Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

PROBLEMATICHE PSICOLOGICHE NEL POST-PARTUM

DEPRESSIONE POST-PARTUM E ALTRE PROBLEMATICHE PSICOLOGICHE CONNESSE ALLA MATERNITA’.jpg

Nel post-partum la donna può sperimentare tante difficoltà che è importante conoscere ed affrontare per salvaguardare il suo benessere e quello del bambino.

L’esperienza della maternità

La maternità rappresenta un’esperienza molto importante per tante donne. Comporta tanti cambiamenti che possono essere difficili da affrontare e che, se non gestiti adeguatamente, possono compromettere il benessere della donna e la sua capacità di prendersi cura del bambino.

Queste tematiche ancora oggi rappresentano un tabù. Spesso, infatti, si ritiene che la maternità debba essere un’esperienza totalmente positiva che deve portare con sé solo gioia. Spesso le donne si sentono in dovere di mostrarsi felici e serene e possono vivere il disagio con grande senso di colpa.

In realtà, però, per quanto un figlio possa essere stato desiderato e per quanto possa rappresentare una gioia, la maternità è un cambiamento radicale a livello biologico, psicologico e sociale. Come tutti i cambiamenti importanti, quindi, può essere anche molto stressante.

Per questi motivi l’esperienza di diventare madre può essere accompagnata da difficoltà psicologiche che possono essere transitorie o durature.

I problemi psicologici che possono insorgere nel post-partum

Molti problemi psicologici che possono presentarsi nelle neo-mamme riguardano l’ansia. Questa può essere generalizzata oppure può focalizzarsi solo su alcuni aspetti, come ad esempio la preoccupazione per la salute del bambino, per le proprie competenze genitoriali, per la propria immagine corporea.

A volte può svilupparsi anche un disturbo da attacchi di panico oppure un disturbo ossessivo-compulsivo che spesso si caratterizza per la presenza di ossessioni legate al pensiero di poter fare del male al bambino.

L’esperienza del parto in alcuni casi può anche portare allo sviluppo di sintomi tipici di un disturbo post traumatico da stress. Tali sintomi possono presentarsi anche se il parto non è stato problematico.

La depressione post-partum, infine, rappresenta il problema più diffuso e forse anche il più conosciuto. Si differenzia rispetto al maternity blues o baby blues perché quest’ultimo è uno stato di  alterazione dell’umore che ha una durata limitata; solitamente non supera i 7-10 giorni. Tra i sintomi più diffusi della depressione post-partum troviamo la presenza di un sentimento di impotenza nel provvedere al bambino, il timore che possa succedergli qualcosa, l’irritabilità, la disperazione, l’esaurimento fisico, i sintomi somatici come i dolori addominali, le emicranie, le perdite vaginali, le lombalgie.

Il ruolo del supporto sociale nel post-partum

Lo stato di malessere psicologico che può sperimentare la neo-mamma non necessariamente è evidente agli altri perché spesso le donne cercano di nascondere questo disagio.

È bene tenere a mente, però, che proprio il supporto sociale di familiari ed amici è un importante fattore in grado di ridurre lo stress legato alla maternità e contribuisce ad aumentare le convinzioni di auto-efficacia, ossia la percezione della donna di essere capace di rivestire al meglio il suo nuovo ruolo di madre. In particolare, il supporto sociale riguarda la capacità di ascolto delle preoccupazioni e delle paure della donna, il mostrare attenzione e interesse verso di lei, il mostrare apprezzamento per quello che fa, il dividere i compiti domestici e l’incoraggiarla a chiedere aiuto in caso di necessità.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Zacchetti E. e Castelnuovo G. (a cura di) (2016). Psicologia clinica della depressione. Esperienze cliniche tra medicina e psicologia. FrancoAngeli, Milano.

E’ NORMALE …?

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A volte le persone si chiedono se determinati comportamenti che mettono in atto o se alcune situazioni che vivono sono normali oppure no.

“Mi succede questo….è normale?”

“E’ normale che faccio così?”

“E’ normale che lui/lei ha detto/fatto…?”

Queste sono domande, in genere, nascono dall’esigenza di comprendere se è necessario agire per cercare di apportare dei cambiamenti. È molto difficile, però, fornire una risposta perché per poter rispondere bisognerebbe sapere con certezza che cos’è la normalità e cioè averne una definizione oggettiva e certa, cosa tutt’altro che semplice.

La normalità secondo la statistica

Spesso, per definire la normalità si utilizzato concetti ripresi dalla statistica. da un punto di vista statistico, ad esempio, si definisce normale ciò che fa la maggioranza delle persone, ma questo è un criterio davvero attendibile? Durante la seconda guerra mondiale, ad esempio, la maggior parte degli ufficiali tedeschi eseguì gli ordini dettati da Hitler in merito alla cattura e allo sterminio degli ebrei eppure si possono avere delle perplessità in merito al fatto che questo possa essere considerato un comportamento normale, se per normale si intende qualcosa che non deve essere cambiato.

Capita anche di sentire in televisione o di leggere sui giornali di episodi nei quali una persona è stata vittima di aggressioni, ma la maggioranza (a volte la totalità) delle persone presenti non è intervenuta per aiutarla: questo è un comportamento normale?

Quello che fa la maggioranza rappresenta davvero la normalità?

La variabilità del concetto di normalità

La difficoltà nel definire il concetto di normalità risiede anche nel fatto che non si tratta di un’idea assoluta valida per sempre e per chiunque. Quello che la maggior parte delle persone fa e considera normale cambia molto da cultura a cultura e anche in base all’epoca storica.

In alcune culture, ad esempio, si è soliti parlare con i propri parenti defunti; in altre culture questa è considerata una cosa un po’ strana.

L’omosessualità è stata considerata una malattia (quindi una cosa anormale) fino agli anni ’70, mentre oggi tutti gli esperti del settore concordano nel ritenerla una delle tante varianti della sessualità umana.

È così importante capire se un comportamento è normale?

Dal mio punto di vista chiedersi se una cosa è normale oppure no, oltre che estremamente complesso, non è neanche così utile. Quando si riflette e ci si interroga su se stessi e sulle persone con le quali si interagisce forse sarebbe più opportuno farsi altre domande e precisamente:

  • questo comportamento/atteggiamento mi provoca disagio?
  • provoca malessere alle persone alle quali tengo?
  • non provoca particolari disagi, ma è comunque una cosa che vorrei migliorare?

Se la risposta anche ad una sola di queste domande è sì, allora dovresti agire per cercare di cambiare, anche con l’aiuto di un professionista se necessario. E tieni in considerazione che le risposte possono essere estremamente soggettive e variare da persano a persona. Facciamo un esempio: la timidezza. Alcune persone la vivono malissimo perché le fa sentire insicure ed impacciate; altre persone, invece, la accettano tranquillamente perché non la considerano una caratteristica che compromette la loro vita relazionale.

 Non pensare se ciò che fai o vivi è normale oppure no, pensa se vorresti cambiarlo oppure no. 

Dott.ssa Erica Tinelli

LA PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI

LA PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI

Un uomo è seduto sulla panchina di un parco. Fa finta di leggere un libro, ma in realtà osserva due ragazze sedute su una panchina davanti a lui che parlano e ridono tra loro. All’uomo viene il dubbio che stanno ridendo di lui. Forse lo prendono in giro per il suo taglio di capelli o forse per il suo abbigliamento. Si sente a disagio, si alza e, pieno di rabbia e di tristezza, si incammina verso casa.

Questo è un esempio di una delle tante situazione e di una delle tante modalità attraverso le quali si può manifestare la paura del giudizio degli altri. Si tratta, infatti, di un timore piuttosto diffuso e che può assumere forme diverse ed intensità diverse.

Il timore di essere valutati negativamente dagli altri può riguardare vari aspetti. Ci può essere, ad esempio, la paura di essere disprezzati per il proprio modo di camminare o di vestire, per le proprie scelte di vita (ad esempio lavorative o familiari), per la possibilità di apparire goffi, ridicoli, inadeguati quando si fanno determinate cose in presenza di altri, come mangiare, parlare, fare sport o qualsiasi altra attività.

La paura del giudizio è sempre un problema?

La paura del giudizio non rappresenta sempre e necessariamente un problema. Se si mantiene entro certi livelli, infatti, è perfettamente normale e funzionale e può portare le persone a dare il meglio di sé e a presentarsi al meglio delle proprie possibilità.

Pensate, ad esempio, ad una persona che deve affrontare un incontro di lavoro e che teme il giudizio di colleghi, superiori o potenziali clienti. Se il timore non diventa eccessivo la persona sarà portata a curare al meglio il suo aspetto estetico, a prepararsi adeguatamente in merito alle questioni lavorative che potranno essere affrontate, ad essere precisa e puntuale, a gestire nel modo migliore possibile anche gli aspetti relazionali e comunicativi. In questo modo riuscirà a fare un ottimo incontro di lavoro e senza particolari disagi. Infatti, quando la paura del giudizio non è elevata non è necessario un grande sforzo per gestirla ed evitare che diventi invalidante.

Quando, invece, la paura del giudizio è eccessiva, si può venire a strutturare un problema estremamente fastidioso ed invalidante che può creare grande disagio.

Come possono reagire le persone a questa paura?

Alcune persone, per evitare il giudizio negativo, si lasciano guidare completamente dal parere degli altri e si adeguano alle loro aspettative, a partire da cose più banali come il modo di vestire, fino ad arrivare alle scelte di vita cruciali come quelle professionali.

Altre persone, invece, cercano di evitare il più possibile le situazioni che le espongono alla possibile valutazione degli altri e che, ovviamente, sono numerosissime. Nei casi estremi, infatti, è possibile che la persona arrivi addirittura a lasciare l’università o il lavoro o a non uscire più di casa per evitare di incontrare persone che potrebbero manifestare la loro disapprovazione nei suoi confronti.

Alcune persone che presentano questo problema, infine, decidono comunque di affrontare ciò che temono, ma con grande fatica e malessere. La paura di essere giudicate, infatti, le porta ad essere sempre preoccupate, sotto stress, irritabili. Non è da escludere, poi, la possibilità che possano trovare negli sguardi, nelle parole e negli atteggiamenti degli altri degli elementi che sembrano confermare tutti i loro timori.

Indipendentemente dalla reazione alla paura del giudizio degli altri, quindi, quando questa è eccessiva diventa un problema che limita la libertà della persona.

Si tratta, però, di un problema che può essere affrontato e risolto con l’aiuto di un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

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QUANDO IL CONTROLLO DIVENTA UNA MANIA

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Nella nostra società sembra essere sempre più diffusa la tendenza al controllo, che può riguardare qualsiasi aspetto della propria vita.

Il tentativo di controllare certe cose, ad esempio pianificando le proprie giornate, è una caratteristica molto positiva che può portare le persone ad essere produttive, ad avere successo e a dedicarsi anche alle cose piacevoli. Coloro che sanno organizzarsi veramente bene, infatti, solitamente riescono a trovare il tempo e le energie da dedicare al lavoro, alle relazioni, agli hobby.

Tuttavia, come tutte le cose, anche il tentativo di controllare se stessi e la realtà circostante, se portato all’eccesso, può diventare dannoso.

Tenere a bada la mania del controllo sviluppando la flessibilità

Per evitare che il controllo diventi problematico, l’inclinazione a pianificare deve coniugarsi con la flessibilità, cioè con la capacità di gestire eventuali imprevisti o cambiamenti rispetto ai propri programmi.

Una persona che ha già sviluppato la mania del controllo, invece, può essere ossessionata dal dover seguire a tutti i costi una precisa scaletta per quanto riguarda il susseguirsi delle attività e il come fare le cose. Può andare in crisi, quindi, anche in situazioni molto banali, ad esempio quando deve fare una cosa semplice ma che non era in programma, quando impiega più tempo del previsto per fare le cose, quando deve interagire con persone che hanno pensieri diversi dai suoi.

Riconoscere le cose che non si possono controllare

Non tutto può essere controllato e ci sono delle cose che possono essere controllate solo in parte. L’uomo è un soggetto attivo in grado di influenzare ciò che gli succede, ma ci sono delle cose che non dipendono dalla sua volontà. In queste situazioni, il tentativo di controllo non produrrà l’esito sperato e potrebbe anche far peggiorare la situazione, facendo perdere completamente il controllo alla persona. È il caso, ad esempio, del tentativo estremo di controllo di parametri fisiologici come il battito cardiaco o la sudorazione, che solitamente produce un’ulteriore alterazione. Questo fenomeno paradossale per il quale il tentativo di controllo conduce alla perdita il controllo è anche alla base degli attacchi di panico.

Anche il sonno è un fenomeno che, in quanto naturale, sfugge, almeno in parte, al nostro controllo. Vi è mai capitato di non riuscire a dormire e di sforzarvi di farlo senza ottenere risultati?

C’è, poi, un’altra cosa che molte persone vorrebbero controllare, ma non possono farlo: la vita degli altri, in particolare dei figli grandi e del partner. Le persone con la mania del controllo vorrebbero che gli altri facessero ciò che loro si aspettano (al lavoro, nelle relazioni, nei momenti di svago). Sono convinte che i loro programmi sono i migliori in assoluto e hanno difficoltà a guardare le cose da prospettive diverse.

 Il controllo, insomma, è potenzialmente una grande virtù. Se, però, non viene applicato nei contesti giusti e se non viene dosato adeguatamente, può trasformarsi in un grande limite. È fondamentale saper controllare, ma anche saper accettare la spontaneità di certi fenomeni e l’incertezza.  

Dott.ssa Erica Tinelli

UN CONTATTO FUGACE PER RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO

QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE.jpg

Un contatto fugace…

Un contatto fugace viene spesso usato per cercare di risolvere un problema psicologico.

Ci sono, infatti, delle persone che contattano gli psicologi via telefono o mail per parlare dei loro problemi e per ricevere indicazioni rapide su cosa fare.

Certamente l’urgenza di raccontarsi e di risolvere un problema, soprattutto se invalidante, può essere perfettamente comprensibile. Un intervento davvero efficace e professionale, però, deve sottostare a delle regole ben precise che difficilmente possono essere applicate in un’interazione fugace e non strutturata come può essere una telefonata o lo scambio di mail o messaggi.

…che non è efficace

Per svolgere al meglio il proprio lavoro e per riuscire ad aiutare le persone lo psicologo prima di tutto ha bisogno di conoscere e di comprendere in modo dettagliato la situazione. Questa prima fase valutativa solitamente richiede almeno un colloquio approfondito e, a volte, anche più di uno.

Una volta che è stato compreso il problema è possibile definire gli obiettivi. In alcuni casi può anche essere necessaria una ridefinizione rispetto a quelle che erano le idee o le aspettative iniziali della persona.

Successivamente è possibile fornire le prime indicazioni terapeutiche ed è possibile ragionare sugli effetti che si sono verificati. La maggior parte delle indicazioni -o prescrizioni- prevede un’evoluzione che segue determinate fasi, da adattare alla specificità della persona, della situazione e dei risultati ottenuti. Con il tempo, inoltre, solitamente è necessario introdurre ulteriori indicazioni. E’ possibile anche che alcuni compiti assegnati inizialmente debbano essere abbandonati perché non più necessari. Altre volte ancora, invece, le prescrizioni devono essere solo parzialmente modificate per essere adattate ancora meglio al caso.

Tutto questo richiede la massima attenzione ed il massimo impegno.

E’ necessario avere un’adeguata conoscenza della persona e saper comunicare le cose in un certo modo. Bisogna avere un po’ di tempo e la possibilità di intervenire in un contesto ben strutturato quale è la consulenza psicologica.

In caso contrario si corre il rischio di non dare alla persona l’ascolto e l’attenzione che merita e di fornire qualche rapida indicazione molto generale e probabilmente inutile per una serie di motivi: perché inadatta alla situazione (che non si conosce bene), perché comunicata in modo non ottimale, perché applicata in un contesto dove non si ha la possibilità di verificare gli effetti e proseguire il percorso o per tutte queste cose messe insieme.

Certamente è possibile usare la telefonata o la mail per avere informazioni sul modo di lavorare del professionista e per capire di quali ambiti e problemi si occupa. La consulenza, però, è un’altra cosa, una cosa seria.

 Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE

QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE.jpg

Un contatto fugace…

Un contatto fugace viene spesso usato per cercare di risolvere un problema psicologico.

Ci sono, infatti, delle persone che contattano gli psicologi via telefono o mail per parlare dei loro problemi e per ricevere indicazioni rapide su cosa fare.

Certamente l’urgenza di raccontarsi e di risolvere un problema, soprattutto se invalidante, può essere perfettamente comprensibile. Un intervento davvero efficace e professionale, però, deve sottostare a delle regole ben precise che difficilmente possono essere applicate in un’interazione fugace e non strutturata come può essere una telefonata o lo scambio di mail o messaggi.

…che non è efficace

Per svolgere al meglio il proprio lavoro e per riuscire ad aiutare le persone lo psicologo prima di tutto ha bisogno di conoscere e di comprendere in modo dettagliato la situazione. Questa prima fase valutativa solitamente richiede almeno un colloquio approfondito e, a volte, anche più di uno.

Una volta che è stato compreso il problema è possibile definire gli obiettivi. In alcuni casi può anche essere necessaria una ridefinizione rispetto a quelle che erano le idee o le aspettative iniziali della persona.

Successivamente è possibile fornire le prime indicazioni terapeutiche ed è possibile ragionare sugli effetti che si sono verificati. La maggior parte delle indicazioni -o prescrizioni- prevede un’evoluzione che segue determinate fasi, da adattare alla specificità della persona, della situazione e dei risultati ottenuti. Con il tempo, inoltre, solitamente è necessario introdurre ulteriori indicazioni. E’ possibile anche che alcuni compiti assegnati inizialmente debbano essere abbandonati perché non più necessari. Altre volte ancora, invece, le prescrizioni devono essere solo parzialmente modificate per essere adattate ancora meglio al caso.

Risolvere un problema psicologico richiede la massima attenzione ed il massimo impegno

E’ necessario avere un’adeguata conoscenza della persona e saper comunicare le cose in un certo modo. Bisogna avere un po’ di tempo e la possibilità di intervenire in un contesto ben strutturato quale è la consulenza psicologica.

In caso contrario si corre il rischio di non dare alla persona l’ascolto e l’attenzione che merita e di fornire qualche rapida indicazione molto generale e probabilmente inutile per una serie di motivi: perché inadatta alla situazione (che non si conosce bene), perché comunicata in modo non ottimale, perché applicata in un contesto dove non si ha la possibilità di verificare gli effetti e proseguire il percorso o per tutte queste cose messe insieme.

Certamente è possibile usare la telefonata o la mail per avere informazioni sul modo di lavorare del professionista e per capire di quali ambiti e problemi si occupa. La consulenza, però, è un’altra cosa, una cosa seria.

 

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it