Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

“HO AVUTO UN’INFANZIA DIFFICILE”

Che vuol dire aver avuto un’infanzia difficile?

Ci sono tante persone che, per i più svariati motivi, ritengono di aver avuto un’infanzia difficile o comunque non completamente serena e tranquilla, per i più disparati motivi. C’è chi è stato vittima di veri e propri traumi. Qualcuno non ha mai avuto un buon rapporto con i propri genitori o con il gruppo dei pari, dal quale potrebbe essersi sentito escluso o addirittura maltrattato. C’è chi ritiene di essere cresciuto senza alcun punto di riferimento importante al quale rivolgersi in caso di difficoltà. Alcune persone non si sono mai sentite apprezzate e valorizzate nell’infanzia. C’è chi è nato ed è vissuto in un quartiere, una città o un paese che considera poco stimolante e con poche opportunità. E così via.

Sono situazioni molto diverse e non troppo rare che, come tutto ciò che si sperimenta nel corso della vita, possono avere un impatto molto forte sullo sviluppo della personalità e sul benessere degli individui.

L’infanzia difficile come ingiustizia subita

Coloro che hanno vissuto queste esperienze negative spesso si percepiscono come vittime di un’ingiustizia molto grande in quanto l’infanzia è considerata l’età della spensieratezza che, però, per loro non è mai stata tale o lo è stata solo in parte. Pensano di essere stati segnati profondamente e, spesso, irrimediabilmente da determinati eventi o situazioni. Si sentono “condannati” per sempre all’infelicità a causa di un destino crudele, prepotente, che li ha perseguitati fin da bambini e che ancora oggi esercita un’influenza molto forte sulla loro vita. Ritengono di non poterlo cambiare in alcun modo: ogni tentativo di opposizione e di lotta a tutto ciò che deriva dalla loro condanna è destinato a fallire miseramente.

Sicuramente esistono delle circostanze sfavorevoli che possono essere vissute con disagio e difficoltà e che possono provocare un malessere anche molto forte. In questi casi ci si può sentire vulnerabili, soprattutto quando si è piccoli.

Ma è davvero una condanna a vita?

Aver vissuto un’infanzia difficile non rende le persone vittime delle circostanze esterne in eterno. L’uomo, infatti, non deve necessariamente accettare ciò che gli viene proposto ed adattarsi a ciò che succede intorno a lui. Al contrario, è un soggetto attivo che ha la possibilità di fare delle scelte nei vari ambiti e di utilizzare al meglio le proprie risorse per gestire e superare le difficoltà, per sviluppare le proprie abilità, per fare progetti, per raggiungere i propri obiettivi, per stare bene con se stesso e con gli altri.

Ciò che è successo nel passato non si può cancellare e cambiare. Chi non ha vissuto un’infanzia felice non potrà mai recuperarla, ma potrà costruirsi un presente ed un futuro sereno. Ovviamente può essere complicato, può volerci tempo, impegno e costanza, ma è possibile se lo si vuole.

Un’infanzia difficile può essere sicuramente un ostacolo nella propria vita. Tuttavia, gli ostacoli fanno parte della vita di chiunque, ma non tutti si lasciano bloccare. Nessun ostacolo può fermare una persona veramente determinata. Un ostacolo può far star male per un po’, può portare a rivedere le strategie utilizzate, può costringere a rallentare, a volte a dover fare una vera e propria sosta. Poi, c’è chi si ferma lì e chi riparte più carico di prima con mille difficoltà ma con la fermezza di chi vuole essere il regista della propria storia e non lo spettatore passivo di un film scritto da altri.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

BISOGNA ACCETTARSI PER CIO’ CHE SI E’?

Spesso si sente dire che è importante accettarsi per ciò che si è. Viene considerata una cosa molto difficile da fare, ma che può donare una grande serenità e pace interiore.

Dal mio punto di vista questo ragionamento è vero solo in parte. Non sempre è così e non sempre bisogna accettarsi per quello che si è.

Sicuramente la perfezione non esiste e cercare a tutti i costi di raggiungerla sarebbe una lotta estenuante ed inutile. Dobbiamo accettare di avere dei difetti e delle caratteristiche che non possono essere cambiate e che, per questo, vanno accettate così come sono. Questo vale per alcune caratteristiche fisiche o per alcuni aspetti della propria personalità che, anche se possono essere armonizzati e resi flessibili e funzionali, non possono però essere stravolti. In tutti questi casi bisogna accettarsi per quello che si è, imparando a valorizzare gli elementi positivi e ad accogliere anche quello che non ci piace, gestendolo nel modo migliore possibile.

Per la maggior parte delle cose, però, è possibile apportare dei cambiamenti che possono farci stare meglio con noi stessi e con gli altri e che possono consentirci di raggiungere obiettivi per noi importanti. In queste situazioni, per quale motivo dovremmo accettare ciò che siamo, se è possibile essere migliori? Perché dovremmo accontentarci? Non accettare completamente alcuni aspetti di sé, infatti, non è necessariamente un indicatore di scarsa autostima, ma può rappresentare una motivazione a raggiungere traguardi sempre più significativi.

La predisposizione naturale dell’uomo probabilmente non è quella di accettare ciò che capita, ma di agire proattivamente per apportare dei cambiamenti, sia in riferimento all’ambiente esterno, sia in riferimento alla propria persona.

Provate ad immaginare che cosa sarebbe successo se nel corso del tempo ci fossimo accettati sempre e comunque per quello che siamo, senza impegnarci per essere qualcosa di diverso.

Partendo dall’infanzia, probabilmente non avremmo mai imparato neanche a camminare perché nel momento in cui siamo nati non sapevamo farlo ed è una cosa che per essere appresa richiede molti sforzi ed energie.

Allo stesso modo, probabilmente non avremmo imparato neanche a parlare o comunque ci saremmo espressi sempre in forma molto semplice ed elementare rispetto a come facciamo normalmente.

Non avremmo imparato a leggere e a scrivere e, di conseguenza, non saremmo in grado di fare molte cose che, invece, facciamo quotidianamente.

Non avremmo imparato ad andare in bici, a guidare, a cucinare, ad usare lo smarthphone o il computer, a fare il nostro lavoro, così come la maggior parte delle cose che oggi siamo in grado di fare grazie al nostro impegno e all’allenamento.

Se dobbiamo accettarci per ciò che siamo non avremmo imparato tutto questo perché sarebbe stato sufficiente fare ciò che eravamo in grado di fare già alla nascita, ossia ben poco. E se non ci siamo accontentarci da bambini quando eravamo molto più indifesi e con poche abilità, perché dovremmo accontentarci ora?

Dott.ssa Erica Tinelli

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LE TRAPPOLE MENTALI CHE DOBBIAMO COMBATTERE

LE MALATTIE FISICHE E IL SUPPORTO PSICOLOGICO

Quando si hanno delle malattie fisiche, soprattutto se croniche –come ad esempio il diabete o alcuni problemi intestinali- oppure devastanti –come il cancro- il supporto psicologico può essere molto utile.

Siamo abituati, infatti, a considerare il nostro organismo e la nostra mente come realtà nettamente separate. In realtà, però, non è così. Sono due entità che si influenzano a vicenda, come descritto nell’articolo LA CONNESSIONE TRA MENTE E CORPO.

Accettazione delle malattie

Quando si riceve una diagnosi si possono avere molte reazioni diverse, tra le quali quelle di non accettazione della condizione. Attraverso dei meccanismi psicologici di difesa, infatti, la persona può autoconvincersi di non aver ricevuto la diagnosi. Oppure può credere che la diagnosi non sia corretta oppure può sottovalutare la situazione, ritenendo che la sua malattia non necessiti di particolare attenzione.

Tutto questo può portare ad attuare dei comportamenti disfunzionali, come ad esempio non fare i controlli necessari oppure non seguire le cure prescritte dai medici.

Il supporto psicologico può aiutare la persona ad accettare la situazione e a trovare un nuovo equilibrio di vita, anche quando può sembrare davvero difficile.

Gestione delle emozioni

Scoprire di avere una malattia che può rappresentare una limitazione e che richiede cure e attenzioni costanti può provocare vissuti di profonda rabbia, dolore, paura, senso di impotenza e di sconfitta.

Si tratta di emozioni che in determinate situazioni sono perfettamente legittime, ma se non adeguatamente gestite possono diventare disfunzionali. In questi casi possono rappresentare, quindi, un ulteriore problema che si aggiunge a quello della malattia fisica.

Gestire i pensieri

Alcune persone entrano in un circolo vizioso nel quale pensano costantemente a tutta una serie di cose che hanno a che fare con la propria malattia.

Tra i pensieri più frequenti, ad esempio, ci sono il chiedersi perché è subentrata questa malattia, se e come cambierà la propria vita, cosa potrebbe succedere di brutto, cosa potrebbero pensare gli altri della propria condizione.

Anche in questo caso si tratta di pensieri legittimi, ma in alcuni casi questi diventano troppo opprimenti. In tali circostanze è utile rivolgersi ad uno psicologo per elaborare i propri dubbi e per trovare le strategie più adeguate per fronteggiarli al meglio.

Adattarsi ai cambiamenti legati alle malattie

Alcune malattie richiedono di apportare dei cambiamenti, più o meno importanti, al proprio stile di vita. Ad esempio, a volte è necessario cambiare l’alimentazione, a volte occorre portare avanti una cura farmacologica, a volte occorre modificare alcune abitudini, ad esempio legate alle attività sportive.

Affrontare questi cambiamenti non sempre è facile perché spesso siamo abitudinari. In riferimento a questo aspetto il supporto psicologico può consentire di rendere le persone consapevoli delle proprie risorse e di come svilupparle e può permettere di individuare la modalità più adatta ad ogni specifica persona per creare nuove abitudini.

Dal momento che mente e corpo sono connessi, migliorando alcuni aspetti della psiche delle persone si può migliorare anche lo stato di salute globale. Intervenendo sulla mente, sulle percezioni, sui pensieri, sulle emozioni, sul modo di rapportarsi ai cambiamenti si possono aiutare le persone a gestire al meglio le malattie fisiche e a vivere una vita soddisfacente nonostante le difficoltà.

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ATTIVITA’ FISICA E BENESSERE

COSA SONO GLI STEREOTIPI E PERCHE’ LI UTILIZZIAMO?

Cosa sono gli stereotipi?

Gli stereotipi rappresentano delle valutazioni rapide che non richiedono troppo tempo e troppe energie cognitive. Possono riguardare determinate persone o categorie di persone, luoghi, situazioni.

Gli stereotipi in genere sono assolutistici e generalizzati. Pensiamo, ad esempio, al classico stereotipo secondo il quale “le donne guidano male” che riguarda tutte le donne, senza considerare il fatto che sicuramente ci sono delle donne che guidano male, ma al tempo stesso ci sono anche delle donne che guidano bene e degli uomini che guidano male.

Perché li usiamo?

Gli stereotipi sono estremamente diffusi e non hanno a che fare necessariamente con la tendenza ad essere superficiali, come forse si potrebbe pensare.

L’uso degli stereotipi, infatti, è usuale quando si hanno poche informazioni ed è legato al normale funzionamento cognitivo dell’uomo. Elaborare dei giudizi accurati, quindi non basati su stereotipi, infatti, richiede molte risorse temporali e mentali che spesso non abbiamo o che abbiamo solo in parte. Per tutti noi sarebbe impossibile ricercare e processare in modo approfondito tutte le informazioni che sarebbero necessarie per poter fare una valutazione più approfondita e più realistica. L’uso degli stereotipi, invece, ci permette di valutare e di agire velocemente, elemento essenziale per poter essere funzionali nella vita di tutti i giorni.

Quando è opportuno non usare gli stereotipi e come fare per evitarli?

Il fatto che l’uso degli stereotipi sia normale e funzionale all’interazione con l’ambiente circostante non significa che non può causare dei problemi. Ci sono delle situazioni nelle quali valutare, agire e decidere velocemente sulla base degli stereotipi può rivelarsi controproducente. Si tratta di tutti quei casi nei quali si deve scegliere o fare qualcosa di molto importante che può avere conseguenze rilevanti per se stessi e per gli altri, non necessariamente a breve termine, ma anche nel lungo periodo. Pensate, ad esempio, alla necessità di valutare persone con le quali si interagisce frequentemente o che svolgono un ruolo importante nella propria vita (partner, collaboratori, persone che si prendono cura dei propri figli) oppure al bisogno di soppesare attentamente i pro e i contro di scelte di vita potenzialmente decisive (come le scelte lavorative, relazionali o relative al proprio stile di vita).

In tutte queste circostanze è consigliabile prendersi tutto il tempo necessario per valutare le cose da varie prospettive, con le giuste risorse mentali, ricercando le informazioni più opportune.

La conoscenza di sé, dei propri schemi mentali, del proprio modo di interpretare la realtà, inoltre, può essere d’aiuto per controllare possibili errori di valutazione che possono essere connessi alle proprie caratteristiche personali.

Dott.ssa Erica Tinelli

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IL TENTATIVO DI CONVINCERE IL PARTNER A SEGUIRE UNA TERAPIA DI COPPIA

Sono davvero numerose le persone che presentano delle problematiche che possono essere affrontate e superate attraverso la terapia di coppia.

Sono anche tanti i casi in cui uno dei due partner vorrebbe fare una terapia di coppia, mentre invece l’altro non è d’accordo per vari motivi, ad esempio perché non ritiene che ci siano delle questioni da dover affrontare, perché non le considera una priorità, perché pensa che le difficoltà siano individuali, perché crede che uno psicologo non possa essere d’aiuto. In queste situazioni colui o colei che vorrebbe intraprendere il percorso della terapia di coppia può avere la tentazione di cercare di convincere l’altro a fare questo tentativo insieme.

È utile cercare di convincere il partner a seguire una terapia di coppia?

Tra le caratteristiche che contribuiscono a determinare l’efficacia della terapia di coppia o più in generale di qualsiasi consulenza psicologica troviamo la motivazione e l’impegno delle persone, elementi che, a loro volta, portano a seguire il percorso in modo serio.

Cercare di convincere il partner a seguire una terapia di coppia, quindi, potrebbe rivelarsi completamente inutile o addirittura dannoso. Prima di tutto questo comportamento potrebbe portare ad un incremento dei conflitti e potrebbe provocare una resistenza ancora maggiore rispetto alla possibilità di rivolgersi ad un professionista. Inoltre, anche nel caso in cui una persona riesca apparentemente a convincere il partner ad intraprendere una terapia di coppia, se questo non è sicuro di voler tentare e di volersi affidare, molto probabilmente non riuscirà a seguire adeguatamente i colloqui e le indicazioni fornite, rischiando di perdere solo tempo e soldi.

La terapia di coppia sicuramente può essere una proposta da fare al partner, ma senza insistere. Affidarsi ad un professionista è una scelta personale ed è meglio non forzare nessuno in questa direzione.

E allora chi ha un problema di coppia e un partner che non vuole venire in terapia cosa può fare?

Il fatto di avere un problema di coppia non significa che per poter arrivare ad una soluzione sia necessario fare una terapia di coppia.

Colui che vorrebbe intraprendere questo percorso, infatti, può rivolgersi ad un professionista anche singolarmente, analizzare insieme a lui la situazione e comprendere cosa potrebbe fare in prima persona per cercare di migliorare la relazione, anche senza la collaborazione dell’altra parte. Una coppia, infatti, è un sistema di parti (i partner) che si influenzano: cambiando il comportamento di una persona, ci saranno inevitabilmente dei cambiamenti anche nel comportamento dell’altra e nelle dinamiche comunicative e relazionali.

Dott.ssa Erica Tinelli

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L’AUTOLESIONISMO

Cos’è l’autolesionismo?

Con il termine autolesionismo si fa riferimento a una serie di comportamenti che hanno a che fare con il provocare danni e dolori al proprio corpo.

Si tratta di un problema estremamente diffuso, soprattutto tra i giovani, e può manifestarsi in tante forme diverse. Tra le più diffuse troviamo il tagliarsi, il grattarsi, lo scorticarsi le ferite, il bruciarsi, il mordersi, lo sbattere la testa, lo strapparsi i capelli.

Perché alcune persone si fanno del male?

Alla base dell’autolesionismo molto spesso c’è una sofferenza emotiva che può essere di vario tipo e che può essere dovuta, ad esempio, a traumi, lutti, delusioni, difficoltà nel gestire il rapporto con gli altri o nel vivere la vita quotidiana. In questi casi il dolore provocato sul fisico ha la funzione di sedare la sofferenza psicologica, che viene percepita come ben più grave e difficile da gestire.

L’autolesionismo, però, può essere determinato anche da tanti altri fattori, come ad esempio il desiderio di andare oltre determinati limiti e di attirare l’attenzione degli altri. In tal caso tagli, bruciature e ferite non vengono nascosti, ma ostentati, diventando simboli dei quali si è orgogliosi.

 L’autolesionismo, quindi, non è determinato solo dal dolore, ma anche da sensazioni di piacere. Anche quando si inizia per sedare un dolore non è raro che, poi, tale comportamento porti a sperimentare sensazioni di piacere che tendono ad essere ricercate sempre più spesso. Dolore e piacere, infatti, hanno la stessa base neurobiologica che risiede nel sistema limbico intorno al talamo.

Autolesionismo come compulsione irrefrenabile

Il comportamento autolesionistico ripetuto più e più volte nel corso del tempo porta ad ottenere dei benefici che possono essere legati, ad esempio, all’ottenere l’attenzione di genitori e pari o all’apparente riduzione della sofferenza emotiva.

Per questo motivo l’autolesionismo diventa una compulsione irrefrenabile della quale non si riesce a fare a meno. Anzi, a volte più si va avanti nel tempo e più è necessario aumentare la frequenza e l’intensità degli atti lesivi per poter continuare a sperimentare gli stessi benefici, un po’ come avviene con le tossicodipendenze.

L’astinenza dal dolore fisico può anche causare ansia, depressione, apatia, sensazioni che quando ci si fa nuovamente del male vengono meno e vengono sostituite da un senso di sollievo.

Come superare il problema?

La consulenza psicologica rappresenta un valido sostegno per superare il problema dell’autolesionismo. Con l’aiuto di un esperto, infatti, è possibile analizzare nel dettaglio la situazione e trovare la soluzione.

Gli obiettivi generali della consulenza psicologica per chi attua comportamenti di autolesionismo, di solito, riguardano l’elaborazione della sofferenza emotiva e l’individuazione di modalità funzionali per gestire il rapporto con se stessi e con gli altri. Questi obiettivi generali vengono poi declinati tenendo in considerazione la specificità del caso e della persona.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Portelli C., Papantuono M. (2017). Le nuove dipendenze. Riconoscerle, capirle, superarle. San Paolo Edizioni