Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL DUBBIO PATOLOGICO

Cos’è il dubbio patologico?

Il dubbio patologico è un particolare tipo di problema che si caratterizza per la presenza di una o più domande alle quali la persona cerca di trovare una risposta che sia certa, definita, rassicurante, ma non ci riesce.

Ecco alcune delle domande più frequenti che si pongono coloro che hanno questo problema:

  • “Ho fatto la cosa giusta in quella circostanza?”
  • “Posso essere sicuro del fatto che non commetterò mai degli sbagli?”
  • “Potrebbe capitare che il/la mio/a partner mi tradisca?”
  • “Il mio matrimonio durerà per sempre?”
  • “Potrebbe succedere qualcosa di brutto ai miei familiari o ai miei amici?”
  • “Qual è il mio orientamento sessuale?”

…ma il dubbio patologico può riguardare davvero qualsiasi tematica.

Qual è la differenza tra il dubbio patologico e un dubbio ordinario?

Avere dei dubbi non rappresenta necessariamente un problema. Anzi, a volte i dubbi possono essere anche utili perché ci consentono di guardare le cose da prospettive diverse, ci portano a non dare niente per scontato, permettono di tenere aperte delle possibilità che altrimenti non avremmo considerato. A chiunque capita di avere dei dubbi che, spesso, possono anche essere perfettamente legittimi. Se ci si pensa razionalmente, ad esempio, nessuno di noi può avere la certezza di non sbagliare mai o di non avere mai problemi con il partner o con i familiari.

Coloro che soffrono di dubbio patologico, però, cercano compulsivamente una risposta a queste domande e, in virtù del loro costante rimuginare, amplificano ancora di più i dubbi che possono diventare sempre più frequenti, disturbanti e anche numerosi perché il tentativo di rispondere a determinate domande ne può generare anche molte altre. Inoltre, questi pensieri ripetuti nel tempo possono anche provocare problemi di concentrazione, crisi depressive -che, però, rappresentano solo la conseguenza del problema- e possono portare ad un blocco dell’azione. Pensate a chi, ad esempio, smette di lavorare perché ha il dubbio che potrà fare degli errori. Chi soffre di dubbio patologico può anche delegare completamente agli altri le responsabilità delle proprie scelte.

Come si può superare il problema?

Il dubbio patologico rappresenta uno dei problemi più frequentemente trattati dai professionisti che utilizzano l’approccio breve strategico. Il terapeuta ha il compito di aiutare la persona a comprendere come funziona il suo problema e per fare questo non farà appello solo alla razionalità, ma anche alle dimensioni più percettive ed emotive, che sono quelle che spesso occorre stimolare per provocare il cambiamento.

Inoltre, vengono fornite alle persone delle specifiche indicazioni di gestione di questi pensieri così intrusivi e opprimenti che, gradualmente, diventeranno sempre meno pressanti fino a sparire del tutto o a diventare dei dubbi ordinari che non costituiscono un problema.

“Il dubbio è il trampolino di lancio del pensiero creativo, ma al tempo stesso è la molla del pensiero ossessivo” G. Nardone 

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G., De Santis, G. (2011) Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male. Ponte alle Grazie, Milano.

L’ECCESSIVA PAURA DELLE MALATTIE: L’IPOCONDRIA

Che cos’è l’ipocondria?

L’ipocondria è un problema che si caratterizza per la presenza di un’eccessiva paura nei confronti delle malattie.

Chi soffre di ipocondria tende ad interpretare ogni più piccola sensazione del proprio corpo come il possibile sintomo di una malattia, spesso anche grave. Ecco allora che, ad esempio, un leggero mal di testa può far sorgere immediatamente il dubbio di avere un tumore al cervello. Un’accelerazione del battito del cuore potrebbe essere interpretata come indicatore di una malattia cardiaca. Un momento di affanno potrebbe generare il grande timore di avere una malattia che ha colpito l’apparato respiratorio. E così via.

L’ipocondria si struttura come problema invalidante a causa della presenza di una serie di tentante soluzioni disfunzionali che descriverò brevemente.

L’ascolto del proprio corpo

La tentata soluzione principale dell’ipocondria di solito è rappresentata dall’ascolto costante dei segnali provenienti dal proprio corpo per cercare di individuare indicatori di possibili malattie.

L’aspetto problematico di questo comportamento è legato soprattutto al fatto che la focalizzazione dell’attenzione sui segnali del proprio corpo in genere produce un’amplificazione ed un’alterazione degli stessi. Chi si focalizza sul battito del proprio cuore e cerca di controllarlo può produrre, involontariamente, delle alterazioni; così come chi si concentra sulla propria respirazione può renderla difficoltosa. Ecco allora che ci si trova in una situazione paradossale nella quale il tentativo di controllo sul proprio corpo produce un incremento dei sintomi tanto temuti ed aumenta, quindi, la paura.

L’ipocondriaco cerca dei sintomi, ma in realtà è lui che spesso li crea.

Richiesta di aiuto e rassicurazioni

Chi soffre di ipocondria, spesso, ricerca costantemente delle rassicurazioni sulla propria salute facendo visite mediche ed esami diagnostici di vario tipo. In questo caso si tratta di una tentata soluzione che nel breve periodo può avere degli effetti benefici nel senso che lì per lì la persona può tranquilizzarsi per un po’.

In genere, però, ben presto la persona comincia ad essere nuovamente tormentata da vari dubbi, come l’idea di non aver fatto tutti gli esami necessari oppure la paura di poter avere una malattia che è difficile da rilevare con i vari strumenti diagnostici, timore che può essere estremamente subdolo e complesso da gestire.

Parlare del problema, evitare e prendere precauzioni

Può essere presente anche la tendenza a parlare sempre con familiari ed amici delle proprie paure, al punto tale che questo può diventare il principale argomento di conversazione. In questo modo le proprie paure e ansie vengono amplificate enormemente ed il problema peggiora.

Infine, la persona può attuare una serie di evitamenti e di precauzioni che rappresentano delle limitazioni che possono diventare sempre più gravi ed invalidanti. Ad esempio, alcune persone cessano o riducono la propria attività sportiva per timore che questa possa provocare dei problemi o aggravare delle malattie già presenti.

La terapia breve strategica per il trattamento dell’ipocondria

Sono proprio le tentate soluzioni descritte che se ripetute nel tempo che fanno sì che a partire da piccoli timori o dubbi in merito alla propria salute si possa arrivare all’instaurarsi di un problema serio e sempre più difficile da gestire, che è l’ipocondria. 

Per questo motivo, la terapia breve strategica, attraverso l’uso di una serie di tecniche efficaci, ha come obiettivo quello di far in modo che questi comportamenti vengano gradualmente interrotti. La persona sarà guidata a sviluppare un contatto sereno con le proprie sensazioni corporee e non avere più delle paure estreme ed invalidanti, che a volte lei stessa riconosce come eccessive, ma che non sa come affrontare.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Bibliografia

Bartoletti A. e Nardone G. (2018). La paura delle malattie. Psicoterapia Breve Strategica dell’Ipocondria. Ponte alle Grazie, Milano.

DORMIRE MALE…ECCO COME RISOLVERE IL PROBLEMA

Dormire male è un problema che può arrivare ad essere anche molto invalidante. Ecco perchè ed ecco come può essere superata questa difficoltà.

L’importanza del sonno

Chi almeno una volta nella vita ha vissuto l’esperienza di una notte in bianco o con un sonno tormentato e poco ristoratore sa quanto è importante dormire bene. Svegliarsi riposati, infatti, consente di avere a disposizione tutte le energie necessarie per poter affrontare al meglio la giornata. Al contrario, invece, chi si sveglia stanco perché non ha dormito bene di solito è di cattivo umore e non ha le risorse per potersi concentrare ed eseguire in modo soddisfacente molte delle attività quotidiane, a volte anche quelle apparentemente più semplici.

Come è possibile risolvere, allora, questo fastidioso problema e dormire bene?

Igiene del sonno

Ci sono dei casi nei quali le persone dormono male perché hanno delle abitudini sbagliate in merito a ciò che riguarda l’igiene del sonno ed è necessario intervenire modificando alcuni comportamenti legati, ad esempio, all’ambiente nel quale si dorme e a ciò che si fa in prossimità dell’ora di andare a dormire. Per avere alcune informazioni in più su questo aspetto puoi leggere l’articolo PASSIAMO 1/3 DELLA VITA DORMENDO: FACCIAMOLO BENE

Dormire male a causa di problemi psicologici

In altri casi, invece, le difficoltà nel dormire sono legate a problematiche psicologiche ben più ampie, come ad esempio depressione, ansia, stress eccessivo, preoccupazioni particolarmente intense. In tutte queste situazioni è necessario affrontare e risolvere la difficoltà generale che la persona presenta perché il dormire male o poco è soltanto una delle tante possibili manifestazioni del problema. Ad esempio, se una persona è molto ansiosa la si potrà aiutare a superare questa difficoltà e quando questo obiettivo complessivo sarà raggiunto i suoi effetti si manifesteranno anche nel ripristino di un’adeguata quantità e qualità del sonno. Si tratta di circostanze nelle quali la consulenza di uno psicologo che guidi la persona in questo percorso può rivelarsi estremamente utile. 

Dormire male a causa di comportamenti sbagliati

A volte, poi, il dormire male si presenta anche in assenza di problemi psicologici più ampi, ma è dovuto principalmente al fatto che in seguito ad alcuni episodi nei quali non riusciva a dormire bene (che a volte possono capitare a chiunque anche senza motivo) la persona ha iniziato ad attuare dei comportamenti che poi, con il tempo, sono diventati strutturati e che rappresentano il problema. È il caso, ad esempio, di coloro che si irrigidiscono nel tentativo costante di imporsi di rilassarsi e di addormentarsi e cercano di provocare volontariamente un fenomeno che è spontaneo. Questo rappresenta solo uno dei possibili copioni comportamentali che le persone possono attuare per provare a superare il problema, ma quando diventa inflessibile e continua ad essere usato anche se non funziona costituisce un ostacolo.

Anche in questi casi è possibile rivolgersi ad uno psicologo per analizzare dettagliatamente la situazione e ricevere precise indicazioni in merito a come comportarsi per superare il problema.

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RISOLVERE I PROBLEMI A LAVORO: STRESS, BURNOUT E MOBBING

Risolvere i problemi che si possono presentare a lavoro è fondamentale per il proprio benessere.

Il lavoro rappresenta per la maggior parte delle persone un’area della propria vita estremamente importante e non soltanto per questioni di natura economica. Il lavoro, infatti, può essere un ambito nel quale poter esprimere le proprie potenzialità e competenze e dal quale trarre soddisfazione.

Molto spesso, però, in ambito lavorativo sono presenti una serie di problemi che, se non adeguatamente gestiti ed affrontati, possono compromettere il benessere delle persone.

Tra i problemi più frequenti troviamo lo stress, il burnout ed il mobbing. 

Lo stress ed il burnout

Lo stress si può sviluppare in tutte le situazioni nelle quali la persona percepisce che potrebbe non essere in grado di affrontare le richieste esterne. Tra i fattori di stress più diffusi in ambito lavorativo è possibile trovare, ad esempio, l’eccessivo carico di lavoro, le scadenze irragionevoli, il dover apprendere o applicare metodologie di lavoro nuove.

Si parla di burnout, invece, quando le possibili fonti di stress riguardano il rapporto con altre persone, come i pazienti nel caso di professioni sanitarie, oppure i clienti nel settore dei servizi.

È questo elemento che costituisce la principale differenza tra stress lavorativo e burnout, anche se i due fenomeni non sempre possono essere differenziati nettamente. ma sono interconnessi.

Per combattere o anche per prevenire lo stress lavorativo ed il burnout è possibile focalizzarsi sullo sviluppo di specifiche competenze legate, ad esempio, alla gestione delle proprie emozioni, alla gestione del tempo, alla pianificazione, alle abilità comunicative e relazionali. Inoltre, molto spesso si rende necessario anche lavorare sullo sviluppo di uno stile di vita salutare.

Il mobbing

Il mobbing, invece, si manifesta quando una persona è vittima sul luogo di lavoro di una serie di azioni dannose, come l’essere oggetto di scherzi pesanti, il venire derisa, l’essere aggredita, il non ricevere tutte le informazioni che sarebbero necessarie per svolgere il proprio lavoro, l’avere scadenze irragionevoli, ecc…

Anche nel caso del mobbing è possibile intervenire per imparare ad affrontare questa situazione difficile. È possibile, ad esempio, apprendere delle tecniche e delle modalità di comportamento che possono servire a gestire il rapporto con gli autori del mobbing e tutte le difficoltà personali che si associano al mobbing.

Risolvere i problemi a lavoro

Insomma, al lavoro possono verificarsi tutta una serie di circostanze spiacevoli che possono rendere la vita difficile alle persone a causa di aspetti che spesso non dipendono da loro e che possono essere anche ingiusti. È possibile, però, imparare a non essere vittime delle circostanze, ma attivarsi per cercare di ripristinare una situazione di benessere o, quanto meno, rendere l’ambiente di lavoro il meno negativo possibile.

Siamo inseriti in un sistema: se noi introduciamo dei cambiamenti, il sistema cambierà inevitabilmente.

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L’ALTERNANZA TRA RESTRIZIONI E ABBUFFATE: IL BINGE-EATING

Che cos’è il binge-eating?

Si tratta un problema alimentare che si caratterizza per la presenza di abbuffate che si alternano a periodi di digiuno o comunque di alimentazione estremamente restrittiva e nettamente al di sotto delle esigenze nutrizionali del proprio organismo.

Questa problematica si basa su un circolo vizioso per il quale nel momento in cui la persona crede di aver mangiato troppo comincia a sperimentare forti sensi di colpa, accompagnati dall’esigenza di dover in qualche modo recuperare gli eccessi ai quali si è abbandonata. Inizia così una lotta contro il cibo caratterizzata soprattutto dal controllo dei pasti successivi che a volte vengono addirittura saltati, mentre altre volte vengono organizzati in modo tale da risultare costituiti principalmente da cibi ritenuti sani e troppo ridotti in termini di quantità e di apporto calorico.

Però, è proprio il fatto di vietarsi dei cibi, che così diventano ancora più desiderabili, e di concedersi delle porzioni troppo ridotte, che fanno aumentare progressivamente la fame, che porta, prima o poi, ad una nuova abbuffata, che altro non è che il risultato della perdita di controllo a seguito di un tentativo di controllo troppo rigido.

Come si sviluppa?

A volte il binge-eating si struttura direttamente come tale, mentre altre volte rappresenta l’evoluzione di altre problematiche alimentari, come l’anoressia (restrizione estrema e continua) e la bulimia (caratterizzata, da abbuffate).

In riferimento all’anoressia, il binge-aeating può emergere quando la persona non riesce più ad astenersi continuamente e quindi sviluppa un copione per il quale alterna l’astinenza forzata alle abbuffate.

Nel caso della bulimia, invece, il binge-eating può svilupparsi dal tentativo, ovviamente disfunzionale, di riparare alle abbuffate e di avere una forma fisica migliore.

Ma come si può superare il binge-eating?

È possibile superare completamente il problema con l’aiuto di un professionista.

In particolare, tra le terapie più efficaci per il trattamento del binge-eating troviamo la terapia breve strategica, che ha come obiettivo quello di rompere questo pattern caratterizzato dall’alternanza tra restrizioni e abbuffate e di aiutare la persona a sviluppare con il cibo un rapporto piacevole, equilibrato e basato sull’autoregolazione funzionale.

Una recente ricerca (Jackson e altri, 2018) ha addirittura dimostrato la superiorità di questo approccio rispetto alla terapia cognitivo-comportamentale, spesso considerata la più efficace. Nella ricerca considerata, infatti, le donne che erano state sottoposte alla terapia breve strategica mostravano un miglioramento maggiore in riferimento alla riduzione delle abbuffate, alla perdita di peso e al mantenimento di questi importanti risultati nel tempo rispetto a coloro che erano state trattate con la terapia cognitivo-comportamentale.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G. e Valteroni E. (2017). Anoressia giovanile. Ponte Alle Grazie, Milano.

Jackon J. B., Pietrabissa G., Rossi A., Manzoni G. M., Castelnuovo G., (2018).
Brief strategic therapy and cognitive behavioral therapy for women with binge eating disorder and comorbid obesity: A randomized clinical trial one-year follow-up. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 86 (8).