Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

SUPERARE GLI ATTACCHI DI PANICO CON LA TERAPIA BREVE STRATEGICA

SUPERARE GLI ATTACCHI DI PANICO CON LA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Gli attacchi di panico sono episodi intensi ed improvvisi caratterizzati da un elevato livello di ansia. Per conoscere più nel dettaglio le loro caratteristiche leggi l’articolo COME SI MANIFESTANO GLI ATTACCHI DI PANICO?

In questo articolo vi parlerò, piuttosto, del superamento degli attacchi di panico attraverso la terapia breve strategica, che è un modello di terapia estremamente efficace e rapido nel trattamento delle problematiche psicologiche, tra le quali gli attacchi di panico.

Qual è l’efficacia della terapia breve strategica nel trattamento degli attacchi di panico?

Secondo le ricerche che sono state condotte dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo, la terapia breve strategica presenta un tasso di efficacia del 95% per quanto riguarda la risoluzione dei disturbi fobici e ansiosi, tra i quali rientrano gli attacchi di panico. Il tasso di efficacia, quindi, è molto elevato.

I risultati, inoltre, solitamente vengono raggiunti in tempi brevi. Infatti, il trattamento completo in media richiede 7 sedute, ma i primi miglioramenti significativi, in genere, si manifestano prima.

Come funziona la terapia breve strategica nei casi di panico?

Secondo questo approccio, indipendentemente da quella che potrebbe essere la presunta causa originaria di un problema (non sempre presente e non sempre ben identificabile), questo persiste e si aggrava a causa di una serie di tentate soluzioni disfunzionali. Si tratta di comportamenti che le persone pensano che potrebbero essere risolutivi e che, invece, si rivelano dannosi.

Le tentate soluzioni tipicamente mese in atto dalle persone che soffrono di attacchi di panico sono:

  • il tentativo di controllare le reazioni psicofisiologiche -come ad esempio il battito cardiaco-, che, in genere, produce il risultato di alterarle ancora di più
  • l’evitamento di tutte le situazioni che creano disagio, comportamento che atrofizza le capacità della persona e la rende sempre meno più dipendente dagli altri. In genere, più si evita e più diventano numerosi i contesti che incutono timore
  • il parlare ad amici, familiari e a volte anche a semplici conoscenti dei propri problemi, amplificando ancora di più le proprie ansie 

A queste tentate soluzioni se ne potrebbero aggiungere anche altre specifiche di ogni caso.

La terapia breve strategica utilizza specifiche tecniche che hanno come obiettivo quello di intervenire sulle tentate soluzioni disfunzionali.

La terapia breve strategica è adatta a tutti?

Forse alcune persone che soffrono di attacchi di panico potrebbero pensare di non riuscire in alcun modo a modificare i loro comportamenti perché si tratta di modi di fare ormai ben strutturati ed automatici. In realtà, però, con la guida di un terapeuta e con le giuste strategie è possibile avere gli strumenti necessari per apprendere e per consolidare adeguatamente delle modalità alternative di gestione del problema. Non si tratta, quindi, di dire semplicemente “smetti di controllare i parametri psicofisiologici, smetti di parlare delle tue ansie, smetti di evitare quello di cui hai paura”, ma di fare un lavoro che, anche se è piuttosto rapido, è ben più ampio e radicale perché modifica le percezioni delle persone e le loro reazioni.

Una caratteristica essenziale della terapia breve strategica riguarda l’utilizzo delle prescrizioni, che sono precise indicazioni calzate alla specificità del caso che dovranno essere eseguite tra una seduta e l’altra. Le prescrizioni sono uno dei principali strumenti per favorire il cambiamento.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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LA TERAPIA BREVE STRATEGICA

 

Bibliografia e sitografia

Nardone G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Ponte alle Grazie, Milano.

www.centroditerapiastrategica.com/ansia-disturbi-dansia-caratteristiche-sintomatologia-cura/

LE CARATTERISTICHE DELLA TERAPIA BREVE STRATEGICA

La Terapia Breve Strategica è un modello di terapia efficace ed efficiente, cioè capace di risolvere la maggior parte delle difficoltà e dei problemi psicologici in un periodo di tempo breve. Infatti, nella maggioranza dei casi la terapia consente di risolvere completamente i problemi o di ottenere un netto miglioramento entro la decima seduta.

Vediamo quelle che sono le caratteristiche di questa terapia.

L’analisi e lo sblocco delle tentate soluzioni nella terapia breve strategica

Un elemento importante del metodo di lavoro è l’analisi e la modifica delle tentate soluzioni disfunzionali.

Queste rappresentano i tentativi che le persone hanno fatto per gestire le proprie difficoltà ma che non hanno funzionato e, pertanto, hanno contribuito al peggioramento della situazione. In questo modo, da semplici difficoltà quotidiane si può arrivare allo strutturarsi di problematiche più ampie o di vere e proprie patologie.

Infatti, le ricerche condotte dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo fondato da Giorgio Nardone e Paul Watzlawick evidenziano che, contrariamente a quello che comunemente si pensa, i problemi psicologici solitamente non derivano da avvenimenti traumatici del passato, ma si strutturano quando si applicano in modo troppo rigido ed inflessibile determinati comportamenti – le tentate soluzioni – anche quando è evidente che questi non funzionano e sono controproducenti.

Ad esempio, una persona che ha paura di specifiche situazioni può evitarle costantemente e può chiedere l’aiuto di altre persone quando costretta ad affrontarle. L’evitamento e la richiesta di aiuto inizialmente possono dare sollievo e far sentire protetti, ma se ripetuti, diventano problematici e limitano sempre di più l’autonomia.

Con il ripetersi di queste tentate soluzioni è possibile che si sviluppino varie problematiche, come attacchi di panico e fobie di vario tipo. Più si evita e più si chiede aiuto e più si conferma a se stessi la propria incapacità di affrontare la situazione.

In un caso di questo tipo, quindi, l’obiettivo della terapia sarà quello di aiutare la persona, in modo graduale e attraverso l’utilizzo di specifiche tecniche adatte al caso, ad interrompere il comportamento di evitamento e di richiesta di aiuto per risolvere il problema.

Le prescrizioni nell’approccio strategico

Una caratteristica molto importante della terapia breve strategica è l’utilizzo delle prescrizioni che dovranno essere svolte dalla persona tra un incontro e l’altro. Si tratta compiti molto concreti che consentono di conoscere meglio la situazione e di far sperimentare dei cambiamenti nelle percezioni e nelle reazioni all’ambiente circostante. Sono indicazioni calzate allo specifico caso e, quindi, fattibili per la persona.

In alcune terapie si ritiene che per favorire il cambiamento bisogna far riflettere le persone sul problema, sui meccanismi di mantenimento e sulle possibili alternative. Una volta che la persona avrà acquisito una conoscenza ed una consapevolezza adeguata si inizieranno ad introdurre dei cambiamenti comportamentali. Nell’approccio strategico la processualità è completamente invertita. Il punto di partenza è rappresentato da concrete esperienze percettive, emotive e comportamentali che, successivamente, saranno oggetto di una riflessione e di un apprendimento razionale.

Nella terapia breve strategica “si parte dalla convinzione che per cambiare una situazione problematica, prima si deve cambiare l’agire e, di conseguenza, il pensare del paziente” (Nardone e Watzlawick, 2010, p. 43).

Il cambiamento più rapido ed efficace, infatti, è quello che parte da esperienze concrete.

Le fasi del percorso

La terapia breve strategica segue determinate fasi:

  • Definizione del problema e dell’obiettivo, analisi delle tentate soluzioni e utilizzo delle prime strategie terapeutiche. La definizione del problema e dell’obiettivo della terapia dovranno essere molto concrete. Solo in questo modo, infatti, si potrà comprendere la reale esigenza della persona ed avere un riferimento per valutare l’efficacia del percorso.
  • Sblocco del problema, che rappresenta un cambiamento significativo nel modo di percepire e di reagire della persona. Se la terapia è efficace lo sblocco deve avvenire entro la decima seduta, anche nelle situazioni più complesse.
  • Consolidamento, che è la fase in cui vengono introdotti ulteriori cambiamenti progressivi fino al completo raggiungimento dell’obiettivo. È un momento fondamentale per rendere il cambiamento stabile ed evitare che la persona possa cadere nuovamente nell’uso di tentate soluzioni disfunzionali.
  • Conclusione, che si raggiunge quando la persona è diventata praticamente autonoma. A questo punto viene spiegato dettagliatamente il lavoro che è stato fatto e come si è raggiunto il cambiamento

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LA PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI

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Un uomo è seduto sulla panchina di un parco. Fa finta di leggere un libro, ma in realtà osserva due ragazze sedute su una panchina davanti a lui che parlano e ridono tra loro. All’uomo viene il dubbio che stanno ridendo di lui. Forse lo prendono in giro per il suo taglio di capelli o forse per il suo abbigliamento. Si sente a disagio, si alza e, pieno di rabbia e di tristezza, si incammina verso casa.

Questo è un esempio di una delle tante situazione e di una delle tante modalità attraverso le quali si può manifestare la paura del giudizio degli altri. Si tratta, infatti, di un timore piuttosto diffuso e che può assumere forme diverse ed intensità diverse.

Il timore di essere valutati negativamente dagli altri può riguardare vari aspetti. Ci può essere, ad esempio, la paura di essere disprezzati per il proprio modo di camminare o di vestire, per le proprie scelte di vita (ad esempio lavorative o familiari), per la possibilità di apparire goffi, ridicoli, inadeguati quando si fanno determinate cose in presenza di altri, come mangiare, parlare, fare sport o qualsiasi altra attività.

La paura del giudizio è sempre un problema?

La paura del giudizio non rappresenta sempre e necessariamente un problema. Se si mantiene entro certi livelli, infatti, è perfettamente normale e funzionale e può portare le persone a dare il meglio di sé e a presentarsi al meglio delle proprie possibilità.

Pensate, ad esempio, ad una persona che deve affrontare un incontro di lavoro e che teme il giudizio di colleghi, superiori o potenziali clienti. Se il timore non diventa eccessivo la persona sarà portata a curare al meglio il suo aspetto estetico, a prepararsi adeguatamente in merito alle questioni lavorative che potranno essere affrontate, ad essere precisa e puntuale, a gestire nel modo migliore possibile anche gli aspetti relazionali e comunicativi. In questo modo riuscirà a fare un ottimo incontro di lavoro e senza particolari disagi. Infatti, quando la paura del giudizio non è elevata non è necessario un grande sforzo per gestirla ed evitare che diventi invalidante.

Quando, invece, la paura del giudizio è eccessiva, si può venire a strutturare un problema estremamente fastidioso ed invalidante che può creare grande disagio.

Come possono reagire le persone a questa paura?

Alcune persone, per evitare il giudizio negativo, si lasciano guidare completamente dal parere degli altri e si adeguano alle loro aspettative, a partire da cose più banali come il modo di vestire, fino ad arrivare alle scelte di vita cruciali come quelle professionali.

Altre persone, invece, cercano di evitare il più possibile le situazioni che le espongono alla possibile valutazione degli altri e che, ovviamente, sono numerosissime. Nei casi estremi, infatti, è possibile che la persona arrivi addirittura a lasciare l’università o il lavoro o a non uscire più di casa per evitare di incontrare persone che potrebbero manifestare la loro disapprovazione nei suoi confronti.

Alcune persone che presentano questo problema, infine, decidono comunque di affrontare ciò che temono, ma con grande fatica e malessere. La paura di essere giudicate, infatti, le porta ad essere sempre preoccupate, sotto stress, irritabili. Non è da escludere, poi, la possibilità che possano trovare negli sguardi, nelle parole e negli atteggiamenti degli altri degli elementi che sembrano confermare tutti i loro timori.

Indipendentemente dalla reazione alla paura del giudizio degli altri, quindi, quando questa è eccessiva diventa un problema che limita la libertà della persona.

Si tratta, però, di un problema che può essere affrontato e risolto con l’aiuto di un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

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QUANDO IL CONTROLLO DIVENTA UNA MANIA

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Nella nostra società sembra essere sempre più diffusa la tendenza al controllo, che può riguardare qualsiasi aspetto della propria vita.

Il tentativo di controllare certe cose, ad esempio pianificando le proprie giornate, è una caratteristica molto positiva che può portare le persone ad essere produttive, ad avere successo e a dedicarsi anche alle cose piacevoli. Coloro che sanno organizzarsi veramente bene, infatti, solitamente riescono a trovare il tempo e le energie da dedicare al lavoro, alle relazioni, agli hobby.

Tuttavia, come tutte le cose, anche il tentativo di controllare se stessi e la realtà circostante, se portato all’eccesso, può diventare dannoso.

Tenere a bada la mania del controllo sviluppando la flessibilità

Per evitare che il controllo diventi problematico, l’inclinazione a pianificare deve coniugarsi con la flessibilità, cioè con la capacità di gestire eventuali imprevisti o cambiamenti rispetto ai propri programmi.

Una persona che ha già sviluppato la mania del controllo, invece, può essere ossessionata dal dover seguire a tutti i costi una precisa scaletta per quanto riguarda il susseguirsi delle attività e il come fare le cose. Può andare in crisi, quindi, anche in situazioni molto banali, ad esempio quando deve fare una cosa semplice ma che non era in programma, quando impiega più tempo del previsto per fare le cose, quando deve interagire con persone che hanno pensieri diversi dai suoi.

Riconoscere le cose che non si possono controllare

Non tutto può essere controllato e ci sono delle cose che possono essere controllate solo in parte. L’uomo è un soggetto attivo in grado di influenzare ciò che gli succede, ma ci sono delle cose che non dipendono dalla sua volontà. In queste situazioni, il tentativo di controllo non produrrà l’esito sperato e potrebbe anche far peggiorare la situazione, facendo perdere completamente il controllo alla persona. È il caso, ad esempio, del tentativo estremo di controllo di parametri fisiologici come il battito cardiaco o la sudorazione, che solitamente produce un’ulteriore alterazione. Questo fenomeno paradossale per il quale il tentativo di controllo conduce alla perdita il controllo è anche alla base degli attacchi di panico.

Anche il sonno è un fenomeno che, in quanto naturale, sfugge, almeno in parte, al nostro controllo. Vi è mai capitato di non riuscire a dormire e di sforzarvi di farlo senza ottenere risultati?

C’è, poi, un’altra cosa che molte persone vorrebbero controllare, ma non possono farlo: la vita degli altri, in particolare dei figli grandi e del partner. Le persone con la mania del controllo vorrebbero che gli altri facessero ciò che loro si aspettano (al lavoro, nelle relazioni, nei momenti di svago). Sono convinte che i loro programmi sono i migliori in assoluto e hanno difficoltà a guardare le cose da prospettive diverse.

 Il controllo, insomma, è potenzialmente una grande virtù. Se, però, non viene applicato nei contesti giusti e se non viene dosato adeguatamente, può trasformarsi in un grande limite. È fondamentale saper controllare, ma anche saper accettare la spontaneità di certi fenomeni e l’incertezza.  

Dott.ssa Erica Tinelli

“LO FACCIO DOMANI”: RIMANDARE, RIMANDARE…E ANCORA RIMANDARE!

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Ti è mai capitato di rimandare qualcosa che avevi programmato di fare?

A volte si può rimandare perché subentrano degli imprevisti che modificano le proprie priorità.

Altre volte può capitare di rimandare a causa di una pianificazione sbagliata delle attività quotidiane: sono tante, infatti, le persone che programmano di fare troppe cose.

Altre volte ancora, però, si rimandano delle attività anche quando si ha a disposizione tutto il tempo per farle. Molte persone dicono a se stesse: “lo faccio domani”, che poi spesso diventa dopodomani, tra tre giorni, tra una settimana, tra un mese, tra qualche mese, tra un anno…e a volte addirittura MAI!

Perché si può avere la tendenza a rimandare?

Possono esserci tante ragioni. Ecco alcune delle più diffuse.

Non si è interessati a fare una certa cosa

Occorre valutare, però, se l’attività in questione può essere evitata o meno. Ci sono delle cose che dobbiamo fare anche se non ci piacciono e in quei casi è perfettamente inutile rimanere immobili e magari lamentarsi, anzi è dannoso perché ci toglie tempo ed energie che potremmo impiegare in altro modo. Non vuoi fare quella cosa ma, per i motivi più svariati, la devi fare? Bene, motivo in più per trovare la giusta strategia per non rimandare e per toglierti il pensiero.

Si teme di fallire

In questi casi il rimandare è una difesa che consente alla persona di non arrivare mai a confrontarsi con il “momento della verità”, ossia con il momento in cui correrà il rischio di trovare molti ostacoli e/o di fallire. Non facendo mai dei tentativi, però, si fallisce a prescindere. Meglio provare e, se le cose non vanno nel verso giusto, cercare altre strategie per raggiungere l’obiettivo.

Rimandare perchè si aspetta il momento giusto 

Cioè il momento in cui si avrà il giusto entusiasmo, la giusta ispirazione, il momento in cui tutte le circostanze sembrano favorevoli. In genere, però, il momento veramente perfetto non esiste mai e allora o provi o rinunci definitivamente (per saperne di più leggi l’articolo ASPETTARE IL MOMENTO GIUSTO)

Si resta in attesa…

di qualcuno che faccia le cose al proprio posto o di qualcosa (qualche circostanza fortuita) che cambi la situazione. Qualche esempio? Non si sbrigano certe commissioni personali perché tanto le farà qualcun altro. Si evita di studiare bene per l’esame perché prima o poi si riuscirà a passarlo per fortuna. Non si lavora per apprendere una certa abilità lavorativa importante perché arriverà il giorno in cui non sarà più così importante. Se anche queste eventualità si verificano e, quindi, alla fine non si è costretti a fare determinate cose, il fatto di non attivarsi mai per affrontare delle attività o per sbrigare delle incombenze rende le persone sempre più insicure e prive di risorse. Si crea, quindi, un circolo vizioso nel quale, gradualmente, si diventa incapaci di fare anche le cose più semplici.

 

Quando si rimanda costantemente spesso ci si illude che sarà per poco e che non si produrranno conseguenze negative. Prima o poi, però, arriverà il momento di fare i conti con il tempo perso, con i progetti mai realizzati, con i sensi di colpa, con la propria autostima sempre più bassa.

“Procrastinare è come utilizzare una carta di credito: ci si diverte molto fino a quando non arriva il conto” (Christopher Parker)

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IL RIENTRO DALLE VACANZE

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Le vacanze rappresentano per molte persone un momento di stacco dalla routine quotidiana per dedicarsi maggiormente al relax e/o al divertimento. Di solito in vacanza anche quando qualcosa va storto o non corrisponde perfettamente alle proprie aspettative, si sta comunque bene. Il problema è il rientro che a volte può essere davvero stressante e difficile da gestire. Ecco tre consigli per affrontarlo al meglio.

Ricordati che le vacanze sono solo vacanze

Le vacanze andrebbero prese per ciò che sono. Sono dei giorni nei quali ci si dedica al riposo, al recupero delle energie, alla bellezza di certi paesaggi o di certe città, si cerca di più la compagnia di familiari o amici, si svolgono attività diverse che in genere durante l’anno sono più sporadiche.

Alcune persone, invece, considerano le vacanze qualcosa di apparentemente miracoloso. In quest’ottica pensano che le vacanze possano far dissolvere magicamente tutte le difficoltà ed i problemi che, però, di solito difficilmente si risolvono da soli. Se hai un problema -ad esempio di ansia, depressione, nel rapporto con gli altri, a lavoro- quello sarà ancora presente al rientro dalle vacanze.

Le vacanze, al massimo, potranno essere una distrazione momentanea. Però, di solito, se c’è una difficoltà o un problema strutturato per risolverlo è necessario affrontarlo direttamente e non aspettare che passi da solo

Gestisci il rientro dalle vacanze con gradualità

Quando si torna dalle vacanze un errore che si potrebbe commettere è quello di farsi risucchiare completamente dagli impegni domestici, familiari e lavorativi. Ecco allora che se si rientra da un periodo -anche di pochissimi giorni- nel quale non si faceva praticamente niente di impegnativo e si comincia a mettere la sveglia presto, a sistemare tutta casa e a lavorare a pieno ritmo lo stress e la frustrazione molto probabilmente saranno inevitabili.

È preferibile, invece, riprendere le varie attività con maggiore gradualità, assecondando i propri ritmi di adattamento, che possono essere anche molto soggettivi.

Rientrare dalle vacanze non significa dire addio al riposo e al divertimento

Un ultimo aspetto sul quale consiglio di riflettere è il fatto che non dovremmo dedicarci al divertimento e al riposo  soltanto in vacanza. Dovrebbero essere, invece, delle dimensioni costantemente presenti nella vita quotidiana di ogni persona. Certo, durante le vacanze estive questi aspetti possono avere un’importanza maggiore, ma è necessario coltivarli sempre per creare il giusto equilibrio tra doveri e piaceri e renderlo un vero e proprio stile di vita. Per approfondire questo argomento leggi l’articolo LA COLTIVAZIONE DEL PIACERE

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