Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

4 COSE DA EVITARE QUANDO HAI UN PROBLEMA PSICOLOGICO

Avere un problema psicologico che non si riesce a gestire può essere molto frustrante. Per iniziare, a volte può essere d’aiuto riflettere su quello che bisognerebbe evitare.

Evita di affidarti troppo ai consigli e alle esperienze altrui

Quando si ha un problema può venire spontaneo chiedere ad altre persone che l’hanno avuto cosa hanno fatto per risolverlo. Questo tentativo è ragionevole e può anche essere utile, ma non deve essere estremizzato. Infatti, è importante tenere in considerazione il fatto che per quanto le situazioni possono essere simili, per alcuni aspetti sono sicuramente diverse, nello stesso modo in cui in parte diverse le persone che sono coinvolte. Ciò che ha funzionato per altri, quindi, potrebbe essere inefficace o addirittura dannoso per te. Ogni caso è un caso a sé che va analizzato nella sua specificità.

Evita di considerare il farmaco la soluzione miracolosa

Il farmaco, spesso, è considerata la soluzione più facile a determinati problemi psicologici. Non richiede grande impegno se non quello di ricordarsi di assumere quanto prescritto ogni giorno.

In alcuni casi i farmaci sono molto utili, ma in altri sono dannosi per vari motivi: hanno numerosi effetti collaterali, non modificano le percezioni delle persone e non permettono loro di sviluppare ed utilizzare le loro risorse. Per questo non rappresentano una soluzione magica, ma un aiuto che può essere utile in alcuni casi.

Evita di credere alla storia della forza di volontà per risolvere il problema psicologico

A volte si sente dire che è possibile superare determinati problemi psicologici, come la depressione o l’ansia, con la forza di volontà. “Fatti forza”, “Non ci pensare”, “Sforzati di affrontare le cose”, “Sforzati di stare meglio” sono solo alcune delle frasi che possono essere pronunciate da chi crede che con la forza di volontà si possa ottenere tutto. Non è così. La forza di volontà non serve proprio a niente se non si conoscono le giuste strategie per affrontare determinate situazioni. Anzi, in questi casi la forza di volontà può essere addirittura dannosa perchè può portare la persona ad attuare con insistenza dei comportamenti che sono disfunzionali con la convinzione che, invece, siano efficaci.

Evita di focalizzarti sulle colpe

A volte chi ha un problema psicologico cerca i possibili colpevoli di quel disagio e, spesso, li trova nei genitori, nelle esperienze infantili, nei traumi vissuti, nelle delusioni avute da alcune persone. È molto difficile, se non impossibile, stabilire con certezza quelle che possono essere state le cause di un determinato problema. Inoltre, questa valutazione è inutile perché porta la persona ad impiegare tempo ed energie nella direzione opposta a quella auspicata, ossia la ricerca delle soluzioni.

Dott.ssa Erica Tinelli

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SAPER BRILLARE DI LUCE PROPRIA

Molte persone cercano di brillare di luce riflessa. Ecco qualche esempio:

“Mio figlio è laureato”

“Mio marito ha un lavoro di responsabilità”

“Mia moglie sa fare tutto”

“E’ medico”

“Ha sempre preso il massimo dei voti”

“E’ bravissimo nello sport”

“E’ il migliore in…”

Cosa hanno in comune tutte queste frasi (e tante altre)? Sono tutte orientate ad elogiare persone vicine a sè, come ad esempio un figlio oppure il/la partner. 

Ovviamente in questo potrebbe non esserci niente di male o niente di strano. A chiunque fa piacere avere vicino delle persone con dei talenti o delle caratteristiche positive, delle persone che in determinati ambiti sanno distinguersi dagli altri e sanno individuare interessi o progetti di vita da portare avanti in modo così determinato da arrivare ad eccellere. 

Il punto, però, è che per alcune persone il fatto di avere vicino qualcuno che è bravo in qualcosa rappresenta l’unico elemento di soddisfazione perché hanno costruito una vita nella quale non hanno individuato o non hanno perseguito in modo efficace degli obiettivi personali oppure lo hanno fatto in riferimento a cose che non li hanno resi felici e ora non sono contenti di quello che hanno e di quello che sono.

L’unico modo che sembra loro possibile per risollevarsi da questa condizione potenzialmente deprimente è quello di “appoggiarsi” ad altre persone e ai loro progetti, alle loro ambizioni, alle loro qualità perché in questo modo è come se sentissero tutte queste cose un po’ come proprie, anche se in realtà non lo sono affatto. Il tentativo, quindi, è quello di splendere di luce riflessa, sperando che questo possa donare un po’ di sollievo e di felicità, anche lieve.

Ogni persona, però, dovrebbe imparare a brillare di luce propria, ossia dovrebbe imparare a stare bene e ad essere soddisfatta per le proprie doti, per i propri progetti, per i propri successi, piccoli e grandi. E se non ha niente di tutto questo, può sempre imparare a lavorare per costruirlo.

A volte le persone si rendono conto di non aver realizzato niente di importante per loro quando pensano che ormai è troppo tardi, quando pensano di essere troppo grandi. Certamente l’età è un fattore importante, inutile negarlo: fare progetti a 20 ed impegnarsi per realizzarli non è la stessa cosa che farli a 40-50, ma è sempre possibile attivarsi per realizzare qualcosa di proprio, qualcosa che rende felici, soddisfatti, orgogliosi di sé.

L’alternativa è certamente quella di brillare di luce riflessa e magari anche cercare di consolarsi provando a “spegnere” altre persone, gettando fango su di loro e sminuendo i loro successi ed i traguardi raggiunti… ma questo può significare davvero brillare? Forse per le persone che si accontentano, sì.

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TERAPIA BREVE STRATEGICA: DOMANDE E RISPOSTE

La terapia breve strategica è un modello di terapia estremamente efficace e rapido nel superamento delle problematiche psicologiche.

Qui ho descritto alcune caratteristiche essenziali della terapia breve strategica. In questo articolo, invece, cercherò di rispondere ad alcune domande che spesso le persone si pongono quando sentono parlare della terapia breve strategica o quando iniziano a seguire un percorso di questo tipo o valutano di farlo dopo essersi informate un po’.

Ecco alcune delle domande più frequenti:

Per quali tipi di disturbi o problematiche è adatta la terapia breve strategica?

Nell’ambito della terapia breve strategica sono state sviluppate tecniche specifiche per il trattamento di molti disturbi e problemi psicologici come ad esempio le fobie, l’ansia e gli attacchi di panico, i disturbi ossessivi e ossessivo-compulsivi, i disturbi alimentari (anoressia, bulimia, binge-eating, vomiting), la depressione, la paranoia, i problemi sessuali, di coppia e relazionali, i traumi, l’ipocondria, i problemi nello studio, i problemi comportamentali dell’infanzia e dell’adolescenza.

La terapia breve strategica, inoltre, si basa su tecniche e strumenti (come il problem-solving strategico ed il dialogo strategico) che possono essere applicati anche in riferimento ad altri ambiti e contesti, come ad esempio il miglioramento delle relazioni e delle abilità comunicative anche in assenza di particolari problemi, la gestione dello stress e delle emozioni, la definizione ed il perseguimento degli obiettivi.  

Cosa si intende per “breve”?

Nell’approccio breve strategico si ritiene che se la terapia è efficace questa consente di ottenere i primi miglioramenti significativi entro la decima seduta. 

La durata complessiva della terapia dipende, poi, dalla specifica situazione. In alcuni casi 10 incontri sono sufficienti e anzi ne servono anche meno, come avviene solitamente per gli attacchi di panico, il cui trattamento ha una durata media di 7 sedute. Altre volte, invece, sono necessari più incontri e questo capita spesso quando si ha a che fare con una problematica piuttosto seria, come nel caso di una grave anoressia o di un disturbo ossessivo-compulsivo presente da molto tempo e molto radicato. Anche in queste e in altre situazioni più complesse, però, la terapia breve strategica consente di raggiungere cambiamenti significativi entro la decima seduta e questo elemento costituisce un importante indicatore del fatto che si sta andando nella giusta direzione.

È una terapia sintomatica e superficiale?

Questa è una delle accuse che a volte viene rivolta alla terapia breve strategica, forse in virtù del fatto che rispetto ad altre terapie è piuttosto breve.

In realtà, però, la terapia breve strategica ha come obiettivo quello di produrre un cambiamento estremamente radicale che coinvolge il sistema percettivo-reattivo della persona, cioè il suo modo di percepire se stessa, gli altri, il mondo ed il suo comportamento nei confronti di ciò che la circonda. Cosa c’è di più radicale di questo?

Ad ulteriore conferma di ciò, le ricerche condotte dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo evidenziano che nei follow-up a 3, 6, 12 mesi dal termine del trattamento la percentuale di ricadute è quasi nulla.

Qual è la frequenza delle sedute?

Dipende dalla specificità di ogni caso.

In molti casi all’inizio si effettua una seduta ogni 2 settimane e mano mano che la situazione migliora gli incontri vengono diluiti (ad esempio ogni tre settimane, ogni mese, ogni mese e mezzo, ecc) per permettere alla persona di sperimentarsi in modo sempre più autonomo. Ci sono, poi, situazioni che inizialmente richiedono degli incontri più ravvicinati o più diluiti nel tempo.

Perché sono così importanti le prescrizioni?

Nella terapia breve strategica solitamente non vengono effettuati soltanto dei colloqui, ma vengono fornite alle persone delle specifiche indicazioni in merito a delle cose che devono fare tra una seduta e l’altra.

Le prescrizioni rappresentano una caratteristica fondamentale della terapia breve strategica ed è molto importante che le persone le seguano perché queste servono per comprendere meglio il problema e/o per far sperimentare in modo concreto e diretto determinati cambiamenti percettivi, emotivi, comportamentali.

Perché in terapia breve strategica a volte i colloqui durano poco?

A volte le persone che decidono di rivolgersi ad un terapeuta breve strategico rimangono stupite del fatto che in alcuni casi i colloqui possono durare poco (ad esempio 20 o 30 minuti) rispetto a quelle che sono le loro aspettative.

In terapia breve strategica, infatti, non esiste una durata predefinita del colloquio, ma si lavora per obiettivi (come comprendere la situazione, trasmettere determinati concetti o sensazioni, fornire indicazioni in merito alle prescrizioni e verificarne gli effetti) e quando si ritiene che tali obiettivi siano stati raggiunti il colloquio può concludersi.

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LE PRINCIPALI CARATTERISTICHE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

LE ERESIE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Per approfondire:

Nardone G. (2013). Problem Solving strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G. e Portelli C. (2015). Cambiare per conoscere. Lo sviluppo della psicoterapia strategica breve. Tea, Milano.

Nardone G. e Watzlawick P. (2010). L’arte del cambiamento. La soluzione di problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Tea, Milano.

LA DEPRESSIONE IN TERAPIA BREVE STRATEGICA

Depressione e rinuncia

In terapia breve strategica la depressione è una condizione caratterizzata dalla rinuncia che può essere di vario tipo: ideativa, relazionale, comportamentale. La persona depressa, quindi, tende ad essere passiva, a non fare progetti, a non prendere iniziative, ad isolarsi dagli altri, ad evitare di decidere, a rimandare. In altre parole, si blocca e non va avanti con la sua vita.

La rinuncia, spesso, si manifesta a seguito di uno specifico evento o di una serie di eventi nei quali la persona ha vissuto l’esperienza dell’illusione, seguita dalla delusione e, poi, dalla depressione. Queste esperienze possono riguardare, il rapporto con gli altri –pensiamo, ad esempio, alla fine di una storia d’amore, al sentirsi traditi da amici o colleghi, al non aver raggiunto il successo professionale sperato, ecc- o con se stessi –come avviene, ad esempio, alle persone che credono di aver fatto un errore imperdonabile che le ha rovinate-.

Le altre caratteristiche della depressione

Oltre alla rinuncia, poi, nella depressione sono presenti anche altri comportamenti problematici, che possono variare da caso a caso. Tra i più diffusi, però, troviamo:

-il delegare ad altri tutta una serie di attività e di responsabilità proprie, aumentando sempre di più la propria passività

-il lamentarsi della propria condizione di malessere

-l’assumere il ruolo di vittima, che può essere considerata una forma estrema di lamentela. In questo caso la persona si presenta a se stessa e agli altri nel ruolo di vittima inerme che non è responsabile di quello che le succede e che non può, quindi, cambiare in alcun modo.

Il trattamento della depressione

La rinuncia, la delega, il lamentarsi, l’assumere il ruolo di vittima rappresentano delle tentate soluzioni disfunzionali, cioè dei comportamenti che la persona ha messo in atto per cercare di superare una difficoltà iniziale, ma che non solo non hanno risolto il problema, ma, anzi, hanno contribuito al suo mantenimento e al suo peggioramento.

L’obiettivo della terapia breve strategica, quindi, è quello di interrompere queste –ed eventualmente anche altre- tentate soluzioni e favorire l’introduzione di comportamenti funzionali. Per fare questo si utilizzano una serie di tecniche e di strategie che vengono adattate alla specificità di ogni singola situazione. Ciò consente di risolvere il problema o di ottenere importanti miglioramenti in tempi brevi, ossia entro la decima seduta.

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I FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE

Bibliografia

Muriana E., Pettenò L., Verbitz T. (2006). I volti della depressione. Abbandonare il ruolo della vittima: curarsi con la psicoterapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Firenze.

BENESSERE INDIVIDUALE COME REQUISITO DEL BENESSERE NELLA COPPIA

Quante volte in riferimento ad una relazione amorosa avete sentito dire o avete detto cose come “Non posso stare senza di lui/lei”, “È la mia vita”, “Ho messo da parte i miei bisogni per lui/lei”? Forse a qualcuno queste frasi possono anche sembrare romantiche. Se veritiere, però, ossia se rappresentative di pensieri e comportamenti effettivi, possono essere indicatori di qualcosa che può compromettere il proprio benessere.

Benessere vuol dire stare con l’altro senza rinunciare a sé

Per sviluppare una relazione sana e felice e stare bene con l’altro è necessario prima di tutto stare bene con se stessi ed essere realizzati e soddisfatti. Solo a questa condizione il rapporto di coppia potrà rappresentare un valore aggiunto, qualcosa che migliora la propria vita che, però, anche in assenza dell’altro è già serena.

Quando, invece, non si sta bene con se stessi e si investe tutto in una relazione capita molto spesso di mettere in atto dei comportamenti disfunzionali che hanno a che fare con il ricercare nella coppia qualcosa che manca a livello personale. Ad esempio, alcune persone che non sono soddisfatte del proprio lavoro possono concentrarsi sulla relazione, ma l’aspetto di insoddisfazione personale sarà sempre e comunque presente. Nella migliore delle ipotesi potrà essere un po’ camuffato. In questo modo il rapporto con l’altro potrebbe anche diventare l’ambito nel quale sfogare le proprie frustrazioni, non necessariamente in modo consapevole ed esplicito, ma in maniera comunque distruttiva.

Un altro errore che spesso si fa quando ci si concentra molto sullo sviluppo di una relazione quando sarebbe prima necessario pensare a sé è quello di costruire rapporti che si basano principalmente sull’aiuto che l’altro può fornire. È il caso, ad esempio, delle persone che si appoggiano a chi può aiutarle economicamente, a chi può rispondere prontamente alle continue richieste di rassicurazioni, a chi è possibile delegare molte attività.

Quelle accennate sono tutte situazioni nelle quali mancano i presupposti affinchè la relazione possa essere davvero basata sul benessere, equilibrata e arricchente.

Una riflessione su di sé e sulla coppia

Alcune persone a volte hanno difficoltà a capire se stanno vivendo il rapporto di coppia in modo ottimale senza rinunciare alla propria individualità e alla propria realizzazione. Per iniziare ad analizzare questo aspetto è possibile chiedersi: “chi sono io?”, “chi vorrei essere?”. Che aggettivi, ambiti, ruoli vi sono venuti in mente? Le risposte a queste domande possono essere un ottimo punto di partenza per definire la situazione attuale e quella desiderata e agire di conseguenza.

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LE RELAZIONI VIRTUALI

Le relazioni virtuali sono molto diffuse. Sempre più spesso, infatti, le persone si scrivono, si parlano e si vedono attraverso il computer e lo smartphone.

Indubbiamente questi strumenti possono rendere più semplice e più veloce la comunicazione. Inoltre, facilitano anche il contatto con persone che difficilmente si sarebbero conosciute in altri modi, ad esempio perchè distanti geograficamente oppure perchè hanno caratteristiche molto diverse e frequentano ambienti diversi. Con internet, invece, da un “mi piace” messo ad una foto o ad un post, si possono iniziare a scambiare dei messaggi e può nascere una conoscenza, a volte con l’obiettivo di arrivare a frequentarsi nella vita reale.

Relazioni virtuali e difficoltà relazionali

Non è raro, però, che le relazioni virtuali rimangano tali per sempre o per molto tempo. Ci sono persone che chattano per mesi e mesi senza mai vedersi. Alcuni diventano anche molto amici oppure si fidanzano avendo avuto soltanto contatti mediati dalla tecnologia.

In alcuni casi questo coinvolgimento nel mondo virtuale può portare anche ad un isolamento progressivo dalla realtà. Questo accade frequentemente a coloro che hanno delle difficoltà relazionali. Ad esempio ci sono alcune persone che anche nella vita reale provano a fare amicizie o comunque a rapportarsi agli altri, ma falliscono sempre perché non sanno come fare, non possiedono le giuste abilità. Ci sono anche persone che, invece, rinunciano a prescindere perché, anche a causa di esperienze passate, hanno sviluppato il timore o la convinzione che saranno rifiutati dagli altri e, quindi, preferiscono non rischiare.

In entrambi i casi il mondo virtuale può essere percepito come un ambiente più sicuro nel quale i rapporti che si instaurano con gli altri possono fare meno male. Essere derisi, ignorati, allontanati, lasciati da persone che si conoscono solo virtualmente è meno doloroso rispetto al vivere queste esperienze nella vita reale. C’è, infatti, un coinvolgimento emotivo minore. Il rovescio della medaglia è che un minor coinvolgimento non implica solo un rischio minore, ma anche un piacere estremamente più circoscritto.

Parzialità del mondo virtuale

I contatti virtuali sono sempre parziali rispetto a quelli faccia a faccia. Questo è anche uno dei motivi per i quali quando poi si arriva a frequentare qualcuno conosciuto online, può capitare che appaia diverso rispetto a come sembrava in chat o per telefono. Non significa necessariamente che ha mentito o che ha cercato di ingannare l’altro perché una conoscenza virtuale per certi aspetti è sempre limitata.

Vivere la quotidianità virtuale non è come vivere la quotidianità frequentando una persona realmente perché diventa complesso cogliere e valutare più sfumature della sua personalità e del suo comportamento. Questo fattore contribuisce a creare un’immagine dell’altro idealizzata e poco realistica che rispecchia i propri desideri.

Indebolire le proprie abilità

Quando si verifica un ritiro -ma forse sarebbe più corretto chiamarla fuga- nel virtuale si corre incontro anche ad un altro problema, cioè il fatto che si indeboliscono sempre di più le abilità di comunicazione e di relazione tipiche dei rapporti faccia a faccia, con il risultato che il mondo reale potrà essere visto come sempre più complesso e pericoloso e verrà evitato sempre di più. Interagire con gli altri solo a livello virtuale all’inizio potrà sembrare una salvezza, ma con il tempo potrebbe trasformarsi in una sorta di scelta obbligata, una gabbia dalla quale non si sa come uscire perché non si è più in grado di affrontare l’altro mondo.

Non dobbiamo certo demonizzare la tecnologia, il mondo virtuale non è cattivo e negativo, ma non bisogna trasformarlo in un sostituto della realtà. Il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e questo dipende da noi.        

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