Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

ALIMENTAZIONE: 3 PRINCIPI PSICOLOGICI DA TENERE A MENTE

Tutti sappiamo che il comportamento alimentare non dipende esclusivamente dalle necessità nutrizionali dell’organismo, ma è influenzato anche da altre variabili di natura psicologica e sociale. Per potersi mantenere in forma, quindi, è necessario anche prestare attenzione a questi aspetti. Ecco 3 importanti principi di psicologia dell’alimentazione da non dimenticare mai.

La restrizione eccessiva è un tentativo di controllo che porta alla perdita di controllo

La maggior parte delle diete si basa sulla riduzione dell’apporto calorico e sull’eliminazione dei cibi eccessivamente calorici e dannosi, come ad esempio i dolci. Vietarsi alcuni cibi, però, di solito porta a percepirli come ancora più desiderabili. Infatti, molto spesso, dopo un periodo nel quale si è sottoposta alla restrizione, la persona cade nell’alimentazione incontrollata, che solitamente ha come protagonisti proprio i cibi vietati ma tanto desiderati.

Qualsiasi dieta efficace, quindi, non deve essere eccessivamente restrittiva e rigida. Ad esempio, chi ama i dolci dovrebbe continuare a concederseli per evitare una perdita di controllo colossale con effetti fisici e psicologi devastanti. E’ preferibile, quindi, seguire un’alimentazione più equilibrata.

Ricercare il piacere nell’alimentazione

Il piacere è fondamentale per l’uomo che, infatti, orienta i suoi comportamenti alla ricerca di questa sensazione che dovrebbe essere sempre tenuta in considerazione, anche in riferimento al contesto alimentare. È importante ricercare il piacere non soltanto evitando di vietarsi cibi piacevoli, ma facendo ulteriori passi. Per recuperare un rapporto equilibrato con il cibo la persona dovrebbe evitare di mangiare quello che capita o quello che è più veloce da preparare, ma pensare ai cibi più desiderati ed organizzarsi per prepararli nel modo che preferisce.

La ricerca del piacere, poi, non dovrebbe riguardare solo i cibi, ma anche la cura di tutta una serie di aspetti più di contorno, come ad esempio il modo di disporre il cibo nel piatto, il modo di apparecchiare, il mangiare lentamente, la scelta dei luoghi e della compagnia.

Evitare l’uso del cibo come consolazione

Alcune persone non mangiano solo per fame e per piacere, ma anche per trovare una compensazione ai fastidi e allo stress della vita quotidiana. In questi casi il cibo diventa uno sfogo, un modo per cercare di sedare i dispiaceri, le preoccupazioni, le emozioni particolarmente intense. In tali situazioni il rapporto con il cibo può diventare disfunzionale. Diventa fondamentale, quindi, interrompere questo circolo vizioso e lavorare sull’apprendimento di abilità legate alla gestione dello stress e della frustrazione.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Nardone G. (2007). La dieta paradossale. Ponte alle Grazie, Milano.

LE OSSESSIONI PIU’ DIFFUSE

Il disturbo ossessivo-compulsivo si caratterizza per la presenza di ossessioni e compulsioni che possono riguardare argomenti molto vari e molto numerosi, potenzialmente infiniti. Ci sono, però, alcune tematiche che si presentano molto più frequentemente rispetto ad altre. Vediamo quali.

Ossessioni relative alla pulizia

Tra le ossessioni più frequenti ci sono quelle che riguardano la pulizia del proprio corpo o quello di altri (come familiari e amici), i vestiti, la casa. Il timore delle persone, in questi casi, è quello di potersi sporcare o contaminare.

In risposta a queste ossessioni, molto spesso vengono messi in atto degli evitamenti (come evitare di uscire, di toccare delle cose, di frequentare certi luoghi o di svolgere determinate attività, di invitare persone a casa) o dei rituali di pulizia che possono essere anche molto lunghi e complessi.

La simmetria e l’ordine

In questo ambito rientrano ossessioni relative al dover disporre gli oggetti in modi ben precisi, rigidi ed inflessibili. Un esempio è rappresentato dalle persone che sono ossessionate dal fatto che gli oggetti devono essere messi in posizioni precise che non possono variare minimamente. Un altro esempio riguarda la disposizione degli oggetti –come vestiti, libri- secondo un ordine specifico basato su vari criteri, come il colore oppure la grandezza.

Le compulsioni, in questi casi, sono orientate a controllare che tutto sia disposto nel “modo giusto” e a ripristinare l’ordine imposto dalle ossessioni nel caso in cui questo sia venuto meno.

Ossessioni “proibite”

Vengono definite così perché si tratta di pensieri che hanno a che fare con azioni o attività considerate tabù e che, spesso, riguardano la sfera sessuale oppure l’aggressività. Sono considerati pensieri malvagi ed insopportabili per il fatto di essere “troppo cattivi”. È il caso, ad esempio, del pensiero di poter far del male ad un proprio caro o di poter esprimere i propri impulsi sessuali in modo inadeguato attraverso stupri o atti di pedofilia.

Tali pensieri sono talmente fastidiosi che di solito le persone cercano compulsivamente di scacciarli oppure di mettere in atto dei rituali comportamentali o mentali per ottenere la serenità.

Pensieri ossessivi relativi al danno

Molte persone sono ossessionate dal timore che possa succedere qualcosa di brutto –come un incidente oppure un’aggressione- che possa provocare un danno a se o ad altri. In alcuni casi la persona teme anche di poter essere lei stessa a provocare il danno a causa di un raptus o di errori. Anche in questo caso le compulsioni possono essere orientate al controllare che non avvenga o che non sia già accaduto ciò che si teme. Non necessariamente, però, esiste un legame logico tra l’ossessione e quello che viene fatto per provare a contrastarla. Ad esempio, per evitare che si verifichino dei danni la persona potrebbe anche mettere in atto dei rituali magico-propiziatori, che possono prevedere la ripetizione di alcune formule mentale o di alcuni comportamenti che razionalmente non hanno niente a che fare con la prevenzione del danno.

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AVERE PENSIERI MALVAGI

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

IL COPIONE DELLA “PENELOPE” OVVERO LA DONNA IN COSTANTE ATTESA DEL PARTNER

Nel libro “Gli errori delle donne (in amore)” Giorgio Nardone descrive numerosi “copioni relazionali” utilizzati dalle donne in amore. Tra questi troviamo il copione della Penelope, che è molto diffuso.

Chi è Penelope?

Nella mitologia è la regina che attende per tantissimi anni il ritorno a casa del marito Ulisse. Probabilmente è conosciuta da tutti per la famosa “tela di Penelope” che faceva di giorno e disfaceva di notte perché una volta terminata avrebbe dovuto sposare un altro uomo, cosa che cercava di evitare ad ogni costo.

In amore, quindi, Penelope è colei che resta in attesa dell’uomo che ama, con il quale ha spesso una relazione che, però, non vive pienamente. Oggi molto spesso il ruolo di Penelope è ricoperto dall’amante che aspetta che l’uomo lasci sua moglie per poter coronare il proprio sogno. L’attesa in genere non è connotata da rabbia o rancore, ma da un atteggiamento di disponibilità e di comprensione. La convinzione è che prima o poi quello che desidera accadrà. 

Perché l’attesa rischia di diventare eterna?

Nella maggioranza dei casi ciò che Penelope desidera non si realizza.

Penelope, infatti, di solito tende a giustificare l’attesa che l’uomo le impone perché “ora non è il momento”, “ora mia moglie sta attraversando un periodo difficile, non posso farle questo”, “ora il bambino è troppo piccolo e soffrirebbe”, “ora devo sistemare alcune questioni organizzative”, “ora non posso permettermelo economicamente”, ma purtroppo la lista delle possibili motivazioni per rimandare può essere davvero infinita.

Penelope può essere anche estremamente intelligente, ma è invischiata in un problema che non le permette di vedere che è proprio la sua accettazione della situazione che mantiene in essere il rapporto a tre, anzi lo rafforza. Il rapporto che l’uomo vive con Penelope permette di compensare tutte le mancanze del rapporto con la moglie e proprio per questo permette di vivere più felicemente la vita matrimoniale. L’uomo prende il meglio da entrambe le relazioni, perché dovrebbe rinunciare ad una delle due?

Gli altri rischi che può correre Penelope

Nell’attesa dell’uomo tanto desiderato, Penelope corre il rischio di isolarsi dagli altri. Certamente non ha un atteggiamento di apertura nei confronti di possibili frequentazioni maschili e proprio per questo si priva della possibilità di costruirsi, o anche solo di prendere in considerazione, delle alternative. A volte, poi, Penelope tende ad isolarsi anche dalle amiche o dalla famiglia nei casi in cui le sembra che gli altri non capiscano la sua situazione e tendono a spronarla ad interrompere il rapporto.

Inoltre, Penelope può mettere in stand-by la propria vita e rinunciare ad opportunità di carriera, hobby, interessi se questi tolgono tempo ai momenti che può trascorrere con l’amato che ovviamente sono limitati e che, generalmente, vengono organizzati tenendo in considerazione principalmente le necessità di lui.

Come finisce la storia di Penelope?

Ci sono tante possibili evoluzioni, ma molto raramente c’è un lieto fine.

Penelope può rimanere in una condizione di attesa per anni e anni, a volte per decenni.

In alcuni casi continua a nutrire l’illusione per sempre.

Altre volte ad un certo punto si rende conto che l’attesa è inutile, ma può comunque non riuscire a lasciare il “suo” uomo. In genere prova anche risentimento perché si rende conto di aver sprecato una parte importante della propria vita e delle proprie possibilità.

Ci sono delle volte, poi, in cui Penelope è costretta a subire l’interruzione della relazione perché l’uomo sceglie di restare esclusivamente con la moglie o perché sceglie di lasciare entrambe, magari per buttarsi tra le braccia di una terza donna.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. (2010). Gli errori delle donne (in amore). Ponte alle Grazie, Milano.

INSEGNARE LA PERSEVERANZA CON L’ESEMPIO

“Pazienza e perseveranza sono qualità essenziali per il successo e

la realizzazione finale, per ogni cosa per cui

valga la pensa di sforzarsi”      J. Pilates

Perchè è importante la perseveranza?

La perseveranza, cioè la capacità di essere costanti nello svolgimento di un’attività e di non arrendersi davanti alle difficoltà, è indispensabile per avere successo. Qualsiasi obiettivo importante, infatti, può essere raggiunto con l’impegno, il duro lavoro, l’allenamento costante, la determinazione.

Anche in presenza di un’importante predisposizione verso una determinata attività, se questa non viene coltivata adeguatamente, difficilmente si riuscirà a raggiungere l’eccellenza.

Sviluppare la perseveranza

È fondamentale, quindi, imparare ad essere perseveranti.

La perseveranza, infatti, non è una dote innata, ma una qualità che può essere appresa e che può essere insegnata fin dall’infanzia. E si sa che molto spesso il modo migliore per insegnare una cosa ad un bambino non è tanto quello di spiegargli a parole cosa deve fare e come deve comportarsi, ma proporsi come un modello di riferimento da osservare e da imitare.

Così, il modo migliore per insegnare la perseveranza è mostrarsi ai bambini come un esempio di perseveranza.

La ricerca sul tema

Una recente ricerca condotta da Leonard, Lee, Schultz (vedi bibliografia) ha dimostrato che i bambini che avevano osservato un adulto fare vari tentativi prima di arrivare a raggiungere degli obiettivi (estrarre un giocattolo da una scatola e delle chiavi da un moschettone), successivamente erano più inclini ad impegnarsi di più per portare a termine un compito assegnato (azionare un giocattolo sonoro). Avevano imparato, infatti, che per riuscire nei propri intenti è fondamentale essere costanti perché possono essere necessarie varie prove per ottenere ciò che si vuole.

Questa ricerca offre degli spunti di riflessione molto interessanti.

L’età

Innanzitutto, è da sottolineare che i bambini coinvolti nella ricerca erano molto piccoli. Infatti, avevano un’età compresa tra i 13 ed i 18 mesi. La perseveranza, quindi, può essere appresa molto presto. Considerata la sua importanza, è auspicabile che venga insegnata già dalle prime fasi di vita, ovviamente con modalità congruenti all’età del bambino.

Interagire direttamente

Un altro elemento da considerare, confermato anche da altri studi, riguarda l’importanza di sviluppare con i bambini un’interazione diretta. Quando gli adulti pronunciavano i nomi dei bambini, stabilivano con loro un contatto visivo e parlavano con loro di tutti i tentativi che stavano facendo, i bambini imparavano maggiormente l’arte della perseveranza e in seguito si impegnavano di più.

Generalizzare

Infine, è importante sottolineare che adulti e bambini si erano cimentati in compiti diversi. Sembrerebbe, quindi, che da parte dei bambini si sia verificato un apprendimento generalizzato a vari ambiti e non circoscritto alla specificità della situazione osservata.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Leonard J. A., Lee Y., Schulz. L. E. (2017). Infants make more attempts to achieve a goal when they see adults persist. Science, 357 (6357).

IL LUTTO PATOLOGICO O COMPLICATO

Che cos’è il lutto?

Il lutto è uno stato di forte disagio che si presenta a seguito della perdita di una persona importante. In queste situazioni si possono manifestare tante emozioni diverse come la disperazione, la rabbia, la confusione. Si tratta di reazioni perfettamente normali dal momento che una persona importante non c’è più. In alcuni casi, però, il lutto diventa patologico.

Quando si parla di lutto patologico o complicato?

Quando la persona non riesce ad elaborare la perdita e ad andare avanti con la propria vita. Infatti, il malessere estremo che vive compromette il suo funzionamento in ambito sociale, lavorativo e in altre aree della vita.

È molto importante tenere in considerazione il tempo che è trascorso dalla morte della persona cara. Certe reazioni estreme, come ad esempio pianti continui o difficoltà a fare anche le cose più semplici –come mangiare o curare la propria igiene- sono normali nelle fasi immediatamente successive la perdita, mentre diventano patologiche se persistono a lungo.

Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM5) si può parlare di lutto complicato quando nei 12 mesi successivi alla morte (6 mesi nei bambini) sono presenti frequentemente e ad un livello molto inteso i seguenti sintomi: persistente nostalgia per la persona deceduta, tristezza e dolore intensi, preoccupazione per il deceduto o per le circostanze della morte, difficoltà nell’accettare la morte, incredulità, rabbia, difficoltà ad abbandonarsi a ricordi positivi del defunto, desiderio di morire per ritrovarlo, sensazione di essere soli, scarsa fiducia verso gli altri, percezione che senza la persona cara la propria vita sia vuota, confusione sui propri progetti di vita, riluttanza a pensare al futuro. Tali reazioni non sono patologiche e disfunzionali: lo diventano solo se troppo frequenti o intense.

Come superare un lutto complicato

Se non c’è ancora stata un’adeguata elaborazione del lutto non vuol dire che non ci potrà mai essere. Spesso la mancata elaborazione del lutto è dovuta al fatto che la persona, per provare a superare la sua sofferenza, mette in atto dei comportamenti che non solo non risolvono il problema, ma lo peggiorano. Tra gli esempi di azioni inefficaci, ad esempio, troviamo il tentativo di allontanare il dolore che lo amplifica ancora di più.

Interrompere questi comportamenti problematici consente di gestire al meglio la situazione e di superare il problema.

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LA GESTIONE DEL LUTTO

IL LUTTO PERINATALE

RISOLVERE I PROBLEMI SESSUALI

Risolvere i problemi sessuali è molto importante dal momento che il sesso rappresenta un aspetto fondamentale della vita di coppia o, più in generale, della vita sociale. Il sesso, infatti, contribuisce al benessere sia individuale che relazionale. Per questo motivo i problemi sessuali –come l’anorgasmia, l’assenza di desiderio, i problemi di erezione o di eiaculazione- possono causare grande frustrazione e malessere.

Come si sviluppano i problemi sessuali?

Si tratta di problemi che possono dipendere da questioni fisiche. Infatti, chi sperimenta queste difficoltà spesso fa degli accertamenti medici per valutare la presenza di problemi organici.

Alla base di tali disturbi ci può essere anche la dipendenza da farmaci, alcol o altre sostanze. Questo, quindi, è un aspetto da considerare sempre.

Molto spesso i problemi sessuali sono legati a problemi psicologici individuali –come l’ansia da prestazione- o a problematiche relazionali. 

L’intervento psicologico per risolvere i problemi sessuali

L’intervento deve essere basato sulla specificità di ogni singolo caso.

Spesso nella coppia sono presenti dei problemi più generali che vanno al di là della sfera sessuale. Pensiamo, ad esempio, alle coppie conflittuali e con difficoltà comunicative. In tali casi l’assenza o l’inadeguatezza dei rapporti sessuali può rappresentare una delle tante manifestazioni di problemi ben più ampi che andrebbero affrontati nel loro complesso.

Esistono, però, anche molte situazioni nelle quali le relazioni tra le persone sono molto soddisfacenti e l’unico problema è quello di natura sessuale che sarà, quindi, l’oggetto dell’intervento professionale.

Il trattamento previsto dalla terapia breve strategica

La terapia breve strategica si focalizza sull’analisi di come il problema
funziona e di quello che è necessario fare per risolverlo.

Vengono utilizzate specifiche tecniche e prescrizioni che porteranno la
persona a sperimentare che può superare il problema in tempi brevi.

Se il problema presentato è solo di natura sessuale, sarà necessario
analizzare e gestire le tentate soluzioni disfunzionali che mantengono il
problema. Tra le più diffuse troviamo, ad esempio, il tentativo di controllare e provocare
volontariamente sensazioni e reazioni che dovrebbero essere spontanee.

Nel caso in cui, invece, i partner presentino problematiche più generali non
riconducili solo al sesso, è necessario valutare e gestire la situazione nel complesso. Spesso per risolvere i problemi sessuali è necessario superare i problemi di comunicazione o di gestione dei conflitti.

Dott.ssa Erica Tinelli

Bibliografia

Nardone G., Rampin M. (2005). La mente contro la natura. Terapia breve strategica dei problemi sessuali. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G., Balbi E., Boggiani E. (2020). Il piacere mancato. I paradossi del sesso nel nuovo millennio e la loro soluzione. Ponte alle Grazie, Milano.