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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL DOPPIO LEGAME

Che cos’è il doppio legame?

Il doppio legame è una situazione nella quale la persona è esposta ad una comunicazione contraddittoria, ad esempio con messaggi contrapposti. In questo modo, qualunque cosa la persona fa in un certo senso sbaglia perché si comporta in maniera non coerente rispetto ad almeno uno dei messaggi ricevuti.

Si parla di doppio legame quando questo avviene in una relazione significativa, come può avvenire in famiglia.

Altra caratteristica del doppio legame è il fatto che la persona non può commentare l’incompatibilità dei due messaggi perché verrebbe ignorata o squalificata.

Alcuni esempi

Il doppio legame si manifesta quando non c’è coerenza tra quello che si dice e ciò che, invece, si comunica a livello non verbale. Pensate, ad esempio, ad una persona che dice ad un’altra di essere contenta di vederla, ma ha un’espressione triste o arrabbiata.

Un doppio legame si presenta anche quando si dice ad una persona di essere spontanea. In questo modo, infatti, si chiede di mettere in atto un comportamento che, per definizione è spontaneo e che, quindi, non può essere prodotto volontariamente. Insomma, mission impossible!

Un’altra situazione molto diffusa è quella nella quale si dice ad una persona che deve fare una cosa e che quella cosa le deve piacere. È un classico esempio il genitore che dice al figlio che deve studiare e che deve amare lo studio. Si può dire di fare una certa cosa, ma non si può imporre di provare piacere nel farla.

Pensate anche a tutte le situazioni nelle quali si dice ad una persona -un amico, il partner, un familiare- che può fare quello che vuole, ma se fa certe cose si mostra risentimento. Questa è una comunicazione contraddittoria. Prima si lascia libertà alla persona e poi in qualche modo la si punisce per essersi comportata in modo libero.

Le conseguenze del doppio legame

Secondo Gregory Bateson chi riceve costantemente a comunicazioni caratterizzate dal doppio legame può sviluppare sintomi schizofrenici. Oggi questa teoria è stata ridimensionata perchè è stato evidenziato che la schizofrenia è una patologia influenzata da una molteplicità di variabili biologiche, psicologiche, sociali.

Tuttavia, è possibile affermare che i doppi legami possono provocare delle conseguenze negative. Possono, infatti, generare confusione, insicurezza, senso di colpa. Possono portare anche ad un blocco dell’azione perché, di fatto, la persona si trova in una condizione in cui qualunque cosa fa sbaglia.

Tutto questo può compromettere il benessere personale e la qualità delle relazioni sociali. Per questo motivo in terapia, spesso, occorre intervenire su interazioni caratterizzati da doppi legami che rischiano di diventare dannosi.

L’uso del doppio legame in terapia

Il doppio legame può essere anche terapeutico, se opportunamente utilizzato. Esistono, infatti, tecniche terapeutiche che si basano sullo sfruttare positivamente il doppio legame. Molte di queste prevedono la prescrizione del sintomo con la quale si chiede appunto alla persona di mettere in atto il comportamento problematico secondo specifiche regole e modalità. Prescrivendo il sintomo si possono ottenere due effetti. Può succedere che la persona segua l’indicazione e manifesti il sintomo, ma nella modalità indicata dal terapeuta, dimostrando, quindi, di poterlo controllare. Può succedere anche che, invece, la persona si opponga all’indicazione, ma così facendo non manifesta il comportamento problematico. In entrambi i casi, quindi, si ottiene un successo terapeutico.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

IL TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO

Che cos’è il trattamento sanitario obbligatorio?

Il trattamento sanitario obbligatorio (tso) è un intervento sanitario (tipicamente un ricovero) effettuato contro la volontà della persona. Si tratta, quindi, di casi straordinari perché di norma i trattamenti sanitari devono essere volontari.

Il tso, infatti, avviene in presenza di gravi alterazioni psichiche che richiedono interventi urgenti, come può succedere, per esempio, quando una persona tenta il suicidio o tenta di uccidere qualcuno.

Come funziona?

Il tso viene predisposto a partire da una proposta motivata di un medico che viene, poi, convalidata da un secondo medico del sistema sanitario nazionale.

A livello burocratico, è disposto dal sindaco in qualità di autorità sanitaria locale. Il tso deve essere comunicato al giudice tutelare che, entro 48 ore, decide se convalidare o revocare il provvedimento.

Se il tso si protrae oltre i 7 giorni occorre informare il sindaco delle motivazioni e indicargli anche l’ulteriore durata presumibile del ricovero.

Il trattamento sanitario obbligatorio è una violazione della libertà della persona?

Forse in un certo senso sì, ma con l’obiettivo di raggiungere un obiettivo molto più importante: quello della salute del diretto interessato e degli altri. Non si può evitare il tso di una persona pericolosa solo per non violare la sua libertà; così facendo, infatti, non si prenderebbe in considerazione la sicurezza.

Una persona che presenta gravi alterazioni psichiche, inoltre, può non essere in grado di ragionare lucidamente e di capire quello che è meglio per lei e per gli altri. Non è capace di fare scelte consapevoli. Infatti, può capitare che, al termine della fase acuta, la persona riconosca l’utilità del tso e del proseguimento delle cure.

Durante il tso, infine, la persona non è reclusa ed isolata. Ad esempio, può comunicare con chi vuole. Durante il ricovero si prova a ricercare la sua partecipazione ed il suo consenso e può capitare che da un ricovero obbligatorio si passi ad uno volontario.

Quali sono le psicopatologie più diffuse tra coloro che vengono sottoposti al tso?

In genere si tratta di disturbi maggiori, come i gravi disturbi di personalità o la depressione grave.

Il tso può essere disposto anche nei confronti di persone che soffrono di anoressia e che si trovano in una condizione di importante rischio fisico, come il rischio di vita o di compromissione del funzionamento degli organi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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IL LEGAME TRA FOBIE E TRAUMI

Le fobie sono delle paure irrazionali orientate situazioni innocue oppure paure legittime che, però, raggiungono livelli eccessivamente elevati, diventando, quindi, sproporzionate.

Perché questo avviene? Secondo il senso comune le fobie sono la conseguenza di traumi, ma spesso non è così.

Quando le fobie si manifestano in assenza di traumi

Spesso le persone hanno il terrore di specifiche situazioni anche in assenza di esperienze problematiche connesse a quelle situazioni. C’è chi, ad esempio, ha la fobia della guida anche se non è mai stato vittima o osservatore di incidenti; chi ha paura dei cani o di altri animali pur non avendo mai vissuto aggressioni o situazioni poco spiacevoli; chi ha la fobia del dentista anche se non ci è mai andato o non ha mai dovuto subire interventi problematici; c’è chi ha la fobia dell’aereo anche se i viaggi che ha fatto sono sempre andati benissimo…e così via.

Quando le fobie si manifestano a seguito di traumi

In altri casi, invece, le fobie si sviluppano a seguito di un trauma che, però, non necessariamente rappresenta il focus dell’intervento psicologico perché la persona potrebbe aver elaborato adeguatamente il trauma, pur continuando a manifestare la fobia.

Il primo compito del professionista, quindi, è valutare se si è in presenza di un disturbo da stress post-traumatico o di una fobia, indipendentemente dal fatto che questa si è manifestata successivamente ad una specifica esperienza. Il disturbo da stress post-traumatico e le fobie, infatti, hanno delle caratteristiche e delle logiche di funzionamento differenti e, pertanto, richiedono interventi diversi. In assenza di un disturbo da stress post-traumatico, l’intervento sarà focalizzato sulla fobia e sui meccanismi che determinano il suo mantenimento.

Un esempio

Pensiamo ad un ragazzo che ha la fobia della guida e che, in passato, è stato vittima di un incidente.

Se a seguito di tale incidente il ragazzo ha sviluppato un disturbo da stress post-traumatico, il suo trattamento rappresenterà il primo bersaglio dell’intervento terapeutico. Tale intervento potrà essere sufficiente a sbloccare completamente la situazione oppure potrà essere necessario, successivamente, anche intervenire sulla fobia.

Se, invece, il ragazzo, a seguito dell’incidente non ha sviluppato un disturbo da stress post-traumatico, si interverrà direttamente sui meccanismi che sono alla base dello strutturarsi delle fobie, come ad esempio l’evitamento mentale e comportamentale, il chiedere costantemente aiuto, il tentativo di controllare pensieri e reazioni psicofisiologiche.

Il fatto che un trauma precede una fobia, infatti, non vuol dire che il trauma ne rappresenti la causa o il fenomeno che determina il mantenimento del problema.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA VIOLENZA: DEFINIZIONE E INTERVENTI

Che cos’è la violenza?

Quando si parla di violenza si fa riferimento a qualsiasi comportamento che può produrre un danno ad un’altra persona. Implica un comportamento intenzionale che può avere effetti sulla salute fisica e psicologica.

Come si manifesta?

La violenza può essere di tanti tipi.

C’è quella fisica che probabilmente è la più conosciuta e la più facile da individuare. Si può manifestare con differenti modalità, ad esempio con calci, schiaffi, bruciature, strattoni, tirare i capelli, ecc…

La violenza psicologica, invece, è orientata a minare l’autostima della persona attraverso umiliazioni, minacce, atti di disprezzo anche in pubblico, isolamento dai familiari e amici, ecc…

C’è anche la violenza sessuale che si manifesta in assenza di consenso all’attività sessuale o quando la persona si trova in condizione di non poter decidere consapevolmente a causa di incapacità permanente o temporanea. La violenza sessuale include anche il toccare, il palpeggiare, l’imporre la visione di materiale pornografico.

Lo stalking si può manifestare con telefonate, messaggi, pedinamenti, appostamenti ripetuti, molesti e con fine intimidatorio.

Non tutti conoscono la violenza economica che include tutti i comportamenti che ostacolano l’accesso alla gestione del reddito familiare oppure che rendono difficile il mantenimento o la ricerca di un’occupazione.

Le misure di contrasto

Per combattere la violenza sono stati attuati numerosi interventi. Pensiamo, ad esempio, alle varie campagne di sensibilizzazione svolte nelle scuole o attraverso i mass-media.

Esistono, inoltre, delle linee telefoniche, come il 1522, che forniscono assistenza 24 ore su 24 alle vittime.

Sono state create anche molte case rifugio per proteggere le vittime e per garantire servizi come l’assistenza psicologica, legale, lavorativa (orientamento e inserimento).

Esistono, infine, anche dei centri che si occupano dell’assistenza e della cura delle persone maltrattanti. Rispetto ad altri interventi, però, questo non è ancora abbastanza diffuso, anche se probabilmente consentirebbe di affrontare il problema alla radice. La cura delle persone violente, infatti, permetterebbe di arrivare, nel tempo, ad una drastica riduzione o all’eliminazione della violenza. Inoltre, eviterebbe un’eccessiva focalizzazione su misure che impongono delle limitazioni alle vittime, spesso costrette a fuggire e a nascondersi.

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Dott.ssa Erica Tinelli

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IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITA’

Le caratteristiche del disturbo

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività solitamente inizia a manifestarsi nell’infanzia e si caratterizza per l’alterazione della capacità di attenzione e di controllo degli impulsi. I bambini con questo problema, infatti, tendono ad essere molto disattenti ed impulsivi. Possono avere difficoltà a fare i compiti o altre attività quotidiane, così come ad ascoltare e a gestire il tempo. Spesso, inoltre, commettono errori di distrazione, perdono le cose, manifestano molti segnali fisici di iperattività –come battere le mani e i piedi, saltare, non riuscire a stare seduti o fermi o a giocare tranquillamente-.

Per poter diagnosticare il disturbo, ovviamente, è necessario che le difficoltà descritte siano persistenti e ricorrenti e compromettano lo svolgimento delle attività lavorative, scolastiche o di altro tipo. Questa valutazione è molto importante –ed è importante che venga fatta da un esperto-. E’ necessario, infatti, evitare di confondere un problema con la normale vivacità e distraibilità di un bambino o con episodi problematici che, però, sono sporadici.

Il trattamento del disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Nel trattamento solitamente è fondamentale il coinvolgimento dei genitori. In virtù del ruolo che ricoprono, infatti, possono rappresentare un’importante risorsa per aiutare il bambino a superare il problema.

Molto spesso i genitori hanno bisogno di un supporto per essere guidati a fornire istruzioni chiare e a gestire il bambino in modo da eliminare i comportamenti problematici. Per fare questo è necessario sia intervenire adeguatamente nei momenti critici, sia lavorare in un’ottica di prevenzione degli stessi. Molto spesso, ad esempio, è fondamentale lavorare anche sulla comunicazione genitori-figli e sull’organizzazione della vita sociale e ricreativa del bambino che, in genere, ha bisogno di adeguate stimolazioni. I segni del disturbo, infatti, tendono ad essere minimi o assenti quando il bambino si trova in ambienti nuovi o quando è coinvolto in attività particolarmente interessanti.

Nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione/iperattività a volte è sufficiente lavorare “solo” con i genitori. Altre volte, invece, è fondamentale o comunque molto utile intervenire anche direttamente sul bambino o sul ragazzo. In questo caso potrà essere aiutato a sviluppare abilità legate al controllo degli impulsi, al rimandare le gratificazioni, allo svolgimento efficace delle varie attività quotidiane, alla gestione della frustrazione, alle relazioni sociali.

Dott.ssa Erica Tinelli

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.