Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

COMPETENZE GENITORIALI E FATTORI DI RISCHIO

Conoscere i fattori di rischio per lo sviluppo di adeguate competenze genitoriali può essere utile perchè permette di intervenire per evitare di creare problemi al benessere dei propri figli.

Quello del genitore, infatti, è un ruolo molto complesso perchè è carico di responsabilità. Infatti, con il suo comportamento e con il suo stile di vita, il genitore influenza notevolmente lo sviluppo del figlio.

Fattori di rischio distali

Si tratta di variabili che hanno un’influenza indiretta sullo sviluppo delle competenze genitoriali, ma possono avere comunque un impatto, anche perché possono contribuire allo sviluppo dei fattori di rischio prossimali.

Tra i fattori di rischio distali ci sono il basso livello di istruzione e la povertà cronica che, a loro volta, sono interconnesse e che impattano negativamente sulla salute individuale e familiare.

Molto importante è anche l’inadeguatezza dell’integrazione sociale, l’assenza di un partner e la carenza di relazioni interpersonali. In queste situazioni, infatti, il genitore non può contare sull’aiuto materiale ed emotivo che deriva da altre persone.

Anche la presenza di esperienze infantili di rifiuto, di violenza e di abusi può rappresentare un fattore di rischio distale, tranne nei casi in cui vi è stata l’elaborazione di questi eventi.

Fattori di rischio prossimali

Hanno una grande influenza sullo sviluppo delle competenze genitoriali. I fattori di rischio prossimali possono essere:

  • Individuali. In questa categoria rientra la presenza di varie forme di psicopatologia, la devianza sociale, l’abuso di sostanze, il non sapersi assumere delle responsabilità, l’impulsività, la scarsa tolleranza delle frustrazioni. Sono tutti elementi che evidenziano l’incapacità della persona di prendersi cura di sé e che, quindi, possono essere connesse all’incapacità di prendersi cura degli altri, figli inclusi. Un altro fattore di rischio individuale è l’inadeguatezza delle competenze empatiche che ostacola la capacità di comprensione e gestione dei bisogni altrui.
  • Familiari e sociali. Riguardano sia i rapporti con la famiglia d’origine –presenza di conflitti o relazioni difficili- sia il rapporto con il partner –ad esempio la presenza di conflitti o la violenza domestica-.

La presenza di fattori di rischio è una condanna che impedisce lo sviluppo di adeguate competenze genitoriali?

Assolutamente no! La presenza dei fattori di rischio –anche numerosi e importanti- non significa che si è condannati ad essere dei cattivi genitori, anche se ovviamente può rendere più difficile rivestire questo ruolo.

Quasi tutti i fattori di rischio possono essere superati quando la persona è disponibile ad impegnarsi. Basti pensare che tra i principali fattori di protezione c’è proprio il desiderio di migliorarsi.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

IL DIFFICILE MESTIERE DEL GENITORE

IL SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’

UN LEGAME SPECIALE: IL RAPPORTO MADRE-BAMBINO

Per approfondire

Di Blasio P. (a cura di) (2005). Tra rischio e protezione. La valutazione delle competenze parentali. Edizioni Unicopli, Milano.

IL DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’

Le caratteristiche del disturbo narcisistico di personalità

Chi soffre di un disturbo narcisistico di personalità ritiene di avere delle caratteristiche eccezionali, molto spesso non evidenti agli altri.

Il narcisista, anche se può apparire molto sicuro di sé, in realtà ha un’autostima fragile. Il fatto di sentirsi speciale, infatti, non si basa su esperienze e risultati reali e, quindi, non è stabile. Per essere rassicurato e per sentirsi a proprio agio, quindi, il narcisista ha bisogno di essere sempre ammirato degli altri.

Un’altra caratteristica del disturbo è la scarsa empatia, che rende la persona incapace di capire i sentimenti ed i bisogni degli altri perché è troppo focalizzata sui propri. Le relazioni sviluppate dal narcisista, quindi, non si basano sul piacere della condivisione e dello stare insieme, ma sul bisogno di vedere confermato il proprio valore e di accrescere la propria autostima.

Il narcisismo è sempre patologico?

Entro certi livelli il narcisismo è sano perché consente di prestare attenzione ai propri bisogni, desideri ed obiettivi. Si tratta di concentrarsi su di sè per essere in grado di stare bene anche con gli altri.

Il narcisismo diventa patologico quando è troppo elevato e pervasivo, al punto tale da non riuscire a stabilire il giusto equilibrio tra l’attenzione verso se stessi e quella verso gli altri. Inoltre, il narcisismo patologico si caratterizza anche per la mancanza di empatia, elemento che, invece, è assente nel narcisismo sano.

Il trattamento del disturbo narcisistico di personalità

Come per tutti i disturbi di personalità, anche per il disturbo narcisistico il trattamento consigliato dalle linee guida internazionali è la psicoterapia. Con la psicoterapia la persona viene aiutata, gradualmente, a mettere in discussione le sue credenze disfunzionali, a sviluppare l’empatia e un’autostima solida, a creare relazioni sociali sane ed equilibrate.

Nel trattamento del disturbo narcisistico di personalità a volte può essere utile anche coinvolgere la famiglia della persona che, però, deve essere guidata da un terapeuta e deve evitare di applicare delle soluzioni fai da te. Queste, infatti, oltre a non risolvere il problema, potrebbero portare ad un peggioramento.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

I DISTURBI DI PERSONALITA’

IL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

Per approfondire

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G. (2021). Le due facce di Narciso. Psicologia contemporanea, 283, pp. 12-17.

https://salute.regione.emilia-romagna.it/salute-mentale/percorsi-di-cura/DGP

IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo?

Si tratta di un problema che si può manifestare nei bambini e si caratterizza per l’incapacità a parlare in determinati contesti e situazioni specifiche. Il bambino, però, è in grado di parlare in altri ambiti. Può capitare, ad esempio, che un bambino con un problema di mutismo selettivo non parli a scuola, ma parli normalmente a casa oppure viceversa.

I bambini con mutismo selettivo solitamente hanno abilità linguistiche perfettamente normali, mentre invece, spesso, presentano elevati livelli di ansia, di timidezza e tendono ad isolarsi.

Il ruolo dei genitori

Dal momento che il mutismo selettivo si manifesta nell’infanzia, è molto importante analizzare il modo in cui i genitori cercano di gestire il problema. Molto spesso cercano di spronare il proprio figlio a parlare, ad esprimere eventuali disagi e a raccontare loro eventuali difficoltà incontrare. Altre volte, invece, pensano che il problema sia causato da una carenza affettiva e per questo concedono molte più attenzioni al bambino, ad esempio comprando più giochi, essendo molto presenti, rispondendo positivamente a qualsiasi richiesta e desiderio, anche solo presunto.

Questi comportamenti, però, di solito non sono risolutivi, anzi rappresentano per il bambino dei vantaggi che cercherà, anche inconsapevolmente, di mantenere continuando a perpetuare il comportamento problematico.

L’intervento strategico nei casi di mutismo selettivo

In terapia breve strategica quando si devono risolvere problemi infantili in genere si ricorre alla terapia indiretta. Questo vuol dire che non si svolgono dei colloqui con il bambino, ma con i genitori che vengono guidati, con modalità calzate alla specificità del caso e delle persone coinvolte, ad interrompere i comportamenti disfunzionali. Contemporaneamente, vengono fornite delle indicazioni più efficaci per affrontare il problema e per gestire il rapporto con il figlio.

Il mutismo selettivo è un problema che può destare grande preoccupazione e può diventare estremamente invalidante, ma può essere risolto anche piuttosto rapidamente con le giuste strategie.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

L’ESPERIENZA EMOZIONALE CORRETTIVA

Che cos’è l’esperienza emozionale correttiva?

E’ un’esperienza che produce un cambiamento nel modo in cui la persona percepisce la realtà e nel modo in cui reagisce. Si tratta di situazioni concrete nelle quali la persona sperimenta direttamente delle sensazioni differenti da quelle normalmente provate in situazioni simili. Ad esempio, per una persona che solitamente viene rifiutata dagli altri, il fatto di essere trattata con gentilezza e disponibilità da qualcuno può essere un’esperienza emozionale correttiva.

L’esperienza emozionale correttiva è importante perché permette di produrre dei cambiamenti rapidi ed efficaci nelle percezioni, nelle emozioni e nei comportamenti.

Come si può verificare?

Può verificarsi nella vita quotidiana a seguito di eventi imprevisti.

L’esperienza emozionale correttiva, inoltre, può essere prodotta in terapia. L’approccio breve strategico ha come obiettivo proprio quello di produrre delle esperienze emozionali correttive che generano dei cambiamenti nelle esperienze delle persone. Tali cambiamenti concreti, successivamente produrranno delle modifiche anche a livello cognitivo. Come evidenziato dalla letteratura scientifica, infatti, il cambiamento si verifica prima in modo incosciente –sotto la spinta di dinamiche emotive- e in secondo momento a livello cognitivo. La persona, quindi, prima scopre, sperimenta, percepisce, sente; solo più tardi capisce.

In terapia l’esperienza emozionale correttiva può essere prodotta con il dialogo strategico che produce un cambiamento nelle rigide percezioni patologiche delle persone attraverso l’uso di domande a illusione di alternativa, parafrasi ristrutturanti, l’evocazione di sensazioni, il riassumere per ridefinire anche con metafore e aforismi.

Inoltre, in terapia breve strategica l’esperienza emozionale correttiva può essere prodotta anche con le prescrizioni, cioè indicazioni di compiti che devono essere eseguiti tra una seduta e all’altra. La maggioranza delle prescrizioni, infatti, sono costruite in modo tale da produrre un cambiamento percettivo-emotivo attraverso delle esperienze concrete.

Differentemente da quanto avviene nella quotidianità, le esperienze emozionali correttive prodotte attraverso la terapia non sono casuali, ma pianificate dal terapeuta per produrre l’effetto correttivo desiderato in modo efficace e rapido.  A tal proposito Paul Watzlawick ha parlato di “eventi casuali pianificati” perché sono casuali per il paziente che non ne conosce l’effetto, ma al tempo stesso sono programmati dal terapeuta.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Nardone G., Salvini A. (a cura di) (2013). Dizionario internazionale di psicoterapia. Garzanti, Milano.

Nardone G., Milanese R. (2018). Il cambiamento strategico. Come far cambiare alle persone il loro sentire e il loro agire. Ponte alle Grazie, Milano.

LA TERAPIA BREVE STRATEGICA E LE FAMOSE 10 SEDUTE

Chi conosce la terapia breve strategica, anche in modo non approfondito, di solito ha letto o ha sentito parlare delle famose dieci sedute. Le prime dieci sedute -che possono essere anche le uniche-, infatti, rappresentano un importante parametro per valutare l’efficacia della terapia.

Cosa vuol dire “ci diamo 10 sedute di tempo”?

Se la terapia breve strategica è efficace produce, entro dieci sedute, miglioramenti significativi. Tali cambiamenti si presentano nel modo di percepire la realtà e nelle reazioni emotive e comportamentali. Questo parametro è applicato a tutte le situazioni, anche quelle più complesse.

L’importanza del cambiamento ottenuto viene valutata considerando il punto di partenza, oltre che l’obiettivo finale.

Facciamo l’esempio di una persona che ha un disturbo invalidante che la porta a non essere in grado di affrontare da sola nessuna situazione. In un caso di questo tipo riuscire, entro la decima seduta, a far uscire di casa la persona e farle fare alcune attività -come la spesa-, può essere un risultato molto importante. Poi, ovviamente, sarà necessario costruire tanti altri traguardi nel corso del tempo.

Per fare un altro esempio, per una persona con molte compulsioni radicate, una drastica riduzione dei sintomi entro dieci sedute è un risultato degno di nota. L’azzeramento completo del disturbo, ovviamente, può richiedere molto più tempo.

Cosa succede alla decima seduta?

In alcuni casi il percorso si conclude perchè il problema non è più presente.

In altri casi, invece, entro la decima seduta c’è stato un miglioramento importante, ma non completo, quindi si prosegue con le sedute fino al traguardo.

Se, invece, entro la decima seduta non si verifica un miglioramento significativo la terapia si interrompe. Se non ci sono risultati importati entro dieci incontri, molto probabilmente non potranno esserci neanche in futuro. Il fallimento non dipende necessariamente dal tipo di approccio. La responsabilità, infatti, potrebbe essere del terapeuta.

Da cosa dipende la durata della terapia?

O, per dirlo altrimenti, come mai a volte sono sufficienti dieci sedute o anche di meno e altre volte, invece, ne servono di più?

Questo dipende principalmente:

  • dalla complessità della situazione, in riferimento al tipo di problema da risolvere, alle caratteristiche delle persone, al dover affrontare più problemi
  • dall’osservanza di quanto proposto nella terapia. In terapia breve strategica, infatti, vengono date alla persona delle indicazioni di cose che devono essere fatte tra un colloquio ed un altro. Fare le prescrizioni rigorosamente consente di raggiungere l’obiettivo più rapidamente; farle solo in parte, invece, può produrre un rallentamento.

L’idea di dover terminare la terapia entro dieci sedute, comunque, è sbagliata. Se non succede, non è preoccupante. E’ problematica solo l’assenza di risultati che, infatti, porta all’interruzione.

E’ bene ricordare che ci sono casi in cui andando troppo forte si rischia di andare fuori strada.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

Terapia Breve Strategica Online

TERAPIA BREVE STRATEGICA: DOMANDE E RISPOSTE

LE ERESIE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

QUANDO STUDIARE DIVENTA UNA TORTURA

Non riuscire a studiare in maniera serena ed efficace rappresenta un grosso problema per gli studenti, ma anche per chi per altri motivi ha a che fare con lo studio –pensiamo, ad esempio, a chi vuole fare concorsi o corsi di aggiornamento professionale-.

I problemi di studio possono manifestarsi in vari modi.

Non riuscire a studiare

Alcune persone non riescono proprio a studiare. Spesso si trovano nella condizione di non riuscire a concentrarsi e, di conseguenza, di non riuscire a comprendere quanto letto. In alcuni casi, però, c’è un blocco talmente forte che impedisce anche di aprire i libri.

Questo tipo di problema in genere non si presenta improvvisamente, ma è l’esito finale di una serie di difficoltà mal gestite. In particolare, si manifesta spesso in persone che vivono lo studio con senso di obbligo e che cercano in modo esasperato di evocare la motivazione ed il piacere legati allo studio. Più provano a produrre volontariamente delle cose che dovrebbero essere spontanee, più le allontanano e peggiorano il loro problema.

Studiare ricercando la perfezione

A volte le difficoltà nello studio sono legate alla ricerca estrema della perfezione che si può manifestare in varie forme. C’è chi, ad esempio, pretende di capire tutto e subito e non riesce a proseguire nella lettura se ogni singola frase non è chiarissima. C’è chi legge più e più volte le stesse cose perché non si ricorda tutto. C’è chi non riesce a scrivere relazioni o riassunti perché non gli viene in mente la frase di apertura perfetta. C’è chi si blocca perché cerca in continuazione degli argomenti di approfondimento nei quali si perde senza riuscire ad andare avanti e a costruire un quadro d’insieme.

Si tratta di situazioni nelle quali la persona cerca di avere il massimo controllo, ma proprio in virtù dell’estremizzazione di questo comportamento finisce per perdere il controllo.

Ansia da esame

Questo problema non riguarda lo studio in sé, ma il momento dell’esposizione oppure la sua anticipazione mentale. Entro certi livelli è perfettamente normale ed utile provare ansia; anzi, questa rappresenta una risorsa importante che permette alla persona di dare il meglio di sé. Quando è estrema, però, l’ansia diventa un ostacolo alla performance efficace e spesso porta la persona all’evitamento di ciò che teme, ossia l’esposizione.

Come superare i problemi di studio

Secondo l’approccio strategico i problemi, inclusi quelli legati allo studio, si strutturano e si aggravano a causa di una serie di difficoltà che sono state gestite in maniera fallimentare utilizzando delle tentate soluzioni disfunzionali. Nel caso dei problemi di studio le tentate soluzioni disfunzionali prevalenti sono il tentativo di evocare la motivazione o di imporsi lo studio, il tentativo di controllo estremo, l’iperanaliticità, l’evitamento.

L’individuazione e lo sblocco delle tentate soluzioni disfunzionali tipiche di ogni caso consente di superare il problema, spesso anche in tempi rapidi.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche:

4 CONSIGLI PER STUDIARE MEGLIO E PIU’ RAPIDAMENTE

Per approfondire

Bartoletti A. (2013). Lo studente strategico. Come risolvere rapidamente i problemi di studio. Ponte alle Grazie, Milano.