Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

COSTRUIRE UN’ALIMENTAZIONE SANA E PIACEVOLE

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Costruire un’alimentazione sana e piacevole è un obiettivo molto ambito. Molte persone, infatti, non hanno un rapporto equilibrato con il cibo. C’è chi mangia troppo o male e, spesso, come conseguenza, non è in buona forma fisica. C’è chi, al contrario, è in ottima forma, ma ad un prezzo elevato, quello di un regime alimentare eccessivamente rigido che può generare grande frustrazione. Queste due categorie di persone, anche se sembrano avere caratteristiche contrapposte, in realtà hanno in comune un elemento che è presente in tutte le problematiche e le patologie alimentari, cioè il fatto di non avere un rapporto piacevole con il cibo.

Avere un’alimentazione sana e al tempo stesso piacevole è possibile?

Contrariamente a quello che comunemente si pensa, non si tratta di due obiettivi che non si escludono a vicenda. Possono essere raggiunti congiuntamente, ma a patto di abbandonare la concezione tradizionale di dieta.

La maggior parte delle diete “classiche” si basano su una drastica riduzione delle calorie necessarie al fabbisogno della persona. Questi regimi alimentari sono destinati a fallire, magari dopo aver apparentemente funzionato per un breve periodo di tempo, a causa di motivazioni biologiche e psicologiche.

Dal punto di vista biologico, un’alimentazione troppo restrittiva porta l’organismo a produrre in quantità ridotta la molecola della leptina, responsabile di orientare il corpo verso il consumo piuttosto che verso il risparmio energetico. Se mangiamo troppo poco rispetto alle nostre necessità energetiche, quindi, viene prodotta poca leptina e, di conseguenza, il corpo cerca di consumare il meno possibile il cibo che è stato assunto.

Dal punto di vista psicologico, invece, una dieta ipocalorica può produrre frustrazione e stress, sia perché viene meno il rapporto piacevole con il cibo, sia perché, in virtù della scarsa energia, la persona può avere difficoltà a concentrarsi o a portare avanti le normali attività quotidiane. Molto spesso succede che, dopo un periodo più o meno lungo di osservanza del rigido regime alimentare, la persona si abbuffa. In questi casi l’abbuffata è determinata proprio dalle precedenti regole inflessibili ed inadeguate. In assenza di periodi con alimentazione così povera, non ci sarebbe stata alcuna abbuffata.

Come si può creare un’alimentazione sana e piacevole?

Per creare un’alimentazione sana e piacevole, la dieta deve essere intesa come vero e proprio stile di vita, basato su alcuni principi.

Coltivare il piacere

E’ fondamentale ricercare e coltivare il piacere orientandosi verso i cibi che piacciono di più e senza troppe restrizioni nelle quantità. Può sembrare strano che si riesca a stare in forma seguendo questa regola apparentemente paradossale, ma gli esseri viventi sono orientati all’autoregolazione, anche per quanto riguarda l’alimentazione.

Anche se inizialmente alcune persone potrebbero essere portate a consumare grandi quantità di “cibo-spazzattura”, solitamente dopo alcuni giorni l’attrattiva per tali cibi diminuisce ed aumenta quella verso i cibi più sani.

Tre pasti

Il piacere dovrebbe essere concentrato nei 3 pasti (colazione, pranzo, cena), mentre è importante evitare troppi spuntini al di fuori. Quando si ha tanta fame al di fuori dei pasti, spesso è perchè è necessario mangiare di più nel pasto che precede l’orario in cui subentra la fame. Se, ad esempio, una persona ha pranzato alle 13 ed ha fame intorno alle 15-16, molto probabilmente è perchè ha mangiato troppo poco a pranzo ed i giorni successivi potrà provare a mangiare di più.

Curare il contesto

Il contesto viene curato in vari modi, ad esempio prestando attenzione al modo in cui il cibo viene disposto nei piatti e al modo in cui si apparecchia, per rendere il pasto ancora più gradevole.

È importante anche concentrarsi sul cibo, evitando, di mangiare velocemente o di fare altre cose mentre si mangia.

Il piacere passa anche attraverso queste piccole-grandi cose.

Esercizio fisico

Per mantenersi in forma è fondamentale anche l’attività fisica.

Anche in questo contesto è importante ricercare le sensazioni piacevoli connesse all’attività. Per questo la scelta dello sport o dell’allenamento più adatto ad ogni persona deve tenere conto, inevitabilmente, anche delle sue preferenze.

Alimentazione a altre problematiche psicologiche

Per alcune persone il cibo rappresenta una forma di sfogo, di rifugio dalla tristezza, dalla rabbia, dagli eventi spiacevoli della quotidianità. In questi casi solitamente non è sufficiente seguire le indicazioni presentate, perché è importante anche comprendere e gestire diversamente le difficoltà e le emozioni che sono alla base del rapporto squilibrato con l’alimentazione.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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Bibliografia

Nardone G. (2007). La dieta paradossale. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone G., Speciani L. (2015). Mangia, muoviti, ama. Ponte alle Grazie,Milano. (Capitolo: “Sovrappeso e obesità: un cambio di paradigma”)

IL DUBBIO DI ESSERE OMOSESSUALE

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Il dubbio di essere omosessuale è molto più diffuso di quello che comunemente si pensa, soprattutto tra i giovani, ma non solo. Durante l’adolescenza e nelle prime fasi dell’età adulta, infatti, è possibile essere confusi sulla propria identità generalmente intesa e, quindi, anche sull’orientamento sessuale.

In alcuni casi, il dubbio di essere omosessuale rappresenta una manifestazione del disturbo ossessivo-compulsivo. In tal caso, il dubbio è un’ossessione che provoca una forte ansia ed un profondo disagio.

Gli errori che si possono fare per gestire il dubbio di essere omosessuale

Le persone che presentano questo dubbio possono reagire in tanti modi diversi.

Se vi è il dubbio e non la certezza di essere omosessuali, solitamente si cerca di avere una risposta certa e definitiva. A tal proposito, il tentativo fatto più spesso è quello di valutare le proprie reazioni fisiologiche ed emotive nei confronti di ragazzi e ragazze e di stimoli sessuali di vario tipo -come video pornografici, ma anche con esperienze sessuali dirette-. La logica alla base di questo meccanismo è: “se ho reazioni positive e forti nei confronti delle ragazze sono attratto dalle ragazze e viceversa”. In realtà non è così semplice. Focalizzare la propria attenzione sulle proprie reazioni, infatti, tende ad alterarle, rendendole tutt’altro che naturali. La confusione e la frustrazione, di conseguenza, aumentano.

Un altro tentativo frequente è il parlare con persone fidate del proprio problema per cercare delle risposte da loro. Anche in questo caso, ovviamente, è difficile che si riesca ad arrivare ad una risposta definitiva. Infatti, gli altri, anche se ci conoscono bene, possono darci soltanto dei pareri e fornirci il loro supporto. Inoltre, in alcuni casi, il parlare troppo di ciò che ci preoccupa può incrementare l’ansia e, quindi, aumentare il disagio.

Che fare, quindi, per gestire il dubbio e per agire di conseguenza?

Prima di tutto evitare di “mettersi alla prova” nei confronti di stimoli sessuali di vario tipo, ma vivere con naturalezza quello che succede nella vita quotidiana. Inoltre, evitare di parlare troppo dei propri dubbi con amici e familiari, soprattutto se ci si rende conto che con il tempo non diminuiscono.

In alcuni casi può bastare del tempo per comprendere il proprio orientamento sessuale.

In altri casi, invece, può essere necessario l’aiuto di un professionista. Con la sua guida sarà possibile prima di tutto capire se il dubbio è la manifestazione di un disturbo ossessivo-compulsivo e, in caso affermativo, curarlo. Se invece, il dubbio è la manifestazione di una reale confusione, lo psicologo può aiutare la persona a fare chiarezza. In alcuni casi da tale confusione si passa alla certezza di essere omosessuale, cosa che alcune persone possono avere difficoltà ad accettare, anche per il timore dei pregiudizi. In tal caso la terapia psicologica può aiutare la persona ad accettarsi e a gestire le difficoltà che potrebbe incontrare.

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L’ESPERIENZA DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO DA UN PUNTO DI VISTA PSICOLOGICO

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I campi di concentramento rappresentano sicuramente uno degli avvenimenti più drammatici della storia dell’uomo.

Si tratta di un tema che è stato trattato in numerose opere, come film e libri. Tra questi troviamo il libro “uno psicologo nei lager”, scritto dallo psicologo Viktor Frankl. L’autore racconta la sua esperienza personale nei campi di concentramento e, al tempo stesso, cerca di analizzare i comportamenti e la vita nei lager da un punto di vista psicologico.

Il delirio di grazia e la disperazione 

Una prima cosa evidenziata da Frankl riguarda il cosiddetto “delirio di grazia”. Infatti, nonostante gli internati avessero già sentito parlare di quello che avveniva nei campi di concentramento, inizialmente sembravano sviluppare l’illusione che la loro situazione non sarebbe stata così tragica. Speravano, ad esempio, nei campi avrebbero potuto avere posizione privilegiata, come quella dei prigionieri che li avevano accolti e che avevano un aspetto florido.

Queste illusioni scomparivano abbastanza velocemente per lasciare il posto allo shock, alla disperazione, ai pensieri ed ai tentativi di suicidio.

Successivamente si sviluppava un sentimento di apatia e di insensibilità progressiva che portava le persone ad essere distaccate anche davanti a circostanze emotivamente molto cariche. Secondo Frankl si trattava di un meccanismo di difesa che consentiva di concentrarsi quasi esclusivamente sulla conservazione della vita. Inoltre, era anche il risultato di alcune condizioni fisiche, come ad esempio la fame e la mancanza di sonno.

Le forme di interiorizzazione nei campi di concentramento

Un altro elemento molto interessante è il fatto che, anche se gli internati erano focalizzati prevalentemente su bisogni “primitivi” -come il cibo-, erano comunque presenti delle forme di interiorizzazione molto elevate.

Tra queste troviamo:

  • la rappresentazione delle persone amate (“Nella situazione esterna più misera che si possa immaginare…, quando la sola cosa che si possa fare è sopportare il dolore con dirittura, sopportarlo a testa alta, ebbene, anche allora, l’uomo può realizzarsi in una contemplazione amorosa, nella contemplazione dell’immagine spirituale della persona amata, che porta in sé.“)
  • la sensibilità verso la natura (“Chi avesse visto i nostri volti trasfigurati dall’incanto, durante il viaggio in treno da Auschwitz a un Lager bavarese, quando scorgemmo, dalle sbarre di un vagone cellulare, i monti di Salisburgo, con le cime rilucenti nel tramonto, non avrebbe mai creduto che erano volti di uomini che consideravano praticamente conclusa la propria vita.“)
  • l’umorismo, che sembrava creare un distacco dalla situazione ed elevare gli uomini al di sopra della loro condizione (“Il mio compagno era chirurgo; era stato assistente d’un reparto ospedaliero. Così una volta cercai di farlo ridere, dipingendo come sarebbe rimasto legato alle abitudini contratte nel Lager, anche dopo il suo ritorno a casa e al lavoro consueto. Un’abitudine del cantiere, per esempio, era che quando il dirigente dei lavori si avvicinava per l’ispezione, il sorvegliante cercasse di accelerare i tempi, stimolando gli operai con il consueto grido: “Movimento, movimento!”. Così dissi al mio compagno: una volta, quando sarai di nuovo in sala operatoria e dovrai eseguire una lunga operazione allo stomaco, d’un tratto entrerà di corsa l’inserviente, annunciando con il suo: “Movimento, movimento!” l’arrivo del primario: “Arriva il capo!“).

Trovare uno scopo per sopravvivere ai campi di concentramento

Dall’esperienza di Viktor Frankl sembra che la lotta per la sopravvivenza intrapresa dagli internati dipendeva, oltre che dai fenomeni precedentemente descritti, anche e soprattutto dalla capacità delle persone di trovare uno scopo futuro che giustificasse la voglia di sopravvivere.

Questo obiettivo variava da persona a persona. Poteva riguardare, ad esempio, l’ambito familiare -rivedere i propri cari- o quello professionale -finire un lavoro importante-. Purtroppo, però, anche coloro che riuscirono a trovare uno scopo futuro e a sopravvivere, molto spesso si dovettero scontrare con la delusione di non poter raggiungere il traguardo agognato -si pensi a tutti coloro che scoprirono che i propri familiari erano morti- e con l’amarezza di non sentirsi mai pienamente compresi dal resto della società.

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Bibliografia

Frankl V. E. (2009). Uno psicologo nei lager. Ares, Milano.

BUONI PROPOSITI: COME EVITARE CHE FALLISCANO?

EVITARE CHE I BUONI PROPOSITI FALLISCANO PUNTUALMENTE.jpgNegli ultimi giorni di dicembre e nei primi giorni di gennaio molte persone fanno la lista dei buoni propositi per l’anno nuovo. E in molti casi non riescono a realizzarli e li ripropongono di anno in anno.

Perché i buoni propositi solitamente falliscono? Come evitare che ciò avvenga?

I buoni propositi devono essere definiti in modo chiaro

Il primo passo per evitare che i buoni propositi falliscano è quello di definirli in modo chiaro, senza alcun tipo di ambiguità. Questo è molto importante perchè consente di individuare le strategie migliori per raggiungere l’obiettivo prefissato e di monitorare, nel corso del tempo, il percorso che è stato fatto per realizzare il proprio progetto e valutare se si è sulla strada giusta oppure no.

Ecco alcuni esempi di buoni propositi che le persone fanno molto spesso, ma che sono formulati in modo poco chiaro:

  • “voglio mangiare meglio” à cosa significa esattamente? Mangiare meno cibo-spazzatura? Avere un’alimentazione più variegata? Cucinare di più e mangiare meno cibi pronti? Dedicare più tempo e più attenzione al momento dei pasti? Tutte queste cose insieme?
  • “penserò di più a me stesso” à è una definizione troppo ampia che potenzialmente potrebbe includere un’infinità di cose. Cosa significa pensare di più a sè? Dedicare più tempo -quanto? – ad attività piacevoli -quali?- o al riposo? Lavorare di meno? Abbandonare determinati impegni considerati troppo gravosi? Imparare ad essere meno disponibili nei confronti di determinate persone?
  • “farò attività fisica” à in questo caso occorre entrare un po’ di più nello specifico e definire prima di tutto delle tempistiche e delle modalità. Quanta attività fisica si intende fare esattamente? Una volta a settimana per un’ora? O due volte per due ore? Tutti i giorni per mezz’ora? E che tipo di attività si intende fare?
  • “voglio leggere di più” à anche in questo caso bisogna definire il proposito in termini più dettagliati per poter avere una guida alla quale fare riferimento. Quanto si vuole leggere e con quale frequenza? Almeno 15 minuti al giorno? Un’ora al giorno? 2 ore il sabato e 2 ore la domenica?

Devono essere realistici

I buoni propositi devono essere programmati in nodo tale da essere effettivamente raggiungibili e questa valutazione va fatta anche sulla base della specificità della persona e della situazione di partenza.

Ad esempio “dedicare mezz’ora al giorno a fare una passeggiata o una corsetta per tenersi in forma” è un obiettivo che, in generale, può essere perfettamente realistico e raggiungibile, ma per una persona poco attiva che non ha mai fatto attività fisica potrebbe essere troppo impegnativo e potrebbe essere opportuno iniziare in modo un po’ più “soft” -ad esempio: “fare una passeggiata o una corsetta di mezz’ora per 2 volte a settimana”-.

Se il proprio progetto non viene definito in modo realistico il rischio che fallisca è molto elevato e, in seguito a questo insuccesso, la persona potrebbe anche sviluppare un vissuto di frustrazione, rabbia, tristezza, senso di colpa.

La definizione realistica dei buoni propositi implica anche che questi non devono essere troppo numerosi e soprattutto non devono riguardare esclusivamente la sfera del “dovere”. Quanti dei propositi che hai definito riguardano cose che vorresti veramente fare perché ti piacciono e perché ti fanno sentire soddisfatto e felice? E quanti, invece, riguardano cose che non ti piacciono, ma che pensi dovresti fare per motivi di lavoro, familiari, di salute, ecc…? Deve esserci un adeguato bilanciamento tra la sfera del dovere e quella del piacere, altrimenti si rischia di fallire molto facilmente. Se anche si raggiungono dei risultati, solitamente le persone si portano dietro un carico di stress che è molto forte e che poteva essere evitato con un’organizzazione migliore.

Quando il raggiungimento dei buoni propositi è ostacolato da problemi psicologici

Infine, occorre tenere a mente che non tutti i buoni propositi possono essere raggiunti con un’attenta programmazione e con il giusto impegno perché a volte le persone possono essere ostacolate dalla presenza di determinati problemi psicologici che andrebbero affrontati e risolti.

È il caso, ad esempio, di coloro che non riescono a mangiare meglio perché per loro il cibo è un rifugio che serve a colmare dei vuoti o al quale affidarsi nei momenti di stress, ansia e tristezza.

Un altro esempio molto frequente è quello delle persone che non riescono a rinunciare a degli impegni o ad essere meno disponibili verso gli altri perché temono di essere giudicate negativamente oppure di venire emarginate.

Dott.ssa Erica Tinelli

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