Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

I PROBLEMI PSICOLOGICI PRESENTI DA MOLTO TEMPO RICHIEDONO TANTO TEMPO PER ESSERE RISOLTI?

Tante persone hanno dei problemi psicologici che si portano dietro da molti anni, in alcuni casi addirittura da decenni. Ci sono, ad esempio, quarantenni o cinquantenni che hanno un problema psicologico (come depressione, disturbi ossessivi-compulsivi, problemi di ansia o alimentari) fin dall’infanzia o dalla prima adolescenza. Alcuni ormai neanche si ricordano più come era la loro vita in assenza del problema perché si tratta di ricordi troppo lontani nel tempo o che riguardano una porzione troppo circoscritta della propria esistenza.

In queste situazioni di disagio presente da tantissimo tempo, se una persona decide di provare, finalmente, ad affrontare i suoi problemi con l’aiuto di un professionista spesso si chiede se è ancora possibile farlo o se, invece, ormai certi disturbi sono impossibili da risolvere o comunque richiederebbero un periodo di tempo davvero troppo lungo per poter essere superati. Ovviamente questa seconda possibilità può scoraggiare perché per molti sarebbe estremamente frustrante impegnarsi in battaglie perse in partenza o comunque in qualcosa che richiederebbe un eccessivo dispendio di tempo, energie e soldi rispetto ai risultati prodotti che potrebbero essere troppo scarsi e ottenuti dopo troppo tempo.

Ma i problemi psicologici che sono presenti da molto tempo richiedono davvero tanto tempo per essere risolti?

Sicuramente se si vogliono superare i problemi psicologici nel più breve tempo possibile è preferibile affrontarlo quando questo non è ancora presente da molto. Un problema che è presente da tanto, infatti, solitamente con il tempo tende a diventare sempre più strutturato e a compromettere in modo sempre più significativo vari aspetti della vita di una persona, determinando un peggioramento progressivo della situazione che diventa sempre più difficile da risolvere.

Questo non significa, però, che i problemi presenti da tanto richiedano necessariamente anni ed anni per poter essere superati e che la persona non possa iniziare ad intravedere rapidamente la luce in fondo al tunnel.

Nella terapia breve strategica, ad esempio, anche nel caso di problematiche che sono presenti da decenni e che sono molto serie, se la terapia è efficace è possibile produrre i primi miglioramenti significativi entro la decima seduta.

Di solito, poi, ovviamente è necessario più tempo per risolvere completamente il problema e per consolidare i risultati raggiunti.

Pensate, ad esempio, ad una donna che soffre di anoressia da quando era un’adolescente. Con un percorso terapeutico efficace è possibile aiutarla rapidamente ad iniziare a modificare il rapporto che ha con il cibo e ad iniziare a migliorare la propria forma fisica, ma ovviamente il raggiungimento di un risultato ottimale richiede più tempo.

Ricostruire la propria vita e consolidare i risultati

Bisogna ricordare, poi, che quando i problemi psicologici sono presenti da tanto tempo e sono molto gravi in genere impediscono alla persona di costruirsi una vita normale e soddisfacente e quindi una volta risolto il problema occorre anche aiutare la persona a creare o a riprendere i propri progetti, ad imparare a stare bene con gli altri, ad affrontare la vita, a sviluppare le proprie risorse, la propria personalità e la propria autostima.

Tutto questo raramente si può ottenere in tempi molto ridotti, come avviene invece per il superamento dei sintomi e delle difficoltà più invalidanti, ma l’iniziale miglioramento che è stato prodotto in tempi rapidi è un importante indicatore del fatto che si sta andando nella giusta direzione e, soprattutto, permette alle persone di cominciare ad avere in breve tempo una vita migliore.

Nella terapia breve strategica mano mano che la situazione migliora i colloqui saranno sempre più distanziati e potranno svolgersi, ad esempio, ogni 3 settimane, ogni mese, ogni mese e mezzo, ecc…a seconda del tipo di situazione e dell’avanzamento della terapia. Questo permette alle persone di non creare una forma di dipendenza nei confronti della terapia e del terapeuta e di diventare sempre più autonome, ma al tempo stesso di avere un sostegno in caso di bisogno fino a quando sarà necessario.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

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LE ERESIE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Bibliografia

Nardone G., Balbi E., Vallarino A., Bartoletti M. (2017). Psicoterapia breve a lungo termine. Trattare con successo anche le psicopatologie maggiori. Ponte alle Grazie, Milano.

LE DIVERSE COMPULSIONI NEL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

Le compulsioni presenti nel disturbo ossessivo-compulsivo sono percepite come inevitabili, incontrollabili e devono essere attuate in maniera rituale, cioè con delle modalità ben precise e molto rigide.

Possono essere davvero numerose e molto diverse tra loro, ma è possibile classificarle in alcune grandi categorie. 

Paura o piacere

Molte compulsioni si basano sulla percezione della paura. In questi casi i rituali vengono messi in atto per evitare che succeda qualcosa di brutto e per far in modo che tutto vada bene. È il caso, ad esempio, di coloro che devono ordinare le cose secondo precisi criteri per fare in modo che tutto vada bene. C’è chi, poi, deve controllare di aver chiuso il gas o spento le luci o ci, invece, deve ripetere delle formule mentali per evitare disgrazie. 

Ci sono, però, anche delle compulsioni che, invece, si basano sul piacere e che, pertanto, si mantengono anche in virtù di questo aspetto. In questa categoria può rientrare la compulsione piacevole a strapparsi i capelli, a tagliuzzarsi, lo shopping compulsivo, la compulsione al gioco.   

Compulsioni basate su azioni o su pensieri

Le compulsioni possono essere comportamentali oppure mentali. 

Probabilmente quelle che sono basate su azioni risultano più visibili anche a chi interagisce con la persona che presenta il disturbo ossessivo-compulsivo.

Le compulsioni mentali, però, possono essere altrettanto invalidanti. Pensiamo, ad esempio, a chi si sente costretto a ripetere spesso delle formule mentali che possono essere lunghissime o che possono richiedere tante ripetizioni. Oppure pensiamo a chi ha delle ossessioni frequenti alle quali cerca di rispondere con dei ragionamenti che assumono i connotati di compulsioni mentali. L’attuazione di questi rituali, così come dei rituali comportamentali, può essere molto impegnativa e può richiedere tanto tempo ed energie che vengono sottratte alle attività quotidiane, a volte anche a quelle fondamentali come lavarsi o lavorare.  

Rituali preventivi, riparatori, propiziatori

Le compulsioni solitamente possono avere una natura preventiva, riparatoria, propiziatoria oppure un mix tra queste tre alternative. 

I rituali preventivi vengono attuati per evitare che accada qualcosa di negativo, come può avvenire per coloro che devono vestirsi in un determinato modo per evitare di essere contaminati o che devono controllare costantemente che nelle vicinanze non siano presenti oggetti o situazioni che li spaventano.

Quelli riparatori, invece, servono a riparare qualcosa di negativo che si è già verificato e possono riguardare, ad esempio, il lavarsi compulsivamente dopo aver toccato qualcosa di sporco.

I rituali propiziatori, infine, hanno come obiettivo quello di far sì che le cose vadano bene. Spesso hanno un carattere “magico” nel senso che non sono basati su criteri logici portati all’eccesso, ma su ragionamenti apparentemente irrazionali. Un esempio tipico è quello della compulsione a vestirsi in un determinato modo –ad esempio usando solo determinati colori- perché così tutto andrà bene.

Compulsioni eseguite da soli o con l’aiuto di altri

Alcune persone eseguono le loro compulsioni in modo completamente autonomo e non vogliono l’intervento di nessun altro perché per loro non sarebbe utile e rassicurante o perché si vergognano. Altre, invece, si fanno aiutare da amici e familiari, che vengono coinvolti nel problema e che spesso forniscono il loro supporto perché pensano che in questo modo la persona farà tutto più velocemente o si sentirà più tranquilla. 

Indipendentemente da tutte queste differenze che possono riguardare le diverse compulsioni ed indipendentemente da quanto il disturbo ossessivo-compulsivo è invalidante, si tratta comunque di un problema che può essere risolto con una psicoterapia efficace. 

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia 

Nardone G., Portelli C. (2013). Ossessioni compulsioni manie. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Firenze. 

LA PROSTITUZIONE RELAZIONALE

Cos’è la prostituzione relazionale?

Lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone parla di prostituzione relazionale per indicare quel fenomeno per il quale alcune persone sono estremamente disponibili verso gli altri e rispondono positivamente alle loro richieste per essere accettate ed apprezzate. La prostituta relazionale, quindi, si trova nella condizione di fare ciò che le viene chiesto anche quando vorrebbe fare qualcosa di diverso o quando ha altri impegni o programmi che tende a mettere da parte e trascurare per aiutare gli altri e far loro dei favori.

Quando questo copione si struttura in modo stabile, la prostituta relazionale si costruisce una trappola per la quale comincia a farsi apprezzare dagli altri per quello che fa più che per quello che è e continua a dire di sì perchè teme che facendo diversamente verrà rifiutata.

Prostituzione relazionale e identità personale

Per poter essere sempre disponibile verso gli altri, la prostituta relazionale molto spesso è costretta a mettere da parte le proprie attività, i propri desideri, i propri bisogni. Le sue esigenze e le sue priorità, quindi, passano in secondo piano rispetto a quelle altrui che cerca in ogni modo di soddisfare.

Questo modo di vivere può portare la persona a non costruire una sua identità personale o a perderla perché chi si abitua a fare sempre quello che gli altri vogliono, quello che gli altri si aspettano o quello che richiedono esplicitamente può arrivare al punto di non scoprire o di dimenticare quello che gli piace veramente, ciò che desidera davvero, quali sono i progetti di vita che vorrebbe realizzare.

Come è possibile uscire dal problema della prostituzione relazionale?

A volte la prostituta relazionale non è consapevole di questa problematica e si rivolge ad un esperto per affrontare altre problematiche, come ad esempio la depressione che, però, in questi casi rappresenta un effetto. In situazioni di questo tipo spesso uno dei primi passi da fare è quello di rendere la persona consapevole della prigione che si è costruita.

Capire le cose, però, in genere non equivale a saperle cambiare e, quindi, di solito è importante lavorare anche sullo sviluppo di particolari abilità che consentono alla persona di arrivare, gradualmente, a modificare il suo modo di rapportarsi agli altri e a costruire relazioni più equilibrate e sane.

Infine, può essere fondamentale intervenire anche sulla costruzione della propria identità e dei propri progetti e sulla gestione delle emozioni. Ad esempio, a volte chi presenta questo problema può essere molto arrabbiato con se stesso e/o con gli altri e deve imparare a canalizzare e a usare strategicamente questa collera che, altrimenti, può diventare distruttiva.

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Bibliografia

Nardone G. (2008). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Ponte alle Grazie, Milano.

“HO AVUTO UN’INFANZIA DIFFICILE”

Che vuol dire aver avuto un’infanzia difficile?

Ci sono tante persone che, per i più svariati motivi, ritengono di aver avuto un’infanzia difficile o comunque non completamente serena e tranquilla, per i più disparati motivi. C’è chi è stato vittima di veri e propri traumi. Qualcuno non ha mai avuto un buon rapporto con i propri genitori o con il gruppo dei pari, dal quale potrebbe essersi sentito escluso o addirittura maltrattato. C’è chi ritiene di essere cresciuto senza alcun punto di riferimento importante al quale rivolgersi in caso di difficoltà. Alcune persone non si sono mai sentite apprezzate e valorizzate nell’infanzia. C’è chi è nato ed è vissuto in un quartiere, una città o un paese che considera poco stimolante e con poche opportunità. E così via.

Sono situazioni molto diverse e non troppo rare che, come tutto ciò che si sperimenta nel corso della vita, possono avere un impatto molto forte sullo sviluppo della personalità e sul benessere degli individui.

L’infanzia difficile come ingiustizia subita

Coloro che hanno vissuto queste esperienze negative spesso si percepiscono come vittime di un’ingiustizia molto grande in quanto l’infanzia è considerata l’età della spensieratezza che, però, per loro non è mai stata tale o lo è stata solo in parte. Pensano di essere stati segnati profondamente e, spesso, irrimediabilmente da determinati eventi o situazioni. Si sentono “condannati” per sempre all’infelicità a causa di un destino crudele, prepotente, che li ha perseguitati fin da bambini e che ancora oggi esercita un’influenza molto forte sulla loro vita. Ritengono di non poterlo cambiare in alcun modo: ogni tentativo di opposizione e di lotta a tutto ciò che deriva dalla loro condanna è destinato a fallire miseramente.

Sicuramente esistono delle circostanze sfavorevoli che possono essere vissute con disagio e difficoltà e che possono provocare un malessere anche molto forte. In questi casi ci si può sentire vulnerabili, soprattutto quando si è piccoli.

Ma è davvero una condanna a vita?

Aver vissuto un’infanzia difficile non rende le persone vittime delle circostanze esterne in eterno. L’uomo, infatti, non deve necessariamente accettare ciò che gli viene proposto ed adattarsi a ciò che succede intorno a lui. Al contrario, è un soggetto attivo che ha la possibilità di fare delle scelte nei vari ambiti e di utilizzare al meglio le proprie risorse per gestire e superare le difficoltà, per sviluppare le proprie abilità, per fare progetti, per raggiungere i propri obiettivi, per stare bene con se stesso e con gli altri.

Ciò che è successo nel passato non si può cancellare e cambiare. Chi non ha vissuto un’infanzia felice non potrà mai recuperarla, ma potrà costruirsi un presente ed un futuro sereno. Ovviamente può essere complicato, può volerci tempo, impegno e costanza, ma è possibile se lo si vuole.

Un’infanzia difficile può essere sicuramente un ostacolo nella propria vita. Tuttavia, gli ostacoli fanno parte della vita di chiunque, ma non tutti si lasciano bloccare. Nessun ostacolo può fermare una persona veramente determinata. Un ostacolo può far star male per un po’, può portare a rivedere le strategie utilizzate, può costringere a rallentare, a volte a dover fare una vera e propria sosta. Poi, c’è chi si ferma lì e chi riparte più carico di prima con mille difficoltà ma con la fermezza di chi vuole essere il regista della propria storia e non lo spettatore passivo di un film scritto da altri.

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L’AUTOLESIONISMO

Cos’è l’autolesionismo?

Con il termine autolesionismo si fa riferimento a una serie di comportamenti che hanno a che fare con il provocare danni e dolori al proprio corpo.

Si tratta di un problema estremamente diffuso, soprattutto tra i giovani, e può manifestarsi in tante forme diverse. Tra le più diffuse troviamo il tagliarsi, il grattarsi, lo scorticarsi le ferite, il bruciarsi, il mordersi, lo sbattere la testa, lo strapparsi i capelli.

Perché alcune persone si fanno del male?

Alla base dell’autolesionismo molto spesso c’è una sofferenza emotiva che può essere di vario tipo e che può essere dovuta, ad esempio, a traumi, lutti, delusioni, difficoltà nel gestire il rapporto con gli altri o nel vivere la vita quotidiana. In questi casi il dolore provocato sul fisico ha la funzione di sedare la sofferenza psicologica, che viene percepita come ben più grave e difficile da gestire.

L’autolesionismo, però, può essere determinato anche da tanti altri fattori, come ad esempio il desiderio di andare oltre determinati limiti e di attirare l’attenzione degli altri. In tal caso tagli, bruciature e ferite non vengono nascosti, ma ostentati, diventando simboli dei quali si è orgogliosi.

 L’autolesionismo, quindi, non è determinato solo dal dolore, ma anche da sensazioni di piacere. Anche quando si inizia per sedare un dolore non è raro che, poi, tale comportamento porti a sperimentare sensazioni di piacere che tendono ad essere ricercate sempre più spesso. Dolore e piacere, infatti, hanno la stessa base neurobiologica che risiede nel sistema limbico intorno al talamo.

Autolesionismo come compulsione irrefrenabile

Il comportamento autolesionistico ripetuto più e più volte nel corso del tempo porta ad ottenere dei benefici che possono essere legati, ad esempio, all’ottenere l’attenzione di genitori e pari o all’apparente riduzione della sofferenza emotiva.

Per questo motivo l’autolesionismo diventa una compulsione irrefrenabile della quale non si riesce a fare a meno. Anzi, a volte più si va avanti nel tempo e più è necessario aumentare la frequenza e l’intensità degli atti lesivi per poter continuare a sperimentare gli stessi benefici, un po’ come avviene con le tossicodipendenze.

L’astinenza dal dolore fisico può anche causare ansia, depressione, apatia, sensazioni che quando ci si fa nuovamente del male vengono meno e vengono sostituite da un senso di sollievo.

Come superare il problema?

La consulenza psicologica rappresenta un valido sostegno per superare il problema dell’autolesionismo. Con l’aiuto di un esperto, infatti, è possibile analizzare nel dettaglio la situazione e trovare la soluzione.

Gli obiettivi generali della consulenza psicologica per chi attua comportamenti di autolesionismo, di solito, riguardano l’elaborazione della sofferenza emotiva e l’individuazione di modalità funzionali per gestire il rapporto con se stessi e con gli altri. Questi obiettivi generali vengono poi declinati tenendo in considerazione la specificità del caso e della persona.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Portelli C., Papantuono M. (2017). Le nuove dipendenze. Riconoscerle, capirle, superarle. San Paolo Edizioni

ATTACCHI DI PANICO: 3 INFORMAZIONI SBAGLIATE

Tutti –o quasi- hanno sentito parlare almeno qualche volta di attacchi di panico dal momento che si tratta di un problema che riguarda tantissime persone e che, quindi, è molto conosciuto. Nonostante questo, però, ci sono anche delle informazioni sbagliate che sono molto diffuse tra le persone. Vediamo 3 delle più frequenti.

1. All’origine degli attacchi di panico c’è un trauma o delle relazioni sbagliate

Contrariamente a quello che comunemente alcune persone credono, all’origine degli attacchi di panico e dei problemi psicologici più in generale non è detto che vi sia un trauma o un episodio specifico a seguito del quale il disturbo si è strutturato. Certamente questo può capitare –pensiamo, ad esempio, a chi ha avuto un brutto incidente automobilistico ed ha un attacco di panico quando prova a guidare o quando percepisce delle somiglianze tra le condizioni di guida attuali e quelle nelle quali si è verificato l’incidente-.

Sono decisamente più frequenti, però, le situazioni nelle quali il disturbo da attacchi di panico non deriva né da un trauma, né dal tipo di infanzia vissuta e dalle relazioni instaurate con i genitori, ma da una serie di comportamenti disfunzionali legati alla gestione della paura e dall’ansia.

2. Fa bene parlarne con amici e parenti

Spesso si crede che parlare con amici, parenti o anche semplici conoscenti delle proprie difficoltà può essere d’aiuto perché può consentire di alleviare il proprio disagio. In realtà, però, parlare di quello che mette paura e ansia può anche contribuire ad incrementare ancora di più queste percezioni e può portare la persona a concentrarsi sul problema piuttosto che sulla sua soluzione.

Nel migliore dei casi parlare con gli altri può produrre un sollievo che, però, è solo momentaneo e ovviamente non risolutivo. Di solito, dopo un po’ la persona si sente in difficoltà tanto quanto prima o addirittura di più. Il panico, infatti, è l’estremizzazione della paura e la paura deve essere affrontata e superata in prima persona: un amico o un familiare non può aiutarci in questo.

3. I farmaci sono indispensabili per superare gli attacchi di panico

Anche se i farmaci sono spesso usati nel trattamento del panico, è importante sapere che non sono sempre indispensabili. Molto spesso, infatti, è possibile intervenire esclusivamente attraverso la terapia psicologica. Ci sono, poi, delle situazioni nelle quali, invece, l’uso degli psicofarmaci è indispensabile o comunque può essere molto utile, ma anche in questi casi la terapia farmacologica dovrà avere una durata limitata e dovrà essere affiancata sempre da una terapia psicologica che possa guidare la persona a modificare le sue percezioni e, di conseguenza, il suo modo di agire.

Il panico si sviluppa perché la persona non è in grado di gestire adeguatamente la paura che sperimenta in determinate circostanze. I farmaci non agiscono in alcun modo su questa percezione di paura –che invece può essere oggetto di trattamento della terapia psicologica-, ma piuttosto servono per controllare l’ansia che deriva dalla paura. I farmaci, quindi, non risolvono il problema alla base ma tamponano le manifestazioni più eclatanti e problematiche del problema.

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Bibliografia

Nardone G. (2000). Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano.

Nardone G. (2005). Non c’è notte che non veda il giorno. Tea, Milano.

Nardone G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Ponte alle Grazie, Milano.