Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

LA GENTILEZZA FA BENE ED E’ UTILE

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La gentilezza sembra essere una qualità radicata nel genere umano e presente, almeno in parte, un po’ in tutte le persone. Probabilmente si tratta di uno strumento che ci è stato fornito dalla natura in virtù della sua grande importanza evolutiva. Infatti, senza alcun tipo di gentilezza e vivendo esclusivamente in modo individualista, aggressivo e competitivo, forse la nostra specie si sarebbe estinta.

La gentilezza si può manifestare in tanti modi diversi: aiutando qualcuno in difficoltà, mostrando comprensione ed interesse per le altre persone e per quello che ci dicono, enfatizzando le qualità altrui, ringraziando per ciò che si riceve, sorridendo. Può trattarsi, quindi, anche di piccoli gesti quotidiani che, però, possono essere molto importanti. La gentilezza, infatti, fa bene sia a chi la riceve che a chi la fa.

L’importanza della gentilezza

I suoi benefici possono riguardare vari ambiti.

Salute

Prima di tutto è stato dimostrato che solitamente le persone gentili vivono più a lungo e sono più sane.

Sono più felici delle persone con un temperamento più aggressivo, meno esposte al rischio di depressione e alla probabilità di avere infarti o ictus.

Relazioni

La gentilezza ha un impatto positivo anche sulle relazioni, che rappresentano per tutti un’importante fonte di benessere e di supporto e sostegno nei momenti più difficili. Essere gentili ci aiuta ad ampliare le relazioni sociali e ne migliora anche la qualità perché fa sentire gli altri riconosciuti, accettati, apprezzati.

Essere gentili non significa dire delle bugie all’altro pur di cercare di alimentare la sua autostima e pur di risultare simpatici. Significa, piuttosto, sottolineare i punti di forza delle altre persone ed esprimere con garbo delle osservazioni anche negative, ma che potrebbero rappresentare delle critiche costruttive. La gentilezza richiede sincerità, altrimenti non è un atto di cortesia.

Nelle relazioni, la gentilezza permette anche di gestire in modo più positivo il conflitto ed i litigi, che non devono essere necessariamente evitati, ma che sicuramente possono essere affrontati con serenità, ascoltando i vari punti di vista, proponendo con tranquillità il proprio e, se necessario, trovando un punto d’incontro. Molti conflitti e litigi non sono dovuti ai contenuti, ma a problemi relazionali. Ciò significa che spesso non c’è disaccordo su quello che va fatto, ma lo scontro diventa una sorta di gioco di potere, un modo per cercare di affermarsi sugli altri.

Ci sono delle situazioni, però, nelle quali possiamo trovarci ad avere a che fare con persone estremamente sgarbate e prepotenti, che sembrano non meritare alcun tipo di gentilezza. Anche in questi casi la gentilezza può rappresentare un valido strumento da utilizzare perché sarà qualcosa di inaspettato e creerà un effetto sorpresa che lascerà l’altro spiazzato, inducendolo a modificare in meglio il suo comportamento. Per ottenere un risultato soddisfacente in questa direzione, però, a volte può servire un po’ di tempo.

Produttività

Essere gentili rende anche più produttivi. Chi è ben disposto verso gli altri nel lavoro e dedica tempo alla coltivazione delle relazioni ha maggiori probabilità di lavorare efficacemente, di essere percepito come più gradevole e di ottenere l’aiuto e la collaborazione dei colleghi. Tutto questo solitamente si traduce in una crescita gerarchica e nell’aumento dei propri guadagni.

I limiti della gentilezza

Fate attenzione, però, perché anche la gentilezza deve avere dei limiti per evitare che diventi problematica. Essere gentili, infatti, non vuol dire essere sempre e comunque disponibili ed arrendevoli per timore di non essere accettati o per un forte bisogno di approvazione.

È importante saper dosare in modo equilibrato la disponibilità verso gli altri ed evitare che sovrasti i propri bisogni e le proprie necessità.

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

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Bibliografia

Ferrucci P. (2006). La forza della gentilezza. Pensare e agire con il cuore fa bene al corpo e allo spirito. Mondadori, Segrate (Mi).

Porta A. (2017). Conviene sempre essere gentili. Airone, Giugno 2017, pp. 20-23.

LA FINE DI UNA STORIA D’AMORE

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La maggior parte delle persone hanno difficoltà a gestire la fine di una storia d’amore significativa. Si tratta di una situazione spiacevole che, inevitabilmente, può provocare dolore, tristezza, disperazione e, a volte, anche confusione e rabbia. Per alcune persone è un vero e proprio lutto che deve essere elaborato perchè riguarda una perdita importante.

In queste circostanze le persone possono reagire nei più svariati modi, che possono essere più o meno funzionali al superamento del momento di sofferenza.

Gli atteggiamenti ed i comportamenti fallimentari più diffusi si basano su due grandi errori: il cercare di non pensare ed il pensare troppo (o rimuginare).

Cercare di non pensare alla fine di una storia d’amore

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Il cercare di non pensare alla fine della storia si può manifestare in vari modi. Molte persone cercano di distrarsi, ad esempio dedicando tutte le proprie energie ed il proprio tempo al lavoro e tenendosi impegnati il più possibile. Ci sono, addirittura, coloro che, per evitare di pensare, cercano di occupare ogni momento della giornata per non avere neanche qualche piccolo spazio libero. Molto spesso queste persone non riescono a non pensare perché i pensieri non possono essere controllati e gestiti razionalmente. Nonostante l’impegno, si possono ritrovare a pensare a ciò che vorrebbero evitare; più cercano di scacciare determinati pensieri e ricordi e più questi si ripresentano.

In alcuni casi il tentativo di distrarsi e di non pensare alla fine della storia può funzionare sul momento. Si tratta di  situazioni nelle quali le persone riescono a stare abbastanza bene nell’arco della giornata (quando sono impegnate), ma appena hanno un attimo libero, ad esempio durante una pausa oppure la sera, tornano a pensare alla storia d’amore finita. Solitamente la sofferenza è ancora più forte perché è amplificata dal tentativo di allontanarla in tutti i modi (sbagliati).

Una variante del tentativo di non pensare o distrarsi è rappresentato dalla ricerca affannosa di nuove relazioni sentimentali che possano sostituire la precedente. Anche in questo caso è difficile che si riesca a stare meglio perché ogni relazione, così come ogni persona, ha le sue caratteristiche particolari. Nessuno, quindi, può essere sostituito. Buttarsi troppo rapidamente in nuove relazioni, spesso, spinge a fare confronti con il passato, con il risultato di pensare ancora di più a quello che si vorrebbe evitare. 

Inoltre, c’è anche un altro problema: alcune persone, pur di non stare sole, si accontentano abbastanza facilmente di chiunque, arrivando anche a svalutarsi.

Pensare troppo alla fine di una storia d’amore

pensare3.jpgIl pensare troppo, invece, di solito è focalizzato su aspetti specifici. Ci si chiede spesso perché la storia è finita, se la rottura poteva essere evitata, se la colpa è di qualcuno o se, invece, non c’era più sentimento. Tutti queste riflessioni, a caldo, sono abbastanza inutili. Infatti, anche quando vengono individuate delle “motivazioni” alla base della rottura, se la storia è chiusa definitivamente non è  questa consapevolezza che può portare ad un riavvicinamento o a stare meglio. Anzi, in alcuni casi la persona può colpevolizzarsi oppure può sviluppare una forte rabbia verso l’ex partner e, può trovarsi, quindi, a gestire altre emozioni molto intense in una situazione che è già complessa.

In alcuni casi le persone cercano anche di convincersi che è stato un bene che la storia sia finita e che continuare sarebbe stato uno sbaglio, che è possibile trovare partner migliori o più adatti a sè, ecc….Anche in questo caso, queste riflessioni, anche se corrette, non fanno stare meglio perché sono ragionamenti troppo razionali, che non considerano gli aspetti emotivi ed affettivi.

Che fare, quindi per gestire la fine di una storia d’amore?

Se è stata una storia veramente importante, è impossibile pretendere di non soffrire.

Il dolore va accettato, accolto e gestito in modo adeguato. È un processo  di elaborazione di un lutto e può richiedere un po’ di tempo e, a volte, l’aiuto di un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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HO UN PROBLEMA CON …(I MIEI GENITORI, I MIEI SUOCERI, IL MIO CAPO,……)

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Molte persone hanno un problema con qualcuno, ad esempio i genitori o i suoceri che sono troppo opprimenti, iperprotettivi, invadenti, soffocanti.
Sono molte anche le persone che hanno delle difficoltà a rapportarsi con colleghi o capi che possono essere, ad esempio, aggressivi, poco collaborativi, svalutanti, ingiusti.
Problematiche simili possono riguarda anche i rapporti di coppia o le relazioni amicali, nelle quali sono presenti anche problemi di gelosia.

Ma cosa hanno in comune tutte queste situazioni così apparentemente diverse?

Si tratta di condizioni nelle quali si pensa che il problema riguarda un’altra persona. È frequente, infatti, sentire pronunciare frasi come: “ormai sono grande e MIA MADRE vuole ancora decidere della mia vita”, “MIA SUOCERA viene a casa mia a tutte le ore del giorno e si intromette su tutto”, “IL MIO CAPO mi critica sempre in modo troppo duro”, “LA MIA FIDANZATA è troppo gelosa e mi fa in continuazione degli interrogatori”. Chi pronuncia queste frasi pensa: “il problema non sono io, il problema non è mio, quindi io cosa posso fare per cambiare la situazione? È lui/lei che dovrebbe cambiare”.

Anche se il problema riguarda un’altra persona, però, chiunque interagisce con lei, a sua volta ha un problema perché vive in una condizione di malessere. Ma la buona notizia è che, di solito, proprio in virtù di questa interazione, è possibile aiutare queste persone a comportarsi diversamente e migliorare la situazione.

Perchè queste persone si comportano così?

Nelle situazioni accennate, solitamente i comportamenti inadeguati degli altri possono essere ricondotti a due tipi di spiegazioni.

A volte gli altri si comportano male perchè sono convinti di agire nel giusto. Potrebbe sembrare strano, ma ci sono davvero dei genitori che credono che il figlio trentenne o quarantenne non è in grado di badare a se stesso ed ha bisogno di aiuto. Così come esistono dei capi sicuri del fatto che i loro collaboratori devono essere trattati duramente per migliorare. E così via.

In altri casi, invece, queste persone sono consapevoli del fatto che si comportano in modo inopportuno, ma purtroppo non riescono a fare diversamente perché ci sono dei fattori emotivi più forti della razionalità che li spingono a comportarsi così.

In tutte queste situazioni solitamente il principale tentativo che si fa per indurre queste persone a modificare il loro comportamento così inopportuno è cercare un confronto sereno e tranquillo per spiegare il proprio disagio ed evidenziare l’irrazionalità di certi atteggiamenti, totalmente inadeguati e fastidiosi.

Questo tentativo a volte funziona, ma può anche essere inefficace oppure produrre i risultati sperati per un periodo di tempo limitato, probabilmente perché gli esseri umani sono molto meno razionali di quanto solitamente si pensa.

Cosa puoi fare se hai un problema con qualcuno?

Con l’aiuto di uno psicologo puoi analizzare in modo molto dettagliato la situazione per comprendere come le interazioni si sono strutturate ed i meccanismi che consentono ad alcuni comportamenti di ripresentarsi nel tempo.

Successivamente, puoi avere indicazioni specifiche che ti consentiranno di agire per indurre un cambiamento. In altre parole, modificando il tuo comportamento puoi produrre, indirettamente, un cambiamento nel comportamento degli altri per arrivare a sviluppare con loro un rapporto equilibrato e sereno. Uno psicologo può aiutarti in questo.

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LA COMUNICAZIONE AGGRESSIVA

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La comunicazione aggressiva è piuttosto frequente.

Può manifestarsi in tanti modi diversi, ad esempio attraverso le minacce oppure gli insulti. Può manifestarsi anche attraverso delle provocazioni o degli attacchi meno espliciti che sono rivolti all’interlocutore, alle sue competenze e alle sue caratteristiche.

In ogni caso ciò che caratterizza la comunicazione aggressiva rispetto ad una semplice discussione o a un conflitto costruttivo è l’obiettivo di denigrare l’altra persona. L’attacco, quindi, è rivolto non tanto o non solo alle argomentazioni proposte, ma all’individuo.

Al giorno d’oggi la comunicazione aggressiva si manifesta spesso anche sui vari social network, sui forum, nei blog e nelle chat. Nel virtuale può assumere frequentemente una forma molto volgare e violenta a causa del fatto che non c’è un coinvolgimento diretto e l’anonimato consente alla persona aggressiva di sfogare più liberamente i propri impulsi distruttivi. Molte cose dette o scritte su internet, infatti, non verrebbero proposte in un’interazione faccia a faccia.

Ma da cosa deriva la comunicazione aggressiva?

L’aggressività verbale, così come l’aggressività in generale, spesso scaturisce dalla frustrazione. Si tratta di situazioni nelle quali alla persona viene ostacolato o impedito il raggiungimento di un obiettivo o di una gratificazione per lei importante.

Un altro fattore scatenante dell’aggressività verbale è l’assenza o la carenza di un’adeguata competenza argomentativa, intesa come la capacità di sostenere e difendere in modo efficace le idee proposte. In altre parole, le persone con poche competenze argomentative sentono l’esigenza di sostenere le proprie opinioni, ma non ne sono capaci. La capacità di argomentare, infatti, è uno degli elementi costitutivi della comunicazione persuasiva: in sua assenza molte persone percepiscono di non avere alternative rispetto all’attaccare l’altro. In questo modo, però, non fanno altro che apparire ancora più deboli e insicuri… Ed è un peccato perché la competenza argomentativa si può sviluppare!

Come gestire il problema?

Se sei vittima di comunicazioni aggressive puoi imparare ad affrontare la situazione con l’aiuto di uno psicologo. E’ possibile, infatti, individuare le modalità più adeguate per gestire determinate provocazioni al fine di salvaguardare il tuo benessere e non provocare un’escalation dei conflitti. E’ possibile, inoltre, gestire le emozioni -come la rabbia o la tristezza- che si possono sviluppare in questi casi.

Se, invece, sei tu che comunichi in modo aggressivo e vuoi superare il problema, uno psicologo può guidarti ad affrontare e a gestire la tua frustrazione e a sviluppare competenze comunicative e relazionali efficaci.

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Bibliografia e sitografia

Avallone F. (2011), “Comunicare”, in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Costruire e gestire relazioni nei contesti professionali e sociali. Carocci, Roma.

http://www.leggo.it/societa/sanita/insulto_dunque_sono_web_e_tv_ecco_come_difendersi_dai_troll-1670114.html

BENESSERE E FELICITA’ NELLA COPPIA

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Innamorarsi e formare una coppia è un’esperienza molto positiva ed appagante per la maggior parte delle persone. Tuttavia, mentre all’inizio della relazione solitamente è “tutto rose e fiori”, con il passare del tempo possono subentrare delle difficoltà e delle incomprensioni che, se non adeguatamente gestite, possono portare alla rottura del rapporto.

Che fare, quindi, per mantenere il benessere e la felicità nella coppia?

Attenzione alle aspettative

Prima di tutto occorre tenere in considerazione il fatto che nelle prime fasi di una relazione amorosa solitamente si tende ad idealizzare l’altro, che viene percepito come perfetto o quasi. In modo inconsapevole, infatti, si presta attenzione prevalentemente alle sue caratteristiche positive. Questo meccanismo, che è perfettamente normale, si modifica quando si comincia ad avere una visione un po’ più realistica. In questa fase ci si rende conto che l’altra persona ha anche dei difetti che devono essere accettati. È importante comprendere che le aspettative iniziali erano irrealistiche e che il partner non può essere esattamente come si era immaginato all’inizio e come si vorrebbe. Cercare insistentemente di cambiarlo potrebbe essere un errore fatale.

Curare la comunicazione

Un altro aspetto fondamentale per il benessere della coppia è la comunicazione, che consente la condivisione di opinioni e esperienze e previene molte tensioni. La comunicazione efficace richiede il saper ascoltare attentamente l’altro, porre domande, ripetere ciò che ha detto, sia per verificare la comprensione, sia per farlo sentire compreso.

È fondamentale, inoltre, esprimere direttamente e chiaramente i propri sentimenti e le proprie esigenze in modo da far comprendere al partner ciò che si desidera. Non bisogna, infatti, pretendere che l’altro possa leggere nel pensiero. Alcune cose che per noi possono sembrare ovvie, non sempre lo sono per gli altri, anche quando ci conoscono molto bene.

La comunicazione efficace, inoltre, richiede anche il trasmettere sostegno, interesse ed entusiasmo, anche festeggiando i reciproci successi nei vari ambiti di vita.

La comunicazione efficace, tuttavia, non esclude i conflitti. Anche nelle coppie più stabili e felici, infatti, il litigio è inevitabile e non è un aspetto negativo, purchè venga affrontato in modo costruttivo. L’integrità della coppia è minacciata soprattutto dall’indifferenza, più che dal conflitto. Un litigio efficace è focalizzato sui contenuti e non sull’attacco alla persona. È necessario, quindi, esprimere i propri sentimenti e punti di vista senza colpevolizzazioni. È importante, inoltre, manifestare i sentimenti sottostanti la rabbia, che molto spesso è un’emozione secondaria che copre la paura, il dolore, l’imbarazzo, la confusione.

Creare spazi per la coppia

Per evitare il logoramento della relazione di coppia, infine, si deve parlare e condividere, svolgere insieme attività nuove e divertenti, corteggiarsi costantemente, senza darsi per scontati.

È importante passare del tempo insieme molto spesso, preferibilmente tutti i giorni, anche quando questo significa rimandare altre attività lavorative o domestiche. E’ una questione di priorità e di scelte.

Se stai vivendo un momento di difficoltà con il partner ricorda che uno psicologo potrebbe aiutarti a superarlo al meglio, ad esempio con la terapia di coppia.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Zeig J. K., Kulbatski T. (a cura di) (2012). I dieci comandamenti della coppia. Ottanta grandi psicoterapeuti dettano le leggi dell’amore. Ponte alle Grazie, Milano.

DIFENDITI DAGLI ATTACCHI VERBALI

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Può capitare quotidianamente di diventare vittime di attacchi verbali. I colleghi, gli amici, i familiari, i clienti, o anche le persone che non si conoscono possono fare dei commenti che possono apparire come sgradevoli ed inopportuni. Talvolta queste osservazioni vengono gestite con grande difficoltà, non sapendo bene come comportarsi. Può capitare, ad esempio, che la persona risponda aggredendo a sua volta l’altro, in un’esclalation che esaspera il conflitto. Oppure, può capitare che la persona aggredita rimanga in silenzio mostrando tutto il suo imbarazzo e rimuginando successivamente su quanto accaduto. Molto spesso queste strategie si rivelano inefficaci, sia per quello che riguarda la gestione delle relazioni con gli altri, sia per quello che a che fare con la tutela della propria salute.

Qualche strategia per gestire gli attacchi verbali

Quando si viene aggrediti è possibile utilizzare delle specifiche strategie che si basano sul principio secondo il quale “l’arte suprema della guerra è sottomettere il nemico senza combattere” (Sun Tzu).

Tra le strategie principali troviamo:

  • La contro-domanda, ossia chiedere alla persona dei chiarimenti su ciò che ha detto (“Cosa intendi per…”?)
  • Restare in silenzio. Può sembrare controintuitivo, ma quando il restare in silenzio è una scelta e non un comportamento dovuto al fatto che non si sa cosa dire, può essere molto efficace. Nel restare in silenzio è necessario anche mostrare un atteggiamento sicuro e tranquillo.
  • Il commento in due sillabe, che è una variante della tecnica precedente e consiste nel rispondere utilizzando un commento di solo due sillabe, come “ma dai?”, “ah sì?”, “però”.
  • Il gesto senza parole, consiste nel rimanere in silenzio, ma rispondendo con un semplice gesto, come scrollare le spalle, sorridere tra sé e sé.
  • Cambiare discorso, preferibilmente iniziando a parlare di cose banali, come  le condizioni atmosferiche.
  • Il proverbio strampalato. E’ una tecnica simile alla precedente, ma prevede l’uso di un proverbio che non ha niente a che fare con il discorso precedente (tra i più diffusi, ad esempio: “una rondine non fa primavera”, “chi fa da sé fa per tre”, “non è tutto oro ciò che luccica”). L’aggressore ricercherà il senso logico di quanto ascoltato, perdendo tempo ed energie. Nel caso in cui chiedesse dei chiarimenti potrete rispondere “se ci pensi bene sono sicuro che lo capirai”, incrementando ulteriormente la sua frustrazione.
  • Il complimento imprevisto. Dopo un commento inopportuno, lodare l’aggressore (ad esempio: “ammiro la tua intelligenza”) in modo da spiazzarlo con un comportamento totalmente inaspettato

Perchè queste strategie sono utili?

Con queste strategie di gestione degli attacchi verbali, da scegliere adeguatamente di volta in volta, è possibile bloccare i conflitti sul nascere, salvaguardando la propria autostima ed evitando di rimuginare successivamente su un eventuale risposta inadeguata. Quello che accomuna queste tecniche è il fatto di punire l’aggressore ignorandolo e non rispondendo alle sue provocazioni, in modo tale da non farlo sentire importante e tenuto in considerazione.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Berckhan B. (2012). Piccolo manuale di autodifesa verbale. Per affrontare con sicurezza offese e provocazioni. Apogeo, Milano.

Ege H. (2002). Mobbing. Conoscerlo per vincerlo. Franco Angeli, Milano.