Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

IL PROBLEM SOLVING STRATEGICO

Il problem solving strategico è una tecnica attraverso la quale è possibile arrivare ad individuare le soluzioni anche ai problemi più complessi e difficili grazie all’utilizzo di stratagemmi di logica non ordinaria che consentono di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

Il problem solving strategico prevede varie fasi che sono:

  • la definizione del problema o dell’obiettivo
  • l’analisi delle tentate soluzioni
  • la definizione dei piccoli passi (lo scalatore)
  • aggiustare il tiro progressivamente

Primo passo del problem solving: definizione del problema o dell’obiettivo

È una fase di fondamentale importanza, ma che spesso viene trascurata e data per scontata, alterando così, l’efficacia di tutto il processo in quanto senza una definizione adeguata del problema o dell’obiettivo è impossibile proseguire efficacemente.

Einstein, infatti, diceva “Se avessi solamente un’ora per salvare il mondo, passerei 55 minuti a definire bene il problema e 5 a trovare la soluzione”.

Il problema o l’obiettivo deve essere definito in termini descrittivi e concreti. E’ importante, infatti, non rimanere sul vago e fornire delle definizioni che potrebbero risultare ambigue. Per fare questo può essere utile cercare di guardare il problema da prospettive diverse, ad esempio immaginando come altre persone che conosciamo bene potrebbero valutare il problema diversamente da noi.

Analisi delle tentate soluzioni

In questa fase vengono presi in considerazione tutti i tentativi che sono stati fatti per risolvere il problema o per raggiungere l’obiettivo e gli effetti che questi hanno prodotto. Questo processo serve ad individuare i tentativi fallimentari affinchè non vengano ripetuti. È possibile, inoltre, individuare anche tentativi che hanno avuto successo e in questo caso è importante valutare se queste strategie possono essere riproposte nella situazione presente, anche con degli adattamenti. Nella maggioranza dei casi, però, ciò che ha funzionato in passato fallisce nel presente perché in tempi diversi è necessario fare tentativi differenti.

Definizione dei piccoli passi (lo scalatore)

Ogni obiettivo da raggiungere può essere scomposto in tanti piccoli obiettivi più circoscritti ed è possibile, quindi, tracciare il percorso che sarà necessario seguire per poter arrivare alla destinazione tanto desiderata.

Questo può essere fatto attraverso la tecnica dello scalatore che prevede un percorso a ritroso attraverso il quale si parte dall’obiettivo finale per poter arrivare a definire lo stadio immediatamente precedente, poi lo stadio precedente ancora fino ad arrivare al punto di partenza.

Aggiustare il tiro progressivamente nel processo di problem solving

Molto spesso i problemi sono complessi e non richiedono un’unica soluzione, ma più soluzioni. In questi casi i problemi non devono essere affrontati tutti insieme, ma occorre iniziare da quello che è più accessibile, mantenendo sempre la visione della globalità e delle possibili interazioni tra le varie concatenazioni di problemi.

Applicare da soli la tecnica del problem solving strategico può risultare molto complesso perché per poter raggiungere buoni risultati è necessario avere una certa dimestichezza con questo processo e, soprattutto, conoscere in modo approfondito e gestire tutte le dinamiche personali, affettive, emotive che entrano in gioco quando si vuole risolvere un problema o raggiungere un obiettivo. Per questi motivi può essere utile farsi aiutare da un professionista nell’applicazione del problem solving strategico in modo da evitare errori e rendere il percorso più semplice.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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Bibliografia

Nardone G. (2013). Problem Solving strategico da tasca. L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie, Milano.

“HO AVUTO UN’INFANZIA DIFFICILE”

Che vuol dire aver avuto un’infanzia difficile?

Ci sono tante persone che, per i più svariati motivi, ritengono di aver avuto un’infanzia difficile o comunque non completamente serena e tranquilla, per i più disparati motivi. C’è chi è stato vittima di veri e propri traumi. Qualcuno non ha mai avuto un buon rapporto con i propri genitori o con il gruppo dei pari, dal quale potrebbe essersi sentito escluso o addirittura maltrattato. C’è chi ritiene di essere cresciuto senza alcun punto di riferimento importante al quale rivolgersi in caso di difficoltà. Alcune persone non si sono mai sentite apprezzate e valorizzate nell’infanzia. C’è chi è nato ed è vissuto in un quartiere, una città o un paese che considera poco stimolante e con poche opportunità. E così via.

Sono situazioni molto diverse e non troppo rare che, come tutto ciò che si sperimenta nel corso della vita, possono avere un impatto molto forte sullo sviluppo della personalità e sul benessere degli individui.

L’infanzia difficile come ingiustizia subita

Coloro che hanno vissuto queste esperienze negative spesso si percepiscono come vittime di un’ingiustizia molto grande in quanto l’infanzia è considerata l’età della spensieratezza che, però, per loro non è mai stata tale o lo è stata solo in parte. Pensano di essere stati segnati profondamente e, spesso, irrimediabilmente da determinati eventi o situazioni. Si sentono “condannati” per sempre all’infelicità a causa di un destino crudele, prepotente, che li ha perseguitati fin da bambini e che ancora oggi esercita un’influenza molto forte sulla loro vita. Ritengono di non poterlo cambiare in alcun modo: ogni tentativo di opposizione e di lotta a tutto ciò che deriva dalla loro condanna è destinato a fallire miseramente.

Sicuramente esistono delle circostanze sfavorevoli che possono essere vissute con disagio e difficoltà e che possono provocare un malessere anche molto forte. In questi casi ci si può sentire vulnerabili, soprattutto quando si è piccoli.

Ma è davvero una condanna a vita?

Aver vissuto un’infanzia difficile non rende le persone vittime delle circostanze esterne in eterno. L’uomo, infatti, non deve necessariamente accettare ciò che gli viene proposto ed adattarsi a ciò che succede intorno a lui. Al contrario, è un soggetto attivo che ha la possibilità di fare delle scelte nei vari ambiti e di utilizzare al meglio le proprie risorse per gestire e superare le difficoltà, per sviluppare le proprie abilità, per fare progetti, per raggiungere i propri obiettivi, per stare bene con se stesso e con gli altri.

Ciò che è successo nel passato non si può cancellare e cambiare. Chi non ha vissuto un’infanzia felice non potrà mai recuperarla, ma potrà costruirsi un presente ed un futuro sereno. Ovviamente può essere complicato, può volerci tempo, impegno e costanza, ma è possibile se lo si vuole.

Un’infanzia difficile può essere sicuramente un ostacolo nella propria vita. Tuttavia, gli ostacoli fanno parte della vita di chiunque, ma non tutti si lasciano bloccare. Nessun ostacolo può fermare una persona veramente determinata. Un ostacolo può far star male per un po’, può portare a rivedere le strategie utilizzate, può costringere a rallentare, a volte a dover fare una vera e propria sosta. Poi, c’è chi si ferma lì e chi riparte più carico di prima con mille difficoltà ma con la fermezza di chi vuole essere il regista della propria storia e non lo spettatore passivo di un film scritto da altri.

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BISOGNA ACCETTARSI PER CIO’ CHE SI E’?

Spesso si sente dire che è importante accettarsi per ciò che si è. Viene considerata una cosa molto difficile da fare, ma che può donare una grande serenità e pace interiore.

Dal mio punto di vista questo ragionamento è vero solo in parte. Non sempre è così e non sempre bisogna accettarsi per quello che si è.

Sicuramente la perfezione non esiste e cercare a tutti i costi di raggiungerla sarebbe una lotta estenuante ed inutile. Dobbiamo accettare di avere dei difetti e delle caratteristiche che non possono essere cambiate e che, per questo, vanno accettate così come sono. Questo vale per alcune caratteristiche fisiche o per alcuni aspetti della propria personalità che, anche se possono essere armonizzati e resi flessibili e funzionali, non possono però essere stravolti. In tutti questi casi bisogna accettarsi per quello che si è, imparando a valorizzare gli elementi positivi e ad accogliere anche quello che non ci piace, gestendolo nel modo migliore possibile.

Per la maggior parte delle cose, però, è possibile apportare dei cambiamenti che possono farci stare meglio con noi stessi e con gli altri e che possono consentirci di raggiungere obiettivi per noi importanti. In queste situazioni, per quale motivo dovremmo accettare ciò che siamo, se è possibile essere migliori? Perché dovremmo accontentarci? Non accettare completamente alcuni aspetti di sé, infatti, non è necessariamente un indicatore di scarsa autostima, ma può rappresentare una motivazione a raggiungere traguardi sempre più significativi.

La predisposizione naturale dell’uomo probabilmente non è quella di accettare ciò che capita, ma di agire proattivamente per apportare dei cambiamenti, sia in riferimento all’ambiente esterno, sia in riferimento alla propria persona.

Provate ad immaginare che cosa sarebbe successo se nel corso del tempo ci fossimo accettati sempre e comunque per quello che siamo, senza impegnarci per essere qualcosa di diverso.

Partendo dall’infanzia, probabilmente non avremmo mai imparato neanche a camminare perché nel momento in cui siamo nati non sapevamo farlo ed è una cosa che per essere appresa richiede molti sforzi ed energie.

Allo stesso modo, probabilmente non avremmo imparato neanche a parlare o comunque ci saremmo espressi sempre in forma molto semplice ed elementare rispetto a come facciamo normalmente.

Non avremmo imparato a leggere e a scrivere e, di conseguenza, non saremmo in grado di fare molte cose che, invece, facciamo quotidianamente.

Non avremmo imparato ad andare in bici, a guidare, a cucinare, ad usare lo smarthphone o il computer, a fare il nostro lavoro, così come la maggior parte delle cose che oggi siamo in grado di fare grazie al nostro impegno e all’allenamento.

Se dobbiamo accettarci per ciò che siamo non avremmo imparato tutto questo perché sarebbe stato sufficiente fare ciò che eravamo in grado di fare già alla nascita, ossia ben poco. E se non ci siamo accontentarci da bambini quando eravamo molto più indifesi e con poche abilità, perché dovremmo accontentarci ora?

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LE TRAPPOLE MENTALI CHE DOBBIAMO COMBATTERE

LE MALATTIE FISICHE E IL SUPPORTO PSICOLOGICO

Quando si hanno delle malattie fisiche, soprattutto se croniche –come ad esempio il diabete o alcuni problemi intestinali- oppure devastanti –come il cancro- il supporto psicologico può essere molto utile.

Siamo abituati, infatti, a considerare il nostro organismo e la nostra mente come realtà nettamente separate. In realtà, però, non è così. Sono due entità che si influenzano a vicenda, come descritto nell’articolo LA CONNESSIONE TRA MENTE E CORPO.

Accettazione delle malattie

Quando si riceve una diagnosi si possono avere molte reazioni diverse, tra le quali quelle di non accettazione della condizione. Attraverso dei meccanismi psicologici di difesa, infatti, la persona può autoconvincersi di non aver ricevuto la diagnosi. Oppure può credere che la diagnosi non sia corretta oppure può sottovalutare la situazione, ritenendo che la sua malattia non necessiti di particolare attenzione.

Tutto questo può portare ad attuare dei comportamenti disfunzionali, come ad esempio non fare i controlli necessari oppure non seguire le cure prescritte dai medici.

Il supporto psicologico può aiutare la persona ad accettare la situazione e a trovare un nuovo equilibrio di vita, anche quando può sembrare davvero difficile.

Gestione delle emozioni

Scoprire di avere una malattia che può rappresentare una limitazione e che richiede cure e attenzioni costanti può provocare vissuti di profonda rabbia, dolore, paura, senso di impotenza e di sconfitta.

Si tratta di emozioni che in determinate situazioni sono perfettamente legittime, ma se non adeguatamente gestite possono diventare disfunzionali. In questi casi possono rappresentare, quindi, un ulteriore problema che si aggiunge a quello della malattia fisica.

Gestire i pensieri

Alcune persone entrano in un circolo vizioso nel quale pensano costantemente a tutta una serie di cose che hanno a che fare con la propria malattia.

Tra i pensieri più frequenti, ad esempio, ci sono il chiedersi perché è subentrata questa malattia, se e come cambierà la propria vita, cosa potrebbe succedere di brutto, cosa potrebbero pensare gli altri della propria condizione.

Anche in questo caso si tratta di pensieri legittimi, ma in alcuni casi questi diventano troppo opprimenti. In tali circostanze è utile rivolgersi ad uno psicologo per elaborare i propri dubbi e per trovare le strategie più adeguate per fronteggiarli al meglio.

Adattarsi ai cambiamenti legati alle malattie

Alcune malattie richiedono di apportare dei cambiamenti, più o meno importanti, al proprio stile di vita. Ad esempio, a volte è necessario cambiare l’alimentazione, a volte occorre portare avanti una cura farmacologica, a volte occorre modificare alcune abitudini, ad esempio legate alle attività sportive.

Affrontare questi cambiamenti non sempre è facile perché spesso siamo abitudinari. In riferimento a questo aspetto il supporto psicologico può consentire di rendere le persone consapevoli delle proprie risorse e di come svilupparle e può permettere di individuare la modalità più adatta ad ogni specifica persona per creare nuove abitudini.

Dal momento che mente e corpo sono connessi, migliorando alcuni aspetti della psiche delle persone si può migliorare anche lo stato di salute globale. Intervenendo sulla mente, sulle percezioni, sui pensieri, sulle emozioni, sul modo di rapportarsi ai cambiamenti si possono aiutare le persone a gestire al meglio le malattie fisiche e a vivere una vita soddisfacente nonostante le difficoltà.

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L’INTERAZIONE TRA MENTE E CORPO NEI DISTURBI PSICOSOMATICI

LA CONNESSIONE TRA MENTE E CORPO

ATTIVITA’ FISICA E BENESSERE

COSA SONO GLI STEREOTIPI E PERCHE’ LI UTILIZZIAMO?

Cosa sono gli stereotipi?

Gli stereotipi rappresentano delle valutazioni rapide che non richiedono troppo tempo e troppe energie cognitive. Possono riguardare determinate persone o categorie di persone, luoghi, situazioni.

Gli stereotipi in genere sono assolutistici e generalizzati. Pensiamo, ad esempio, al classico stereotipo secondo il quale “le donne guidano male” che riguarda tutte le donne, senza considerare il fatto che sicuramente ci sono delle donne che guidano male, ma al tempo stesso ci sono anche delle donne che guidano bene e degli uomini che guidano male.

Perché li usiamo?

Gli stereotipi sono estremamente diffusi e non hanno a che fare necessariamente con la tendenza ad essere superficiali, come forse si potrebbe pensare.

L’uso degli stereotipi, infatti, è usuale quando si hanno poche informazioni ed è legato al normale funzionamento cognitivo dell’uomo. Elaborare dei giudizi accurati, quindi non basati su stereotipi, infatti, richiede molte risorse temporali e mentali che spesso non abbiamo o che abbiamo solo in parte. Per tutti noi sarebbe impossibile ricercare e processare in modo approfondito tutte le informazioni che sarebbero necessarie per poter fare una valutazione più approfondita e più realistica. L’uso degli stereotipi, invece, ci permette di valutare e di agire velocemente, elemento essenziale per poter essere funzionali nella vita di tutti i giorni.

Quando è opportuno non usare gli stereotipi e come fare per evitarli?

Il fatto che l’uso degli stereotipi sia normale e funzionale all’interazione con l’ambiente circostante non significa che non può causare dei problemi. Ci sono delle situazioni nelle quali valutare, agire e decidere velocemente sulla base degli stereotipi può rivelarsi controproducente. Si tratta di tutti quei casi nei quali si deve scegliere o fare qualcosa di molto importante che può avere conseguenze rilevanti per se stessi e per gli altri, non necessariamente a breve termine, ma anche nel lungo periodo. Pensate, ad esempio, alla necessità di valutare persone con le quali si interagisce frequentemente o che svolgono un ruolo importante nella propria vita (partner, collaboratori, persone che si prendono cura dei propri figli) oppure al bisogno di soppesare attentamente i pro e i contro di scelte di vita potenzialmente decisive (come le scelte lavorative, relazionali o relative al proprio stile di vita).

In tutte queste circostanze è consigliabile prendersi tutto il tempo necessario per valutare le cose da varie prospettive, con le giuste risorse mentali, ricercando le informazioni più opportune.

La conoscenza di sé, dei propri schemi mentali, del proprio modo di interpretare la realtà, inoltre, può essere d’aiuto per controllare possibili errori di valutazione che possono essere connessi alle proprie caratteristiche personali.

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PERCHE’ E’ DIFFICILE RISOLVERE I PROBLEMI?

A chiunque capita di avere dei problemi più o meno gravi e relativi ai più svariati ambiti di vita.

Alcuni problemi possono apparire come difficili da affrontare o addirittura irrisolvibili. In realtà, però, nella maggioranza dei casi non si trova la soluzione non perché questa non esiste, ma perché non si è stati capaci di individuarla, a causa di una serie di difficoltà che possono ostacolare il processo di problem-solving.

Ecco alcune delle più diffuse.

Troppo stress

Il fatto di dover risolvere un problema, soprattutto se invalidante o se si tratta di qualcosa che andrebbe affrontata in fretta, può essere estremamente stressante. E si sa che quando siamo troppo stressati non funzioniamo al meglio.

Potremmo incontrare delle difficoltà, ad esempio, a ragionare lucidamente, a vedere anche le cose più ovvie, a prendere in considerazione tutti gli aspetti importanti per arrivare alla soluzione, a valutare eventuali effetti collaterali delle proprie azioni e delle proprie decisioni.

Imparare a gestire lo stress, allora, diventa un prerequisito essenziale per risolvere problemi.

Stesse strategie per problemi diversi

L’uomo è piuttosto abitudinario e tende ad utilizzare frequentemente strategie già usate in passato, soprattutto quando hanno avuto successo. Anche nel risolvere un determinato problema, quindi, spesso si ha la tendenza ad usare soluzioni che in precedenza si sono mostrate efficaci. Questo comportamento, però, non sempre è efficace perché ciò che funziona in una determinata situazione potrebbe essere del tutto inefficace in una situazione diversa o in una situazione apparentemente simile, ma che presenta delle specificità che vanno prese necessariamente in considerazione.

È importante saper valutare, quindi, quando una strategia ben conosciuta può essere usata nuovamente e quando, invece, è necessario modificarla o trovare soluzioni completamente diverse.

Usare solo il pensiero e la logica ordinaria

Quando si deve risolvere un problema a volte si ha la tendenza a cercare di ragionare razionalmente su quelle che potrebbero essere le scelte e le soluzioni migliori. Ogni situazione problematica, però, coinvolge necessariamente anche degli aspetti emotivi ed affettivi che non vanno trascurati, ma gestiti in modo efficace.

Inoltre, a volte più ci concentra sull’individuazione delle possibili soluzioni e più queste sfuggono. In questi casi può essere estremamente utile usare strategie e modalità di pensiero differenti, non usuali ed anche apparentemente bizzarre, ma che possono rivelarsi davvero efficaci.

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