa iniziare ad intravedere rapidamente la luce in fondo al tunnel.

Nella terapia breve strategica, ad esempio, anche nel caso di problematiche che sono presenti da decenni e che sono molto serie, se la terapia è efficace è possibile produrre i primi miglioramenti significativi entro la decima seduta.

Di solito, poi, ovviamente è necessario più tempo per risolvere completamente il problema e per consolidare i risultati raggiunti.

Pensate, ad esempio, ad una donna che soffre di anoressia da quando era un’adolescente. All’interno di un percorso terapeutico efficace è possibile aiutarla rapidamente ad iniziare a modificare il rapporto che ha con il cibo e ad iniziare a migliorare la propria forma fisica, ma ovviamente il raggiungimento di un risultato ottimale sia per quanto riguarda il proprio corpo sia per quanto riguarda la costruzione di un rapporto equilibrato con il cibo richiede più tempo.

Bisogna ricordare, poi, che quando i problemi sono presenti da tanto tempo e sono molto gravi in genere impediscono alla persona di costruirsi una vita normale e soddisfacente e quindi una volta risolto il problema occorre anche aiutare la persona a creare o a riprendere i propri progetti, ad imparare a stare bene con gli altri, ad affrontare la vita, a sviluppare le proprie risorse, la propria personalità e la propria autostima.

Tutto questo raramente si può ottenere in tempi estremamente ridotti, come avviene invece per il superamento dei sintomi e delle difficoltà più invalidanti, ma l’iniziale miglioramento che è stato prodotto in tempi rapidi è un importante indicatore del fatto che si sta andando nella giusta direzione e, soprattutto, permette alle persone di cominciare ad avere in breve tempo una vita migliore.

Nella terapia breve strategica mano mano che la situazione migliora i colloqui saranno sempre più distanziati e potranno svolgersi, ad esempio, ogni 3 settimane, ogni mese, ogni mese e mezzo, ecc…a seconda del tipo di situazione e dell’avanzamento della terapia. Questo permette alle persone di non creare una forma di dipendenza nei confronti della terapia e del terapeuta e di diventare sempre più autonome, ma al tempo stesso di avere un sostegno in caso di bisogno fino a quando sarà necessario.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LE ERESIE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Bibliografia

Nardone G., Balbi E., Vallarino A., Bartoletti M. (2017). Psicoterapia breve a lungo termine. Trattare con successo anche le psicopatologie maggiori. Ponte alle Grazie, Milano.

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