Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

LA COMUNICAZIONE AGGRESSIVA

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La comunicazione aggressiva è piuttosto frequente.

Può manifestarsi in tanti modi diversi, ad esempio attraverso le minacce oppure gli insulti. Può manifestarsi anche attraverso delle provocazioni o degli attacchi meno espliciti che sono rivolti all’interlocutore, alle sue competenze e alle sue caratteristiche.

In ogni caso ciò che caratterizza la comunicazione aggressiva rispetto ad una semplice discussione o a un conflitto costruttivo è l’obiettivo di denigrare l’altra persona. L’attacco, quindi, è rivolto non tanto o non solo alle argomentazioni proposte, ma all’individuo.

Al giorno d’oggi la comunicazione aggressiva si manifesta spesso anche sui vari social network, sui forum, nei blog e nelle chat. Nel virtuale può assumere frequentemente una forma molto volgare e violenta a causa del fatto che non c’è un coinvolgimento diretto e l’anonimato consente alla persona aggressiva di sfogare più liberamente i propri impulsi distruttivi. Molte cose dette o scritte su internet, infatti, non verrebbero proposte in un’interazione faccia a faccia.

Ma da cosa deriva la comunicazione aggressiva?

L’aggressività verbale, così come l’aggressività in generale, spesso scaturisce dalla frustrazione. Si tratta di situazioni nelle quali alla persona viene ostacolato o impedito il raggiungimento di un obiettivo o di una gratificazione per lei importante.

Un altro fattore scatenante dell’aggressività verbale è l’assenza o la carenza di un’adeguata competenza argomentativa, intesa come la capacità di sostenere e difendere in modo efficace le idee proposte. In altre parole, le persone con poche competenze argomentative sentono l’esigenza di sostenere le proprie opinioni, ma non ne sono capaci. La capacità di argomentare, infatti, è uno degli elementi costitutivi della comunicazione persuasiva: in sua assenza molte persone percepiscono di non avere alternative rispetto all’attaccare l’altro. In questo modo, però, non fanno altro che apparire ancora più deboli e insicuri… Ed è un peccato perché la competenza argomentativa si può sviluppare!

Come gestire il problema?

Se sei vittima di comunicazioni aggressive puoi imparare ad affrontare la situazione con l’aiuto di uno psicologo. E’ possibile, infatti, individuare le modalità più adeguate per gestire determinate provocazioni al fine di salvaguardare il tuo benessere e non provocare un’escalation dei conflitti. E’ possibile, inoltre, gestire le emozioni -come la rabbia o la tristezza- che si possono sviluppare in questi casi.

Se, invece, sei tu che comunichi in modo aggressivo e vuoi superare il problema, uno psicologo può guidarti ad affrontare e a gestire la tua frustrazione e a sviluppare competenze comunicative e relazionali efficaci.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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Bibliografia e sitografia

Avallone F. (2011), “Comunicare”, in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Costruire e gestire relazioni nei contesti professionali e sociali. Carocci, Roma.

http://www.leggo.it/societa/sanita/insulto_dunque_sono_web_e_tv_ecco_come_difendersi_dai_troll-1670114.html

AUTO-DIAGNOSI IN PSICOLOGIA: DIFFICOLTA’ E PERICOLI

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Molto spesso quando le persone sperimentano un disagio psicologico -come un senso di vuoto o tristezza, l’ansia, le difficoltà relazionali, ecc…- ricercano informazioni su internet per attribuire un nome al proprio malessere -ad esempio “depressione”, “attacchi di panico”, “fobia sociale”, ecc…-. Senza neanche rendersene conto, solitamente arrivano molto velocemente ad elaborare un’auto-diagnosi. Probabilmente tale comportamento deriva da una sorta di innato bisogno di auto-riflessione e di comprensione. Farsi delle auto-diagnosi, però, è un comportamento che presenta anche degli svantaggi.

È facile fare un’auto-diagnosi sbagliata

La grande diffusione di internet da un lato ha facilitato enormemente l’accesso alla conoscenza; d’altro lato, però, non sempre ne garantisce la qualità. In altre parole, su internet si trovano anche informazioni sbagliate o incomplete. Per chi non è un esperto del settore può essere difficile valutare l’affidabilità di ciò che trova.

Inoltre, anche nel caso in cui si riuscissero a reperire informazioni corrette, queste devono essere interpretate, contestualizzate e analizzate in connessione tra loro. E’ un processo complesso che richiede competenze che si sviluppano con lo studio e con l’esperienza. In caso contrario si corre il rischio di giungere a conclusioni errate. Spesso gli studenti di psicologia che hanno iniziato da poco gli studi fanno fatica a comprendere in modo specifico le varie problematiche psicologiche, ad identificarne gli elementi caratterizzanti e quelli secondari, a differenziarle tra loro, ad individuare il limite tra un comportamento normale e uno potenzialmente patologico che necessita di un intervento. Difficoltà analoghe possono essere sperimentate dai non esperti del settore che ricercano informazioni su internet, anche se si tratta di persone intelligenti e colte.

È molto semplice, quindi, farsi un’auto-diagnosi sbagliata.

I rischi della diagnosi

Indipendentemente dal fatto che l’auto-diagnosi sia giusta o sbagliata, questa comporta sempre e comunque dei rischi.

Le persone potrebbero convincersi a tal punto della diagnosi che hanno ipotizzato, da manifestare comportamenti ed atteggiamenti sempre più congruenti con questa ipotesi iniziale. Nei casi estremi si arriva al punto di alimentare un problema che prima aveva un’intensità minore –nel caso di autodiagnosi corretta- o di creare un nuovo problema, che si aggiunge al precedente –nel caso di autodiagnosi errata-.

Un altro rischio dell’auto-diagnosi è quello di orientare le proprie energie in direzioni sbagliate. Il fatto di attribuire un’etichetta alla propria condizione può donare sollievo e anche soddisfazione, ma non è detto che sia un processo utile. Piuttosto che concentrarsi sull’attribuire ai problemi un nome specifico e tecnico non sarebbe più utile focalizzarsi sulle possibili soluzioni? State già pensando di usare internet anche per questo? O è arrivato il momento di rivolgervi ad un professionista?

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LA MANIPOLAZIONE ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO

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anche di manipolazione. Attraverso l’uso del linguaggio, infatti, è possibile esercitare un certo grado di influenza sulle opinioni e sui comportamenti degli altri, come può avvenire ad esempio nel campo della pubblicità.

Gli stratagemmi che vengono usati da chi usa la manipolazione linguistica spesso si basano su principi di condizionamento molto sottili, ma spesso molto efficaci, dei quali si può anche non essere consapevoli.

Alcune delle principali tecniche di manipolazione linguistica

Conoscere le tecniche della manipolazione linguistica può rappresentare il primo passo per imparare a fronteggiarle.

Ecco, allora, alcune delle più diffuse:

  • l’uso di frasi ambigue = si tratta di frasi che contengono informazioni corrette ma estremamente parziali che non consentono di avere una visione completa di quanto descritto. Ad esempio dire che un prodotto è “clinicamente testato” induce a pensare che è stato verificato che il prodotto non ha effetti nocivi. In realtà, però, nessuno ha descritto i risultati dei test, che potrebbero essere anche negativi.
  • l’uso di comparativi senza termini di paragone = ne è un esempio la frase “fare questa cosa ti renderà più felice”, ma più felice rispetto a cosa? E ci sono anche altre cose che potrebbero rendere “più felice”?
  • la ripetizione = le persone provano noia e ascoltano in modo sempre più disattento. In questo modo si crea una percezione di familiarità, diminuiscono le difese e  la propria capacità critica. Di conseguenza, aumenta la probabilità di accettare il messaggio.
  • focalizzazione sugli aspetti positivi = la frase “l’operazione ha il 90% di possibilità di successo” produce sicuramente maggiore tranquillità rispetto alla frase “l’operazione ha il 10% delle possibilità di fallimento”
  • mettere in sequenza più frasi = in questo modo le due frasi sembreranno collegate anche senza esplicitare alcuna relazione. Esempio: leggendo la frase “Passa un inverno senza ammalarti. Compra il prodotto x” si potrebbe pensare che usando il prodotto x si eviterà la malattia.
  • l’utilizzo delle frasi in forma negativa = prendiamo in considerazione la frase “Bob è innocente” e la frase “Bob NON è colpevole”. Anche se da un punto di vista logico le due frasi sono equivalenti, è stato dimostrato che se viene utilizzata una formulazione al negativo (come nella seconda frase) molte persone tendono a manifestare una valutazione negativa su Bob. Probabilmente questo fenomeno dipende dal fatto che la frase al negativo risulta più complessa da elaborare e quindi, soprattutto in situazioni di stanchezza o di scarsa motivazione, si effettua un’elaborazione superficiale e distorta.
  • porre le parole secondo un preciso ordine = uno degli elementi più importanti da considerare in questo caso è il soggetto della frase, sul quale solitamente si focalizza di più l’attenzione delle persone. Dire “LUI uscì con lei dal locale” non è la stessa cosa di “LEI usci con lui dal locale”. Se questa frase viene usata per la ricostruzione degli eventi in un caso di violenza sessuale, quando il soggetto è “lei”, alla donna tende ad essere attribuita una maggiore colpevolezza, anche se i fatti descritti sono identici nei due casi.

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DIFENDITI DAGLI ATTACCHI VERBALI

Bibliografia

Arcuri L., Castelli L. (1996). La trasmissione dei pensieri. Un approccio psicologico alla comunicazione di massa. Zanichelli, Bologna.

Rampin M. (2005). Al gusto di cioccolato. Come smascherare i trucchi della manipolazione linguistica. Ponte alle Grazie, Firenze.

BENESSERE E FELICITA’ NELLA COPPIA

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Innamorarsi e formare una coppia è un’esperienza molto positiva ed appagante per la maggior parte delle persone. Tuttavia, mentre all’inizio della relazione solitamente è “tutto rose e fiori”, con il passare del tempo possono subentrare delle difficoltà e delle incomprensioni che, se non adeguatamente gestite, possono portare alla rottura del rapporto.

Che fare, quindi, per mantenere il benessere e la felicità nella coppia?

Attenzione alle aspettative

Prima di tutto occorre tenere in considerazione il fatto che nelle prime fasi di una relazione amorosa solitamente si tende ad idealizzare l’altro, che viene percepito come perfetto o quasi. In modo inconsapevole, infatti, si presta attenzione prevalentemente alle sue caratteristiche positive. Questo meccanismo, che è perfettamente normale, si modifica quando si comincia ad avere una visione un po’ più realistica. In questa fase ci si rende conto che l’altra persona ha anche dei difetti che devono essere accettati. È importante comprendere che le aspettative iniziali erano irrealistiche e che il partner non può essere esattamente come si era immaginato all’inizio e come si vorrebbe. Cercare insistentemente di cambiarlo potrebbe essere un errore fatale.

Curare la comunicazione

Un altro aspetto fondamentale per il benessere della coppia è la comunicazione, che consente la condivisione di opinioni e esperienze e previene molte tensioni. La comunicazione efficace richiede il saper ascoltare attentamente l’altro, porre domande, ripetere ciò che ha detto, sia per verificare la comprensione, sia per farlo sentire compreso.

È fondamentale, inoltre, esprimere direttamente e chiaramente i propri sentimenti e le proprie esigenze in modo da far comprendere al partner ciò che si desidera. Non bisogna, infatti, pretendere che l’altro possa leggere nel pensiero. Alcune cose che per noi possono sembrare ovvie, non sempre lo sono per gli altri, anche quando ci conoscono molto bene.

La comunicazione efficace, inoltre, richiede anche il trasmettere sostegno, interesse ed entusiasmo, anche festeggiando i reciproci successi nei vari ambiti di vita.

La comunicazione efficace, tuttavia, non esclude i conflitti. Anche nelle coppie più stabili e felici, infatti, il litigio è inevitabile e non è un aspetto negativo, purchè venga affrontato in modo costruttivo. L’integrità della coppia è minacciata soprattutto dall’indifferenza, più che dal conflitto. Un litigio efficace è focalizzato sui contenuti e non sull’attacco alla persona. È necessario, quindi, esprimere i propri sentimenti e punti di vista senza colpevolizzazioni. È importante, inoltre, manifestare i sentimenti sottostanti la rabbia, che molto spesso è un’emozione secondaria che copre la paura, il dolore, l’imbarazzo, la confusione.

Creare spazi per la coppia

Per evitare il logoramento della relazione di coppia, infine, si deve parlare e condividere, svolgere insieme attività nuove e divertenti, corteggiarsi costantemente, senza darsi per scontati.

È importante passare del tempo insieme molto spesso, preferibilmente tutti i giorni, anche quando questo significa rimandare altre attività lavorative o domestiche. E’ una questione di priorità e di scelte.

Se stai vivendo un momento di difficoltà con il partner ricorda che uno psicologo potrebbe aiutarti a superarlo al meglio, ad esempio con la terapia di coppia.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Zeig J. K., Kulbatski T. (a cura di) (2012). I dieci comandamenti della coppia. Ottanta grandi psicoterapeuti dettano le leggi dell’amore. Ponte alle Grazie, Milano.

LE PROFEZIE CHE SI AUTOAVVERANO

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Quello delle profezie che si autoavverano è un fenomeno molto conosciuto in psicologia. Di cosa si tratta esattamente.

La ricerca

Negli anni ’60, due ricercatori, Rosenthal e Jacobson, somministrarono dei test di intelligenza in una scuola. Successivamente indicarono agli insegnanti quelli che, sulla base dei risultati dei test, erano gli studenti più dotati e, quindi, più promettenti. Alla fine dell’anno tali studenti ottennero ottimi risultati. In realtà, però, i ricercatori avevano mentito e avevano indicato agli insegnanti dei nomi scelti a caso. Non si trattava degli studenti più intelligenti, ma alla fine dell’anno lo erano diventati comunque.

Si è trattato di una profezia che si autoavvera, fenomeno per il quale le nostre aspettative hanno il potere di creare specifiche realtà. Le nostre aspettative influenzano il nostro comportamento. Questo, a sua volta, influenza il comportamento degli altri e, più in generale, i risultati che possiamo ottenere.

Le aspettative degli insegnanti relative alla grande intelligenza di alcuni ragazzi li hanno portati a stimolare ed incoraggiare tali studenti, a rivolgersi a loro più spesso e a fornire più occasioni di messa alla prova, a sviluppare una comunicazione ed una relazione accogliente. Tutto questo ha portato gli studenti ad impegnarsi di più e a diventare molto bravi. Quegli studenti non erano i migliori, ma lo sono diventati a partire dalle aspettative dei loro insegnanti.

Le profezie che si autoavverano in vari contesti

Le profezie che si autoavverano possono presentarsi in tanti ambiti. Possono essere positive o negative, proprio come le nostre aspettative.

Profezie verso i gruppi stigmatizzati

Pensiamo, ad esempio, ai gruppi stigmatizzati. Se gli insegnanti ritengono che chi appartiene a determinati gruppi sociali possiede delle capacità limitate, potrebbero essere portati a non seguirli e a non incoraggiarli, fino ad arrivare al verificarsi della profezia, cioè al mancato apprendimento. Allo stesso modo, se siamo convinti che un determinato gruppo sociale è costituito da persone che non hanno voglia di lavorare e che preferiscono delinquere, l’intera società potrebbe non fornire a queste persone alcuna opportunità di lavoro effettiva (attraverso l’assenza di leggi che contrastino il fenomeno o attraverso atteggiamenti discriminatori), fino a che queste persone, prive dei mezzi di sussistenza, non vedono altra alternativa che iniziare a rubare ed entrare nel mondo della criminalità.

A lavoro

Meccanismi analoghi possono essere presenti anche a lavoro. Quando, ad esempio, ci sono delle promozioni o delle assunzioni, la prestazione delle persone è spesso considerata il criterio di riferimento per verificare l’efficacia delle proprie decisioni. In altre parole, se la prestazione futura della persona è ottima significa che è stata scelta la persona giusta. Lo stesso risultato (la prestazione eccellente), però, può essere ottenuto anche attraverso processi diversi. Se i capi e i colleghi si aspettano di avere a che fare con collaboratori brillanti, potrebbero mettere in atto dei comportamenti di supporto, aiuto e stimolazione che potrebbero indurre le persone a diventare molto brave sul lavoro. La loro riuscita lavorativa, quindi, non sarebbe da attribuire solo alle loro competenze professionali possedute all’inizio; potrebbe essere dovuta anche al comportamento degli altri che potrebbe trasformare delle persone con scarse competenze in ottimi performer.

Nella terapia psicologica

Le aspettative possono avere un potere molto forte anche nel contesto della terapia psicologica. Le osservazioni, le domande e le diagnosi dello psicologo potrebbero indurre nelle persone dei comportamenti e degli atteggiamenti congruenti all’idea iniziale formulata dallo psicologo, anche quando questa è sbagliata, allontanandosi così dalla definizione e dalla soluzione del problema reale. Per questo motivo è molto importante che lo psicologo sia consapevole delle proprie caratteristiche emotive e cognitive, dei propri schemi e delle modalità di pensiero ricorrenti in modo da gestire efficacemente le prime impressioni e mantenere una certa capacità critica ed elasticità mentale.

Profezie nella quotidianità

Le profezie che si autoavverano riguardano la quotidianità di ognuno di noi. Ad esempio, vi è mai capitato di considerare una persona antipatica e arrogante e aver verificato che si comporta effettivamente come tale con voi? Ma quella persona è sempre stata effettivamente arrogante oppure ci è diventata a seguito di una vostra profezia?

Siamo abituati a pensare alle profezie come qualcosa di magico, divino e straordinario. Una dote eccezionale che solo in pochi hanno. In realtà, però, tutti noi possiamo fare quotidianamente delle profezie. E quello che è peggio, o meglio, a seconda dei casi, è che possiamo anche realizzarle.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Consiglio C., Tinelli  E. (2019), Assessment Center. Tra rigore metodologico e nuove sfide del mondo che cambia. FrancoAngeli,  Milano (Capitolo: “La validità degli Assessment Center”).

Mannetti L. (2002). Psicologia sociale. Carocci, Roma.

LE REAZIONI PSICOLOGICHE DEI FAMILIARI DEGLI ASSASSINI

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Purtroppo capita spesso di ascoltare in televisione o di leggere sui giornali notizie relative ad assassini e ad omicidi di vario tipo.

Spesso quello che stupisce di questi episodi non è soltanto l’efferatezza o la futilità delle motivazioni -ad esempio la noia, un banale litigio, la voglia di vedere che effetto fa, la difficoltà ad accettare la fine di una relazione-, ma anche la reazione dei familiari degli assassini. Non è raro, infatti, sentire dichiarazioni come: “è una brava persona”, “non ci sono mai stati segnali che ci potessero far pensare una cosa del genere”, “è stata colpa dell’effetto della droga”, “non era in sè quando ha fatto quelle cose “. Queste affermazioni spesso stupiscono e provocano anche rabbia perché sembrano voler sminuire la gravità dell’evento o privare la persona della sua responsabilità.

In realtà, occorre tenere in considerazione il fatto che scoprire di avere un parente assassino è un evento devastante per chiunque. Le affermazioni che ascoltiamo, solitamente, sono il frutto di questa scoperta dolorosissima e delle relative reazioni psicologiche difensive. Mastronardi e De Luca, ad esempio, descrivono queste reazioni in riferimento ai familiari dei serial killer, ma molto probabilmente si tratta di processi simili a quelli che si possono innescare nei familiari di assassini di altro tipo.

Le reazioni dei genitori di assassini

Secondo gli autori i genitori possono elaborare l’evento attraverso varie fasi:

  • incredulità e negazione, nella quale si convincono che c’è stato un errore di persona. Probabilmente questa fase non si manifesta quando le prove sono molto evidenti o quando c’è addirittura una confessione da parte dell’assassino.
  • spostamento della responsabilità su terzi, come altre persone che hanno influenzato il soggetto oppure sostanze come droghe, alcol
  • spostamento della colpa su se stessi, nella quale i genitori si sentono responsabili di essere stati dei cattivi genitori e di non essersi mai accorti di nulla
  • senso di fallimento come genitore, che implica anche il dover gradualmente imparare a convivere con l’idea che il figlio è un “mostro”

Le reazioni dei figli

Anche i figli, quando scoprono di avere genitori assassini vivono la notizia come un trauma, che prevede varie fasi:

  • incredulità, senso di abbandono e di impotenza
  • rabbia verso il genitore che lo priva di una famiglia normale e vergogna per quello che è stato fatto, tanto che in qualche modo vorrebbe pagarne anche lui le conseguenze
  • recupero parziale della figura genitoriale con meccanismi difensivi. Rabbia e vergogna vengono metabolizzate e, dopo un po’ di tempo, il figlio tende a recuperare parzialmente la figura del genitore arrivando a convincersi che quando ha compiuto queste azioni era sicuramente in uno stato alterato. È più sopportabile, infatti, l’idea di avere un genitore malato piuttosto che “mostro”

Anche i familiari degli assassini, quindi, in un certo senso sono delle vere e proprie vittime che devono imparare ad elaborare adeguatamente questo trauma, evitando il più possibile che questo possa avere effetti distruttivi sulla propria identità.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

Bibliografia

Mastronardi V. M., De Luca R. (2011). I serial killer. Il volto segreto degli assassini seriali:  chi sono e cosa pensano? Come e perché uccidono? La riabilitazione è possibile? Newton Compton Editori, Roma.