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Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL LEGAME TRA OSSESSIONI E COMPULSIONI

Nel disturbo ossessivo-compulsivo le compulsioni vengono messe in atto con l’obiettivo di ridurre l’ansia ed il disagio che deriva dalle ossessioni.

Ad esempio, una persona ossessionata dalla paura di essersi contaminata può fare dei lavaggi compulsivi per contenere la paura dello sporco e delle infezioni.

Il legame realistico tra ossessioni e compulsioni

In molti casi tra ossessioni e compulsioni esiste un legame realistico e logico, ma le compulsioni sono chiaramente eccessive e sproporzionate, arrivando, in un certo senso, a perdere la loro ragionevolezza.

Ad esempio, se una persona teme di essersi sporcata, è ragionevole che si lavi. Non è ragionevole, però, che lo faccia per ore oppure che lo faccia più e più volte.

Se una persona teme di non aver spento la luce o di non aver chiuso la macchina è ragionevole che vada a controllare. E’ sufficiente, però, che lo faccia una sola volta.

È proprio la tendenza a ripetere le compulsioni più e più volte uno degli elementi essenziali che differenzia questi comportamenti rituali da azioni perfettamente normali e sane.

C’è sempre un legame realistico tra ossessioni e compulsioni?

No. In molti casi non esiste alcun legame apparentemente razionale.

Pensiamo, ad esempio, a chi si sente costretto a compiere specifici movimenti del corpo prima di uscire di casa per evitare di avere incidenti. Oppure pensiamo a chi deve ripetere delle parole considerate magiche perché altrimenti teme che potrebbe succedere qualcosa di terribile ai propri familiari.

Ci sono, poi, persone che si sentono obbligate a vestirsi in determinati modi (ad esempio usando solo alcuni colori o alcuni specifici capi di abbigliamento) per evitare che succeda qualcosa di brutto o per fare in modo che avvenga qualcosa di bello.

Le compulsioni riducono l’ansia, ma…solo in parte

Le compulsioni servono per cercare di eliminare o di ridurre l’ansia ed il malessere derivanti da pensieri, impulsi o immagini ossessive. Tali rituali, però, non sono mai completamente rassicuranti e per questo si ripetono svariate volte. Nella migliore delle ipotesi riescono ad alleviare il disagio solo per un breve periodo di tempo. Successivamente, però, la persona viene nuovamente travolta dalle ossessioni e dal bisogno di eseguire le compulsioni. Il circolo vizioso è apparentemente senza fine. 

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica-tinelli@hotmail.it

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IL COPIONE DELLA CROCEROSSINA

Come si manifesta il copione della crocerossina?

La crocerossina è una persona che aiuta gli altri in modo esasperato ed eccessivo, mettendo da parte le proprie esigenze ed i propri bisogni. Per questo può apparire anche molto trascurata: è così tanto assorbita dalla cura dell’altro, da spendere tutte le sue energie ed il suo tempo in questo compito. Tuttavia, questo di solito non le provoca un grande disagio perché si tratta di un qualcosa che la appaga.

Alla base di questo copione comportamentale, infatti, vi è il piacere di sentirsi non solo utile, ma addirittura indispensabile ed insostituibile per qualcuno che ha problemi e che è percepito come bisognoso di accudimento. Questo piacere è preponderante rispetto alla fatica del ruolo.

La crocerossina, quindi, è portata a legarsi a persone con difficoltà e con problemi da risolvere. Può trattarsi di qualcuno con seri problemi fisici, di qualcuno che è uscito da poco da relazioni che l’hanno devastato, di persone con problemi economici, lavorativi, familiari, di tossicodipendenza … o anche semplicemente di qualcuno che è -o appare- fragile.

La crocerossina non è necessariamente una donna; il copione può riguardare anche gli uomini.

Quale trappola nasconde questo copione?

Il ruolo della crocerossina si esplica nell’aiuto. Le relazioni che instaura si basano su una dinamica di continuo supporto al bisognoso. Quando la persona accudita risolve i suoi problemi o guarisce dai suoi malesseri, di solito, la relazione finisce. Viene meno, infatti, l’elemento essenziale sul quale si era basato il rapporto.

Il “malato” è ora una persona indipendente e la crocerossina non è più indispensabile. Questo le può provocare un grande malessere e smarrimento derivante dall’idea per la quale “io ti ho aiutato, tu mi devi amare”.

Con il tempo, solitamente succede che la crocerossina torna a rifugiarsi nel ruolo che ricopre al meglio, quello di salvatrice di qualcuno che sparirà non appena starà bene. Una condanna destinata a ripetersi.

Come uscirne?

Essere condotta a capire, ma soprattutto a sentire emotivamente, la disfunzionalità del copione irrigidito e degli esiti che produce, può essere d’aiuto. La crocerossina, infatti, gradualmente, può sviluppare reazioni avversive nei confronti di un modello relazionale che per lei è connotato dal piacere. Non deve considerare, quindi, solo il piacere dell’essere indispensabile, ma le conseguenze che questo comporterà.

La crocerossina, inoltre, dovrà essere guidata anche a diluire l’eccesso di disponibilità verso gli altri, sempre in modo graduale e congruente alle sue caratteristiche per aggirare la resistenza al cambiamento.

Come avviene per qualsiasi copione irrigidito, anche la crocerossina dovrà imparare ad interpretare copioni relazionali diversi. Questo non deve essere fatto nell’ottica di sopprimere completamente il copione disfunzionale e di sradicare la personalità, ma con l’obiettivo di aggiungere delle varianti congruenti che permettono di rendersi più flessibili. Un copione comportamentale, infatti, diventa patologico e provoca sofferenza solo quando è irrigidito e portato all’eccesso.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

Per approfondire

Muriana E., Verbitz T. (2021). Le relazioni dipendenti. Quando l’altruismo diventa patologico. Alpes Italia, Roma.

Nardone G. (2010). Gli errori delle donne (in amore). Ponte alle Grazie, Milano.

PERCEZIONI E BENESSERE

Un famoso esperimento sulle percezioni

Nel 1947 Bruner e Goodman condussero un esperimento molto importante relativo alle percezioni. Mostrarono a dei bambini di diversa estrazione sociale delle monete e diedero loro il compito di stimarne la grandezza. Emerse che i bambini poveri, rispetto a quelli più ricchi, sovrastimavano la grandezza delle monete, probabilmente perché per loro si trattava di un oggetto importante.

Questo studio evidenziò che la percezione non è un processo oggettivo ed universale, ma è influenzato dalle motivazioni, dai bisogni e dalle caratteristiche delle persone. Di conseguenza, ognuno di noi può percepire diversamente una stessa cosa. Se è presente questa diversità nella percezione di elementi specifici, come la grandezza di un oggetto, solitamente è ancora maggiore la variabilità individuale nel modo di percepire stimoli molto più complessi e potenzialmente ambigui, come le caratteristiche di un evento, il comportamento di una persona o il suo carattere.

Percezioni e benessere

Il modo in cui interpretiamo le cose ha un impatto sulle nostre reazioni, a livello di emozioni e di comportamenti. In altre parole, il modo in cui percepiamo quello che ci circonda influenza il nostro benessere che, pertanto, viene compromesso quando sviluppiamo una modalità percettiva disfunzionale e rigida.

Ad esempio, se una persona sviluppa la percezione di non essere apprezzata dagli altri o addirittura di essere oggetto di derisione, probabilmente sperimenterà uno stato d’animo negativo e potrebbe essere portata a isolarsi o ad aggredire gli altri. Questo è il risultato di un processo che potrebbe essere partito da premesse sbagliate o disfunzionali. Quello che per la persona che si sente rifiutata è una critica, per la persona che l’ha fatta potrebbe essere un consiglio. Così come un atteggiamento sfuggente non è necessariamente indice di rabbia e desiderio di allontanare l’altro; potrebbe essere la conseguenza di un momento di tristezza o di difficoltà personale che non riguarda il rapporto con gli altri.

Cambiare

Ciò che osserviamo può essere interpretato in tanti modi diversi che possono influenzare il nostro benessere. Non si tratta di stabilire quali modalità sono corrette e quali sbagliate (anche perché è una distinzione arbitraria), ma di imparare ad utilizzare delle modalità più funzionali ed adattive. Ad esempio, una persona che deve spesso parlare in pubblico ed ogni volta viene travolta dall’ansia, non ha bisogno di chiedersi se è corretto avere il panico. Ha bisogno di superare il problema percependo la situazione come non minacciosa e, di conseguenza, reagendo diversamente.

Le proprie percezioni possono essere cambiate. Spesso il cambiamento più rapido ed efficace è quello che deriva dalle esperienze che in un percorso terapeutico possono essere guidate e create dal professionista.

È possibile arrivare a percepire come innocue le situazioni che incutono terrore. Si può percepire ciò che mette ansia come qualcosa che si è in grado di affrontare nel migliore dei modi. È possibile imparare a percepire gli ostacoli come opportunità di crescita. E così via.

Cambiando le modalità percettive disfunzionali si può costruire il benessere.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Bruner J. S. e Goodman C. C. (1947) Value and need as organizing factors in perception. Journalof Abnormal Social Psychology, 42, 33-44.

IL GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Che cos’è il gioco d’azzardo patologico?

Il “gioco d’azzardo” include tutti quei giochi che prevedono vincite in denaro che sono determinate solo dal caso e non dalle abilità della persona.

Diventa patologico quando il comportamento è ricorrente e quando la persona non riesce a rinunciare al gioco, anche se questo ha un impatto negativo sulla sua vita. Il giocatore d’azzardo, infatti, spesso cerca di smettere o di giocare meno, ma non ci riesce. Nella migliore delle ipotesi riesce ad astenersi per un breve periodo di tempo, ma poi ricade perchè il gioco d’azzardo patologico assume i connotati di una vera e propria dipendenza. Anzi, oltre a non riuscire a smettere, di solito la persona ha bisogno di avere sempre più soldi da giocare per ottenere la gratificazione desiderata.

Il gioco d’azzardo diventa anche un comportamento nel quale rifugiarsi quando si provano sensazioni che causano disagio -come l’ansia, la depressione, il senso di colpa-.

Le conseguenze

Il coinvolgimento nel gioco d’azzardo può portare a compromettere il lavoro, lo studio, le relazioni. Le preoccupazioni relative al problema e a come procurarsi il denaro, infatti, possono diventare un chiodo fisso. Tutto il resto può essere abbandonato o trascurato.

Il gioco d’azzardo può avere conseguenze disastrose anche sulla situazione finanziaria della persona o dell’intera famiglia. La persona può arrivare anche a mettere in atto comportamenti illegali -come il furto, la frode- per ottenere soldi.

Il giocatore d’azzardo può avere anche intenzioni suicidarie e può tentare il suicidio.

Il trattamento del gioco d’azzardo

Si tratta di una dipendenza comportamentale ed il trattamento d’elezione è la psicoterapia che può essere rivolta direttamente alla persona, ma anche alla sua famiglia.

L’obiettivo sarà quello di arrivare ad interrompere il comportamento problematico. Per far questo, in terapia breve strategica si usano specifiche tecniche che servono a modificare la sensazione di piacere associata al comportamento che, in questo modo, verrà modificato più facilmente.

Sarà importante anche aiutare la persona a creare gratificazioni alternative più funzionali e guidarla a recuperare un rapporto sano con il denaro, a sviluppare abilità sociali e di gestione dello stress. La terapia dovrà servire anche a costruire o ricostruire ciò che è stato distrutto o mai costruito a causa del coinvolgimento nel gioco d’azzardo, come i propri progetti lavorativi o relazionali.

Molto spesso chi gioca d’azzardo ha anche altre problematiche, ad esempio altre dipendenze, disturbi di personalità, d’ansia e depressivi. In questi casi, ovviamente, l’intervento dovrà essere più ampio e non focalizzarsi esclusivamente sul gioco d’azzardo patologico.

Dott.ssa Erica Tinelli

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NON PIACERSI FISICAMENTE

Il fatto di non piacersi fisicamente può essere fonte di grande sofferenza, non solo tra gli adolescenti, ma anche per gli adulti.

Come è possibile affrontare questo problema? Ecco alcuni spunti di riflessione.

Conosci il tuo “nemico”

Per capire come gestire i difetti fisici percepiti è importante conoscerli bene. Osserva quello che di te non ti piace, descrivi esattamente cosa non ti piace e, di conseguenza, cosa vorresti di diverso.

Non ti piacciono le tue gambe? Cosa esattamente non ti piace? La circonferenza? La muscolatura? La scarsa tonicità? La pelle non idratata?

A volte osservando attentamente i propri difetti ci si può anche rendere conto che non sono così terribili come si pensava e questo può far stare meglio. Non sempre, però, questo succede.

Cosa puoi rendere più bello?

Dopo aver analizzato nel dettaglio ciò che non piace è importante valutare se può essere reso più bello.

Molto spesso l’insoddisfazione delle persone riguarda la forma fisica. C’è chi si vede in sovrappeso, chi ritiene di non avere un corpo tonico, chi detesta solo alcune specifiche parti del corpo -come le gambe o la pancia-. Molte di queste cose, percepite come difetti, possono essere superate oppure possono essere nettamente migliorate, ad esempio prestando attenzione all’alimentazione e facendo specifici esercizi fisici. Tutto questo porta a piacersi di più.

A questo punto, però, può subentrare un’altra valutazione, quella relativa a quanto si è disposti ad impegnarsi per rendersi più belli. Perché di solito lamentarsi è facilissimo, impegnarsi non lo è.

Piacersi rendendosi più affascinanti

Ci sono anche molte cose del proprio aspetto fisico che non possono essere cambiate con l’esercizio. Non si può diventare più alti, cambiare la forma del proprio naso o, ancora, stravolgere la conformazione del fisico.

Quello che, invece, si può fare sempre è rendersi più affascinanti. Come? Valorizzando i propri punti di forza, curando i dettagli, accettando i difetti e facendo in modo che abbiano un impatto quanto più circoscritto possibile sull’immagine di sé. Un esempio? Alcune persone non amano il proprio naso, ma si rendono conto che cambiando alcuni elementi di contorno, come la pettinatura o gli occhiali o il trucco, si modifica anche la percezione complessiva del viso, naso incluso.

Se ci riflettete probabilmente vi verrà in mente qualche personaggio dello spettacolo che non è bello, ma che si piace e piace agli altri perché ha imparato, in qualche modo, a gestire strategicamente i difetti.

Non piacersi fisicamente, insomma, non è una condanna. Perché è possibile cambiare. Perché è possibile rendersi affascinanti. Perché è possibile accettare i difetti e vivere serenamente.

Dott.ssa Erica Tinelli

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L’IMPORTANZA DELLA SALUTE MENTALE

Che cos’è la salute?

Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute è “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente l’assenza di malattie o infermità”.

La salute, quindi, è qualcosa di ben più ampio dell’assenza di problemi.

La salute mentale, inoltre, rappresenta una componente fondamentale della salute complessiva della persona. Senza un’adeguata salute mentale, quindi, la persona non può stare bene, anche quando è in ottima forma fisica.

Perché è importante la salute mentale?

Perché ha un impatto notevole sulla quotidianità della persona, sulle percezioni, sulle emozioni, sui comportamenti.

Una cattiva salute mentale porta le persone a sperimentare frequentemente sensazioni di disagio che possono compromettere, a vari livelli, la capacità di fare ciò che si desidera, di stare con gli altri, di lavorare, di studiare, di dedicarsi ai propri hobby. Pensiamo, ad esempio, a come può essere difficile fare queste cose se si è depressi o molto stressati o pieni di preoccupazioni difficili da gestire.

Essere mentalmente sani, invece, consente alle persone di essere serene e di avere un buon funzionamento personale, interpersonale e sociale.

Avere una buona salute non è importante solo per la singola persona, ma per chiunque, a vario titolo, interagisce con lei -amici, familiari, persone con le quali si lavora-.

Cosa la compromette?

Prima di tutto la presenza di disturbi mentali, come i disturbi di personalità, psicotici, depressivi, d’ansia, alimentari, ecc…

Dal momento che, però, la salute non è solo l’assenza di malattia, anche in mancanza di disturbi è possibile non avere una buona salute.

La salute mentale, quindi, è compromessa anche dall’incapacità di gestire le emozioni, le relazioni, lo stress, le difficoltà quotidiane.

Il legame tra salute mentale e fisica

Si tratta di due dimensioni distinte, ma fortemente interconnesse. Si influenzano a vicenda. La cura della mente, quindi, è importante anche per stare bene fisicamente. Lo stress cronico, ad esempio, ha un impatto sul funzionamento del sistema immunitario e, quindi, rende più vulnerabile il nostro organismo. Così come l’ansia e la depressione rappresentano dei fattori di rischio per le patologie cardiache.

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