Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

LA GESTIONE DEL LUTTO

Cos’è il lutto?

E’ uno stato di forte malessere che si manifesta quando si perdono delle persone importanti. Gli stati d’animo tipici del lutto sono la tristezza, la disperazione, la confusione, la rabbia, l’incredulità, la nostalgia. In alcuni casi possono essere presenti anche sensi colpa, ad esempio quando si pensa di non aver fatto tutto il necessario o di essere stati assenti.

Il lutto non riguarda esclusivamente la morte, ma una gamma di situazioni più ampie che riguardano la perdita, ossia il venir meno di figure di riferimento molto importanti. Può essere un lutto, ad esempio, anche la fine di un’importante amicizia o di una storia d’amore.

Come si può gestire?

È importante avere ben chiaro che quando si è colpiti da un lutto è perfettamente normale provare una profonda sofferenza che compromette il benessere e che interferisce con la quotidianità, anche in riferimento allo svolgimento di attività di base. Uno degli errori che viene commesso più spesso è quello di non accettare questa condizione. La sofferenza che si prova in queste situazioni deve essere accolta, vissuta appieno, elaborata. È necessario lasciare spazio al dolore e abbandonarsi ad esso perché questo rappresenta l’unico modo per superarlo e poter arrivare a riorganizzare la propria vita in funzione della perdita subita.

Quando è opportuno chiedere l’aiuto di un professionista?

Quando la gestione del lutto diventa problematica, quando si sente il bisogno di un adeguato supporto psicologico o quando si vuole avere un confronto in merito agli errori da evitare o alle strategie più adeguate da utilizzare.

Il lutto è problematico quando lo stato di forte malessere si protrae troppo a lungo, ostacolando la riorganizzazione dei propri progetti ed il ritorno allo stile di vita usuale. Ovviamente anche quando vi è stata un’adeguata elaborazione del lutto i sentimenti di tristezza e di nostalgia potranno essere sempre presenti, ma in modo occasionale e non così intenso da bloccare il presente e la prosecuzione serena della vita.

In molti casi l’adeguata elaborazione del lutto avviene in maniera spontanea, ma anche in tali circostanze se lo si ritiene opportuno è possibile rivolgersi ad un professionista per accelerare questo processo e per evitare di mettere in atto, involontariamente, dei comportamenti che potrebbero rivelarsi inefficaci o addirittura dannosi. Ad esempio, capita a volte che alcune persone si rivolgano ad uno psicologo per avere indicazioni in merito a come comportarsi per aiutare i bambini nell’elaborazione del lutto.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LE ABBUFFATE ALIMENTARI

Al giorno d’oggi sono numerose le persone che, con frequenze e modalità diverse, sono vittime di un problema che non riescono a gestire: le abbuffate alimentari.

Cosa si intende per abbuffate alimentari?

Quando le persone si abbuffano mangiano molto di più di quello che dovrebbero e che vorrebbero, però in quei momenti non riescono proprio a controllarsi e non sanno fare diversamente. Dopo aver mangiato tanto, poi, spesso si sentono in colpa, a volte si mettono un po’ a dieta e fanno esercizio fisico nel tentativo di riparare agli eccessi. Solitamente si ripromettono di non ripetere più quell’esperienza, cosa che, però, di solito non riescono a fare perché le abbuffate si basano su impulsi irrefrenabili che difficilmente possono essere controllati con la volontà.

Abbuffate alimentari e alimentazione generale

Per poter superare il problema delle abbuffate alimentari è necessario lavorare sul modo in cui la persona percepisce ed utilizza l’alimentazione in generale per aiutarla a stabilire un rapporto equilibrato con il cibo, che può essere considerato non soltanto uno strumento di sussistenza, ma anche un piacere.

A volte le abbuffate si manifestano quando le persone seguono un regime alimentare che, per quelle che sono le proprie esigenze ed i propri gusti, è troppo restrittivo o comunque privo di alimenti che per la persona potrebbero essere irrinunciabili. Il fatto di vietarsi degli alimenti che piacciono conduce spesso all’abbuffata, così come il fatto di mangiare troppo poco, magari per il desiderio di recuperare il più in fretta possibile una forma fisica migliore. La maggior parte delle persone, infatti, non riesce a seguire in modo stabile un’alimentazione che considera poco piacevole e dopo averla rispettata per un periodo di tempo più o meno lungo, tende a ricercare i cibi che considera piacevoli, con i quali si può anche abbuffare.

E’, quindi, molto importante intervenire sulle credenze che le persone hanno in merito al cibo e alla giusta alimentazione e valutare la possibilità di far sperimentare un tipo di alimentazione almeno in parte diversa, più piacevole, ma comunque sempre salutare ed equilibrata. 

Abbuffate come forma di consolazione

Per altre persone, poi, le abbuffate sono connesse anche ad altre problematiche, come ad esempio il cercare di soffocare attraverso il cibo determinate sofferenze psicologiche che possono essere dovute, ad esempio, ad eventi specifici (come un abbandono, una situazione lavorativa difficile, un conflitto con un familiare) oppure a malesseri più ampi e generali (come la depressione, un vissuto di angoscia, la percezione di inutilità e di vuoto esistenziale). Sono molte, infatti, le persone che cercano di utilizzare il cibo come strumento per sfogare lo stress o per sedare la tristezza, l’ansia, la rabbia, la noia. Abbuffarsi può essere considerato, anche inconsapevolmente, un modo semplice e veloce per cercare sollievo ai propri malesseri. Raramente, però, è anche un metodo completamente risolutivo e salutare. In queste situazioni diventa importante analizzare il problema più ampio per aiutare la persona ad individuare le giuste strategie per gestire in modo funzionale le emozioni dalle quali a volte si sente travolta e per affrontare adeguatamente le difficoltà ed i problemi che incontra.

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AVERE PENSIERI MALVAGI

Uccidere conoscenti o sconosciuti nei modi più cruenti, soffocare i propri figli, suicidarsi involontariamente lanciandosi da una finestra o buttandosi sotto un treno, compiere violenze sessuali anche verso bambini, essere posseduti dal demonio…sono soltanto alcuni dei tanti pensieri che possono essere considerati malvagi e che possono provocare disagio a chi ne è ossessionato.

È normale avere pensieri malvagi?                   

I pensieri malvagi fanno parte della normale attività cognitiva e, quindi, chiunque può sperimentarli almeno qualche volta nella vita. La mente, infatti, vaga nelle più svariate direzioni, anche quelle negative e macabre che riguardano cose che non faremmo mai.

 Nella maggioranza dei casi i pensieri malvagi sono involontari e a volte sono talmente rapidi che le persone possono esserne anche inconsapevoli e non accorgersi, quindi, di sperimentarli.

Quando i pensieri malvagi diventano problematici?

I pensieri malvagi possono diventare problematici quando si presentano frequentemente e in modo pressante, provocando disagio. In alcuni casi, ad esempio, le persone sono pervase costantemente da questi pensieri e possono perdere la loro serenità e avere difficoltà a portare avanti la propria quotidianità.

A questo si può aggiungere anche il timore di realizzare i propri pensieri e la messa in atto di precauzioni affinchè ciò non avvenga. Chi ha paura di accoltellare il partner, ad esempio, può evitare di tenere in casa coltelli. Chi teme di soffocare o di sbattere a terra il proprio bambino può fare in modo di non rimanere mai da solo con lui.  

Come è possibile liberarsi dai pensieri malvagi?

Quando i pensieri malvagi diventano disturbanti è possibile rivolgersi ad un professionista per essere aiutati a superare il problema.

Secondo la terapia breve strategica i problemi si mantengono in virtù di una serie di tentate soluzioni disfunzionali che non solo non risolvono la situazione, ma addirittura la peggiorano. Nel caso dei pensieri malvagi, l’obiettivo della terapia sarà quello di aiutare la persona a gestire diversamente questi pensieri fino a farli sparire o fino a privarli del loro carattere disturbante. Per fare questo si usano specifiche tecniche che devono essere calzate alla specificità della situazione e che consentono di superare il problema in tempi rapidi.

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Per approfondire

Bartoletti A. (2019). Pensieri brutti e cattivi. Ossessioni tabù: come liberarsene, FrancoAngeli, Milano.

MANGIARE PER POI VOMITARE: IL VOMITING

Che cos’è il vomiting?

Il vomiting è un disturbo alimentare che rispetto ad altri –come l’anoressia o la bulimia- è poco conosciuto, ma che è comunque molto diffuso ed invalidante.

Si tratta di una compulsione ad abbuffarsi e a vomitare quanto ingurgitato e si caratterizza per la sensazione di piacere che accompagna questi episodi.

Come si sviluppa?

Solitamente il vomiting nasce come forma di evoluzione di altre patologie alimentari.  Ad esempio, può capitare che un’anoressica cominci a mangiare e a vomitare quando si rende conto di avere molte difficoltà a mantenere un regime alimentare estremamente restrittivo, pertanto utilizza questo escamotage per evitare di ingrassare. Oppure, può capitare che una bulimica cominci a vomitare a seguito delle sue colossali abbuffate, sempre per evitare che queste abbiano effetti deleteri sulla forma fisica.

Altre volte, invece, il vomiting rappresenta un sedativo nei confronti di determinate sofferenze psicologiche –legate, ad esempio, all’elaborazione di un lutto o di un abbandono amoroso-.

Con il tempo, però, il vomiting diventa una problematica a sé e si differenzia dai disturbi originari in quanto la persona comincia a ricercare appositamente l’abbuffata per poi vomitare. Questo rituale apparentemente macabro è accompagnato da sensazioni di piacere che portano a ricercare spesso questa esperienza.

Il trattamento del vomiting

Il vomiting è tra le problematiche più difficili da trattare. La resistenza al cambiamento delle persone che soffrono di questo problema, infatti, è molto elevata anche perché si tratta di un disturbo che si basa sul piacere e che molto spesso si protrae per tanto tempo arrivando ad invalidare enormemente la vita quotidiana.

Si tratta, però, di una patologia dalla quale è possibile uscire con l’aiuto di un professionista. Tra gli approcci terapeutici più efficaci, troviamo la terapia breve strategica che ha un tasso di efficacia superiore all’80% e che, solitamente, consente di ottenere importanti miglioramenti in un arco temporale che va dai 3 ai 6 mesi.

Nel caso del vomiting il primo compito del terapeuta è quello di analizzare se la compulsione a mangiare e vomitare è un sedativo o un piacere. Questa differenziazione, infatti, richiede degli interventi diversi. Successivamente sarà possibile guidare la persona a superare il problema utilizzando specifiche tecniche che saranno adattate alla specificità della persona e della situazione dal momento che ogni caso è un caso a sé con le sue peculiarità. 

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Bibliografia

Nardone G. e M. D. Selekman (2011). Uscire dalla trappola. Abbuffarsi vomitare torturarsi: la terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Milano.

VEDERSI COME DEI MOSTRI: LA DISMORFOFOBIA

Che cos’è la dismorfofobia?

La dismorfofobia è la paura ossessiva del proprio aspetto fisico.

Chi soffre di questo problema percepisce di avere dei difetti estetici che, agli occhi degli altri –anche di esperti come i chirurghi estetici- sono inesistenti o comunque del tutto trascurabili perchè in armonia con il proprio aspetto generale.

Il dismorfofobico è costantemente concentrato sui propri presunti difetti fisici e, nei momenti in cui questi risultano particolarmente salienti –ad esempio perché si guarda allo specchio o perché crede che una persona abbia notato l’imperfezione incriminata- può sviluppare delle reazioni di vero e proprio panico.

Il circolo vizioso della dismorfofobia

Molto spesso chi soffre di dismorfofobia ricorre alla chirurgia perché è convinto che questa rappresenti l’unica soluzione a tutti i suoi problemi. Dal momento, però, che non si tratta di un problema fisico ma psicologico, in genere gli interventi non sono completamente risolutivi. Solitamente la persona dopo l’intervento continua comunque a non piacersi, spesso perché scopre ulteriori difetti che prima non aveva visto. Si può venire a creare, quindi, un circolo vizioso nel quale gli interventi estetici diventano la tentata soluzione che non risolve il problema, anzi lo mantiene e lo aggrava sempre di più. Gli interventi estetici possono susseguirsi continuamente, l’aspetto fisico cambia sempre di più mentre il vero problema rimane sempre lì.

Un presunto problema fisico che nasconde un reale problema psicologico

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Spesso chi soffre di dismorfofobia ha delle insicurezze personali e delle difficoltà nel rapportarsi con le altre persone che sono legate al non avere adeguate abilità comunicative e relazionali o al non aver superato episodi critici, come ad esempio gli abbandoni.

I presunti difetti fisici lamentati, pertanto, possono rappresentare delle giustificazioni che servono a spiegare i propri problemi personali e relazionali. Il dismorfofobico, quindi, crede di essere incapace e solo perché brutto e si convince, quindi, che una volta eliminato il problema fisico, tutti i suoi problemi spariranno come per magia. In realtà, però, non è così perché la persona interviene sul bersaglio sbagliato.

Come la consulenza psicologica può essere d’aiuto nel trattamento della dismorfofobia?

Con l’aiuto di un terapeuta la persona viene aiutata a modificare la percezione distorta di sé e a diventare consapevole del proprio problema e dei suoi meccanismi di funzionamento.

Inoltre, attraverso l’intervento psicologico si potrà lavorare anche sulle difficoltà personali e relazionali al fine di non focalizzarsi esclusivamente sull’emergenza rappresentata dal problema della dismorfofobia, ma sul miglioramento complessivo della qualità di vita.

Conosco una persona con dismorfofobia, ma non vuole farsi aiutare, come posso fare?

Chi soffre di dismorfofobia, spesso, non è consapevole del suo problema che, invece, può risultare estremamente evidente a chi gli è vicino, ad esempio i familiari. Il diretto interessato, quindi, spesso non vuole farsi aiutare da uno psicologo perché ritiene di non averne bisogno.

Non è detto, però, che in questi casi sia impossibile intervenire. I familiari, infatti, possono rivolgersi in prima persona ad un professionista per analizzare insieme a lui la situazione e capire cosa posso fare per aiutare il proprio caro. 

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Bibliografia

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

L’INTERAZIONE TRA MENTE E CORPO NEI DISTURBI PSICOSOMATICI

Cosa sono i disturbi psicosomatici?

Con il termine “disturbi psicosomatici” si fa riferimento ad una serie di problematiche di tipo fisico (come ad esempio mal di testa, dolori generalizzati, percezione di eccessiva stanchezza) che hanno un’origine esclusivamente psicologica o che, comunque, sono influenzati notevolmente dallo stato psichico delle persone.

In un certo senso qualsiasi tipo di problematica può essere considerata psicosomatica perché gli aspetti fisici e quelli mentali si influenzano a vicenda. Difficilmente, infatti, si riesce a stare bene psicologicamente in presenza di una sofferenza fisica e viceversa. Mente e corpo sono sempre connessi tra loro, anche quando uno è predominante rispetto all’altro.

Un esempio: l’infarto

L’infarto è considerato una malattia prettamente fisica in quanto è dovuta all’ostruzione totale o parziale di un’arteria che consente il passaggio di un afflusso di sangue troppo ridotto. Al tempo stesso, però, ci sono dei fattori di natura psicologica e sociale, tra i quali la presenza di alterazioni dell’umore (come la depressione) e di difficoltà relazionali di vario tipo, che possono influenzare questa problematica.

Un altro esempio: i problemi respiratori

Un altro interessante esempio di come i fattori di natura emotiva possono influenzare la salute fisica delle persone riguarda gli studi che sono stati condotti a partire dagli anni Cinquanta su bambini con difficoltà respiratorie. In queste ricerche è stato evidenziato che i sintomi miglioravano quando i piccoli pazienti venivano ricoverati in ospedale e che tale miglioramento non era dovuto alle diverse condizioni igieniche dell’ambiente, ma alla lontananza dai conflitti e dalle tensioni familiari. Infatti in ospedale i bambini non avevano crisi neanche quando venivano esposti alla polvere di casa verso la quale avevano sviluppato l’allergia.

Il ruolo delle caratteristiche di personalità nei disturbi psicosomatici

È stato preso in considerazione anche il ruolo delle caratteristiche di personalità nell’influenzare il benessere fisico delle persone. Ad esempio, le persone spesso tristi ed orientate sempre a reprimere la rabbia e l’aggressività possono manifestare delle alterazioni del sistema immunitario che riducono le difese dell’organismo e che, quindi, possono facilitare l’insorgenza delle malattie.

Usare efficacemente il rapporto tra mente e corpo

In presenza di una malattia, quindi, è importante considerare che i fattori biologici, sociali e psicologici interagiscono tra loro e si influenzano a vicenda. Per questo motivo, introdurre delle modifiche in alcuni di questi aspetti può provocare un miglioramento complessivo che si riflette sugli altri fattori e sullo stato di salute generale.

Quando si hanno dei sintomi fisici che sembrano non avere alcuna causa organica o che comunque sembrano peggiorare in caso di forte stress, di preoccupazioni o di stati d’ansia o tristezza particolarmente intensi, può essere utile rivolgersi ad uno psicologo per essere aiutati a trovare le giuste modalità per gestire e superare situazioni di malessere e di stress.

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Baldoni F. e Trombini G. (2001). Disturbi psicosomatici. Il Mulino, Bologna.