Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

L’ATTRAZIONE INTERPERSONALE: COME SCEGLIAMO AMICI E PARTNER

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Le relazioni sociali costituiscono una delle principali fonti di soddisfazione e di benessere per le persone. Infatti, quando la psicologa Ellen Berscheid chiese a varie persone che cosa le rendesse felici, la maggior parte di esse mise ai primi posti l’amicizia e le relazioni positive con gli altri. Ma quali sono i fattori che influenzano l’attrazione interpersonale?

Da cosa dipende l’attrazione? Perché alcune persone ci piacciono ed altre no?

Vicinanza

Uno degli aspetti più semplici che contribuisce a determinare l’attrazione è la vicinanza, che provoca una percezione di familiarità. Abbiamo più probabilità di scegliere come amici e partner persone con le quali interagiamo spesso, a meno che queste persone non posseggano caratteristiche che consideriamo negative. La vicinanza non va intesa esclusivamente in termini fisici. Oggi, infatti, smartphone o computer ci consentono di avere contatti frequenti anche con persone lontane. Tuttavia, è importante considerare che quando si conoscono delle persone con queste modalità è molto frequente creare un’immagine idealizzata dell’altro, che spesso si infrange quando si incontra per la prima volta l’altra persona o quando aumentano i contatti reali.

Aspetto fisico

Sicuramente anche l’aspetto fisico gioca un ruolo importante per molte persone, soprattutto nelle prime fasi di una conoscenza.

Contrariamente a quello che comunemente si pensa, la piacevolezza fisica è un aspetto che spesso non viene tenuto in considerazione solo dagli uomini, ma anche dalle donne.

Attrazione se si crede di piacere

Uno dei più importanti fattori che ci orienta a scegliere amici e partner è rappresentato da quanto si pensa di piacere all’altro. Ci piacciono le persone alle quali piacciamo e che ci mostrano tutto il loro interesse, ad esempio stabilendo un contatto visivo frequente con noi oppure ascoltandoci attentamente. Probabilmente questo elemento è di fondamentale importanza perché rafforza la propria autostima. Le persone, infatti, sono motivate ad avere un’immagine positiva di sé e ad interagire con coloro che, con il loro comportamento, rafforzano questa percezione.

Somiglianza

Un altro ingrediente fondamentale dell’attrazione è la somiglianza. Il famoso detto “gli opposti si attraggono”, quindi, non è confermato dalla ricerca scientifica. O meglio, le persone possono anche essere incuriosite ed attratte da coloro che hanno delle caratteristiche opposte alle proprie, ma in genere questo tipo di rapporti non è destinato a durare nel tempo, probabilmente perché le differenze su questioni importanti rendono difficile la condivisione della vita quotidiana.

Quando si parla di somiglianza si fa riferimento alla condivisione degli stessi interessi, valori, atteggiamenti, personalità; tutti elementi che rendono piacevole passare del tempo insieme e confrontarsi. Inoltre, l’interazione con persone simili tende a convalidare le proprie caratteristiche e innalza la propria autostima. Questo non significa, ovviamente, che siamo portati ad avere relazioni sociali con persone identiche a noi in tutto e per tutto. Le differenze sono sempre presenti e non compromettono i rapporti se non riguardano questioni importanti.

 Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

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Bibliografia

Aronson E., Wilson T. D., Akert R. M. (2006). Psicologia sociale. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’attrazione interpersonale”).

UN CONTATTO FUGACE PER RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO

QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE.jpg

Un contatto fugace…

Un contatto fugace viene spesso usato per cercare di risolvere un problema psicologico.

Ci sono, infatti, delle persone che contattano gli psicologi via telefono o mail per parlare dei loro problemi e per ricevere indicazioni rapide su cosa fare.

Certamente l’urgenza di raccontarsi e di risolvere un problema, soprattutto se invalidante, può essere perfettamente comprensibile. Un intervento davvero efficace e professionale, però, deve sottostare a delle regole ben precise che difficilmente possono essere applicate in un’interazione fugace e non strutturata come può essere una telefonata o lo scambio di mail o messaggi.

…che non è efficace

Per svolgere al meglio il proprio lavoro e per riuscire ad aiutare le persone lo psicologo prima di tutto ha bisogno di conoscere e di comprendere in modo dettagliato la situazione. Questa prima fase valutativa solitamente richiede almeno un colloquio approfondito e, a volte, anche più di uno.

Una volta che è stato compreso il problema è possibile definire gli obiettivi. In alcuni casi può anche essere necessaria una ridefinizione rispetto a quelle che erano le idee o le aspettative iniziali della persona.

Successivamente è possibile fornire le prime indicazioni terapeutiche ed è possibile ragionare sugli effetti che si sono verificati. La maggior parte delle indicazioni -o prescrizioni- prevede un’evoluzione che segue determinate fasi, da adattare alla specificità della persona, della situazione e dei risultati ottenuti. Con il tempo, inoltre, solitamente è necessario introdurre ulteriori indicazioni. E’ possibile anche che alcuni compiti assegnati inizialmente debbano essere abbandonati perché non più necessari. Altre volte ancora, invece, le prescrizioni devono essere solo parzialmente modificate per essere adattate ancora meglio al caso.

Tutto questo richiede la massima attenzione ed il massimo impegno.

E’ necessario avere un’adeguata conoscenza della persona e saper comunicare le cose in un certo modo. Bisogna avere un po’ di tempo e la possibilità di intervenire in un contesto ben strutturato quale è la consulenza psicologica.

In caso contrario si corre il rischio di non dare alla persona l’ascolto e l’attenzione che merita e di fornire qualche rapida indicazione molto generale e probabilmente inutile per una serie di motivi: perché inadatta alla situazione (che non si conosce bene), perché comunicata in modo non ottimale, perché applicata in un contesto dove non si ha la possibilità di verificare gli effetti e proseguire il percorso o per tutte queste cose messe insieme.

Certamente è possibile usare la telefonata o la mail per avere informazioni sul modo di lavorare del professionista e per capire di quali ambiti e problemi si occupa. La consulenza, però, è un’altra cosa, una cosa seria.

 Dott.ssa Erica Tinelli

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QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE

QUANDO SI CERCA DI RISOLVERE UN PROBLEMA PSICOLOGICO CON UN CONTATTO FUGACE.jpg

Un contatto fugace…

Un contatto fugace viene spesso usato per cercare di risolvere un problema psicologico.

Ci sono, infatti, delle persone che contattano gli psicologi via telefono o mail per parlare dei loro problemi e per ricevere indicazioni rapide su cosa fare.

Certamente l’urgenza di raccontarsi e di risolvere un problema, soprattutto se invalidante, può essere perfettamente comprensibile. Un intervento davvero efficace e professionale, però, deve sottostare a delle regole ben precise che difficilmente possono essere applicate in un’interazione fugace e non strutturata come può essere una telefonata o lo scambio di mail o messaggi.

…che non è efficace

Per svolgere al meglio il proprio lavoro e per riuscire ad aiutare le persone lo psicologo prima di tutto ha bisogno di conoscere e di comprendere in modo dettagliato la situazione. Questa prima fase valutativa solitamente richiede almeno un colloquio approfondito e, a volte, anche più di uno.

Una volta che è stato compreso il problema è possibile definire gli obiettivi. In alcuni casi può anche essere necessaria una ridefinizione rispetto a quelle che erano le idee o le aspettative iniziali della persona.

Successivamente è possibile fornire le prime indicazioni terapeutiche ed è possibile ragionare sugli effetti che si sono verificati. La maggior parte delle indicazioni -o prescrizioni- prevede un’evoluzione che segue determinate fasi, da adattare alla specificità della persona, della situazione e dei risultati ottenuti. Con il tempo, inoltre, solitamente è necessario introdurre ulteriori indicazioni. E’ possibile anche che alcuni compiti assegnati inizialmente debbano essere abbandonati perché non più necessari. Altre volte ancora, invece, le prescrizioni devono essere solo parzialmente modificate per essere adattate ancora meglio al caso.

Risolvere un problema psicologico richiede la massima attenzione ed il massimo impegno

E’ necessario avere un’adeguata conoscenza della persona e saper comunicare le cose in un certo modo. Bisogna avere un po’ di tempo e la possibilità di intervenire in un contesto ben strutturato quale è la consulenza psicologica.

In caso contrario si corre il rischio di non dare alla persona l’ascolto e l’attenzione che merita e di fornire qualche rapida indicazione molto generale e probabilmente inutile per una serie di motivi: perché inadatta alla situazione (che non si conosce bene), perché comunicata in modo non ottimale, perché applicata in un contesto dove non si ha la possibilità di verificare gli effetti e proseguire il percorso o per tutte queste cose messe insieme.

Certamente è possibile usare la telefonata o la mail per avere informazioni sul modo di lavorare del professionista e per capire di quali ambiti e problemi si occupa. La consulenza, però, è un’altra cosa, una cosa seria.

 

Dott.ssa Erica Tinelli

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IL DILEMMA NATURA O CULTURA: SI NASCE O SI DIVENTA?

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Le nostre caratteristiche psicologiche dipendono dal nostro corredo biologico oppure dalle esperienze di vita? Il nostro carattere, il nostro modo di rapportarci agli altri, il comportamento più in generale, l’intelligenza, ecc… sono determinate principalmente dai geni e quindi dalla nostra natura? Oppure tutti questi elementi possono cambiare in base all’apprendimento che avviene nel corso della vita e che determina la nostra cultura?

Molti studiosi si sono fatti queste domande e hanno cercato di dare una risposta.

Il dilemma natura o cultura nel caso dell’aggressività

In passato era possibile distinguere studiosi considerati innatisti e studiosi considerati ambientalisti, a seconda del fatto che abbiano sottolineato l’origine biologica oppure quella culturale del comportamento umano.

Per quanto riguarda l’aggressività gli innatisti -come Lorenz e Eibl-Eibesfeldt-, a sostegno dell’idea dell’origine biologica di questo fenomeno, hanno evidenziato come esso sia presente sia nel modo animale che in quello umano perché ha un’importante valenza adattiva, legata alla protezione del territorio e della prole e alla definizione delle gerarchie.

Gli ambientalisti -come Bandura-, invece, hanno mostrato che l’aggressività si apprende per osservazione ed imitazione e non è, quindi, espressione di un istinto innato.

Oggi si è concordi nell’affermare che la tendenza a manifestare l’aggressività e, più in generale, il nostro modo di essere, dipende sia da aspetti biologici, sia da espetti culturali e sociali. Nasciamo in un certo modo, ma poi abbiamo la possibilità di migliorare, di crescere, di modificare le nostre inclinazioni.

Il caso dell’intelligenza

L’intelligenza è fondamentale per l’uomo perché consente di elaborare le informazioni, di apprendere, di risolvere i problemi, di adattarsi all’ambiente.

Spesso alcuni aspetti dell’intelligenza vengono misurati con specifici test che consentono di ottenere un indice numerico chiamato quoziente intellettivo: più è alto, maggiore è il livello di intelligenza della persona. Alcune ricerche hanno dimostrato che esiste un’associazione abbastanza forte tra il quoziente intellettivo delle madri ed il quoziente intellettivo dei rispettivi figli. Questo dato sembrerebbe far pensare che l’intelligenza è innata ed ereditaria, dal momento che genitori e figli hanno un patrimonio genetico molto simile.

Tuttavia, ci sono anche studi che hanno dimostrato che i bambini che vengono adottati hanno un quoziente intellettivo superiore a quello delle madri biologiche in quanto sono stati cresciuti in condizioni ambientali stimolanti e favorevoli allo sviluppo delle loro abilità cognitive.

Anche l’intelligenza, quindi, dipende sia dalla natura che dalla cultura.

L’interazione tra natura e cultura nella nostra vita

Indipendentemente da quello che biologicamente saremmo più portati a fare e ad essere, quindi, ci sono una serie di fattori ambientali e sociali che ci possono influenzare notevolmente e che possono produrre un grande cambiamento nella nostra personalità, nel nostro comportamento, nelle nostre abilità. Tra questi fattori troviamo l’educazione ricevuta dalla famiglia e dalla scuola, le relazioni sociali, le esperienze di vita nei più svariati contesti, le attività che svolgiamo da un punto di vista sportivo, lavorativo, di hobby ed interessi. Molte di queste cose possiamo sceglierle noi. Possiamo scegliere di quali persone circondarci, possiamo scegliere almeno alcune delle attività cui dedicarci, possiamo decidere di perseguire determinati obiettivi piuttosto che altri, possiamo decidere come impiegare il nostro tempo. Di conseguenza, abbiamo un grande potere nel decidere e nell’agire per diventare quello che vogliamo, a prescindere da ciò a cui potremmo sembrare destinati sulla base del nostro corredo biologico.

Possiamo anche avere una notevole predisposizione verso una determinata attività, ma se non la coltiviamo adeguatamente con l’esercizio costante, non raggiungeremo mai dei livelli di prestazione veramente eccellenti. Al contrario, se sembra che non siamo particolarmente portati per fare una certa cosa, preparandoci seriamente potremmo comunque avere successo. Certo, ad un prezzo un po’ più caro perché ci dovremmo allenare molto più duramente rispetto ad altre persone più portate, ma se quella cosa ci interessa veramente ne varrà la pena.

In conclusione, siamo sia natura che cultura. Nasciamo e diventiamo

 

Dott.ssa Erica Tinelli

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“NON SONO PORTATO PER FARE QUESTA COSA”

Bibliografia

Binazzi A., Tucci F. S. (2006). Scienze sociali. Palumbo Editore, Palermo.

Darley J. M., Glucksber S., Kinchla R. A. (2005). Fondamenti di psicologia. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’intelligenza”).

L’UTILITA’ DEL PIANTO

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Molte persone si vergognano di piangere e cercano di evitarlo il più possibile. Questo è particolarmente vero per gli uomini, probabilmente perché nella nostra società è molto diffusa l’idea che l’uomo debba mostrarsi sempre forte e sicuro di sé, mentre il pianto è spesso considerato un sintomo di debolezza.

In realtà, però, il pianto non è altro che la manifestazione di un’emozione particolarmente intensa. Solitamente si tratta di tristezza, ma a volte si può piangere anche se ci si sente profondamente arrabbiati o frustrati.

A che serve piangere?

Il pianto ha delle funzioni molto importanti.

Innanzitutto, ha un effetto catartico, cioè consente di eliminare o ridurre delle tensioni che si presentano a seguito di un vissuto emotivo molto forte. In questo modo è possibile recuperare uno stato d’animo positivo o comunque migliore. Non sempre questo sollievo è immediato. Può capitare che subito dopo aver pianto la persona si senta ancora più triste rispetto a prima, ma di solito dopo un po’ di tempo si sente meglio.

La riduzione delle emozioni negative che si manifesta dopo aver pianto, oltre a produrre di per sé un miglioramento del proprio benessere, può contribuire anche ad aiutare la persona ad osservare la situazione percepita come problematica da prospettive diverse. In questo modo è possibile che riesca a focalizzarsi anche su elementi positivi che prima non aveva preso in considerazione oppure che individui la soluzione al problema o comunque la messa a punto di strategie di azione diverse, che potrebbero essere più funzionali e che, pertanto, potrebbe decidere di tentare.

Il pianto, potenzialmente, ha anche una funzione sociale, legata al comunicare il proprio bisogno di sostegno e al ricercare la vicinanza ed il supporto degli altri. Tipicamente, infatti, chi vede una persona che piange si interessa a lei, domanda cosa è successo, utilizza parole di conforto e, se possibile, offre il suo aiuto.

Insomma, in alcune situazioni piangere non solo è una reazione perfettamente normale della quale non bisogna vergognarsi, ma è anche una cosa potenzialmente molto utile.

Quand’è che il pianto diventa problematico?

Quando non è espressione di un momento di tristezza passeggero, ma di uno stato di malessere serio e strutturato che compromette il benessere complessivo della persona, come può essere, ad esempio, nel caso della depressione.

Il pianto, inoltre, diventa problematico anche quando è accompagnato da atteggiamenti e comportamenti eccessivamente passivi e rinunciatari che non permettono alla persona di focalizzarsi sul superamento delle difficoltà che ha incontrato.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Bylsma, L. M., Vingerhoets, A. M., & Rottenberg, J. (2008). When is crying cathartic? An international study. Journal Of Social And Clinical Psychology, 27(10), 1165-1187.

Gračanin, A., Vingerhoets, A. M., Kardum, I., Zupčić, M., Šantek, M., & Šimić, M. (2015). Why crying does and sometimes does not seem to alleviate mood: A quasi-experimental study. Motivation And Emotion, 39(6), 953-960.