Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

COME COMPORTARSI CON PERSONE CHE HANNO UN MALESSERE PSICOLOGICO?

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Il malessere psicologico, a vari livelli, è molto diffuso. Molte persone, infatti, hanno un familiare oppure un amico che sta vivendo un periodo difficile, ad esempio perché è un po’ troppo triste, ansioso, stressato. In questi casi, spesso al dispiacere si aggiunge anche la difficoltà di non sapere cosa fare per far star meglio la persona o almeno per non peggiorare la situazione. Ovviamente il comportamento da tenere cambia molto in base alla specificità del caso e alle caratteristiche delle persone.

Tuttavia, ci sono alcuni elementi che è importante tenere in considerazione sempre.

Non svalutare il malessere psicologico della persona

Evita, ad esempio di pronunciare frasi come “non hai motivo di stare male”, “hai tutto”, “tirati su”, “non stare così, prima o poi passa tutto”.

C’è il rischio che queste frasi facciano sentire la persona incompresa e sbagliata. Ciò potrebbe contribuire ad incrementare ulteriormente il suo malessere e la sua tristezza e, a volte, potrebbe provocare anche frustrazione e rabbia.

Fai sentire la tua vicinanza, ma nel modo giusto

Per una persona che ha un malessere psicologico è importante avere il sostegno degli altri e sapere che sono disponibili  e a starle vicino. Tuttavia, se si vuole essere davvero d’aiuto ad una persona bisogna necessariamente tenere in considerazione le sue caratteristiche e le sue esigenze. Ad esempio, ci sono persone che in determinate situazioni stanno meglio se stanno in compagnia, mentre invece altre preferiscono stare da sole. In entrambi i casi, questi bisogni vanno rispettati.

Aiuta chi ha un malessere psicologico, ma senza esagerare

Molto spesso, quando si ha a che fare con una persona che non sta tanto bene si cerca di aiutarla il più possibile. Ad esempio, si fanno le cose insieme a lei oppure ci si sostituisce completamente a lei nello svolgimento di determinate attività o nell’assumersi delle responsabilità. Se in alcune situazioni questo comportamento è opportuno, in generale è necessario evitare di estremizzare questa tendenza. L’aiuto eccessivo, infatti, come tutte le cose portate all’estremo, danneggia. Se ci si sostituisce costantemente alla persona si inibiscono le sue risorse e la si rende sempre più passiva, elementi che possono contribuire allo sviluppo di uno stato depressivo oppure al suo aggravamento nel caso in cui sia già presente.

Valuta se è il caso di consigliare una consulenza psicologica oppure no per superare il malessere

Momenti difficili capitano a tutti. Non sempre è necessario andare da uno psicologo perché in alcuni casi la persona può essere in grado di affrontare le difficoltà da sola. Quando sei convinto che questa persona abbia bisogno dell’aiuto di uno psicologo, puoi darle questo consiglio o, meglio, potresti chiederle se ha valutato questa possibilità. Se ti risponde che non vuole contattare uno specialista, però, non insistere: è una scelta personale e fare pressione, in genere, non è una strategia efficace. Se la situazione di sofferenza sembra molto critica o se si protrae per un po’ di tempo ma la persona continua a dichiarare che non vuole rivolgersi ad un professionista, è preferibile valutare la possibilità di effettuare una terapia indiretta.

Dott.ssa Erica Tinelli

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erica.tinelli@hotmail.it

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LE FALSITA’ SULLA DEPRESSIONE

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La depressione è un problema molto complesso e sempre più presente nella nostra società, tanto che tutti ne hanno sentito parlare almeno qualche volta. Nonostante questo, ci sono molte convinzioni errate sulla depressione che sono estremamente diffuse.

Ecco le principali falsità sulla depressione.

Dalla depressione non si può guarire del tutto…FALSO!

Molto spesso la depressione viene considerata come una vera e propria malattia cronica o ricorrente che può essere gestita, ma che è destinata a manifestarsi per tutta la vita con vari alti e bassi.

In realtà, utilizzando le strategie ed i metodi più adeguati, può essere superata completamente, come dimostrato da numerose ricerche.

E’ indispensabile utilizzare i farmaci…FALSO!

L’uso dei farmaci può essere necessario in alcune situazioni (solitamente quelle più gravi) ed è comunque limitato ad un breve arco di tempo. Non è vero che bisogna prendere gli antidepressivi a vita. I farmaci possono servire in una fase iniziale per controllare i sintomi particolarmente invalidanti, ma, di solito, successivamente è possibile arrivare a risolvere il problema con interventi di tipo psicologico.

Inoltre, in molti casi, l’uso dei farmaci non è necessario ed è possibile superare completamente la depressione con interventi di tipo psicologico che, rispetto alla terapia farmacologica, sono anche quelli nei quali la possibilità di ricaduta è estremamente bassa. Molto spesso, infatti, l’importanza dei farmaci viene sopravvalutata, attribuendo alle cosiddette “pillole della felicità” un potere quasi miracoloso che, in realtà, non c’è. Uno dei maggiori studiosi del settore, Irving Kirsch, arriva addirittura a sostenere che l’effetto benefico di tali farmaci (che comunque si presenta solo nel 25% dei casi) sia da attribuire esclusivamente all’effetto placebo, per il quale il miglioramento è determinato esclusivamente dalla fiducia che le persone ripongono in tali sostanze e non dai principi attivi delle stesse.

Il trattamento richiede tempi molto lunghi…FALSO!

Il problema può essere superato con terapie psicologiche che hanno una durata limitata e che consentono di ottenere i primi miglioramenti già a partire dai primi colloqui.

Ovviamente, ciò è possibile se la terapia presenta determinate caratteristiche e cioè se è un processo attivo, se si concentra sulla soluzione di problemi attuali, se è specifica e mira alla risoluzione dei sintomi e non si focalizza su questioni astratte di tipo esistenziale o relative alla personalità. Sono questi, infatti, i criteri indicati dagli esperti relativamente all’efficacia della terapia per la depressione.

La depressione provoca altre problematiche psicologiche…FALSO!

Spesso la depressione è considerata la causa di altre problematiche di tipo psicologico, come ad esempio problemi d’ansia, alimentari, ossessivo-compulsivi. In realtà, però, solitamente è vero il contrario, ossia che la depressione è la conseguenza e non la causa di altri disturbi (soprattutto fobici-ossessivi) oppure è una reazione a lutti, traumi, abbandoni, fallimenti professionali e personali. Questo è il motivo per il quale in terapia molto spesso è necessario lavorare anche sulle problematiche preesistenti della persona e non focalizzarsi esclusivamente sui sintomi depressivi.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Nardone G., Speciani L. (2015). Mangia, muoviti, ama. Ponte alle Grazie, Milano. (Capitolo: “Depressione: una patologia multifattoriale”)

Yapko M. D. (2002). Rompere gli schemi della depressione. Ponte alle Grazie, Milano.

L’ASTINENZA DAL PIACERE: L’ANORESSIA

L’ASTINENZA DAL PIACERE L’ANORESSIA.jpgLe caratteristiche dell’anoressia

L’anoressia è un disturbo alimentare che si caratterizza principalmente per una forte tendenza alla restrizione nell’assunzione del cibo. Le persone che soffrono di questa patologia, infatti, mangiano troppo poco rispetto a quelle che sarebbero le necessità nutrizionali del proprio corpo, principalmente perché si vedono grasse (anche se non lo sono) o perché temono di diventarlo. Accanto alla restrizione alimentare possono essere presenti altri aspetti, come ad esempio il vomito autoindotto, la compulsione all’esercizio fisico (troppo prolungato e/o troppo intenso), l’uso di lassativi. Si tratta di un disturbo che riguarda principalmente, ma non esclusivamente, le ragazze.

Solitamente il rapporto patologico con l’alimentazione si accompagna anche a problematiche relative ad altre sfere di vita, come quella delle relazioni interpersonali. L’anoressia, infatti, in genere è una forma estrema di astinenza, non solo nei confronti del cibo, ma nei confronti di tutto ciò che potrebbe far scaturire delle sensazioni positive. Di solito non viene rifiutato solo il cibo, ma anche i rapporti sociali e qualsiasi attività gradevole, probabilmente anche in virtù del timore di essere travolti dal piacere. Per timore di non sapersi controllare concedendosi il piacere nelle giuste quantità e modalità, ci si difende attraverso un’astinenza che diventa sempre più forte e pervasiva e che, spesso, viene percepita da chi la attua come una virtù della quale essere orgogliosi.

Il trattamento dell’anoressia

L’anoressia è una patologia potenzialmente molto grave e, se non adeguatamente trattata, può diventare mortale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. Per questo motivo è importante intervenire prontamente.

E’ una malattia molto complessa e difficile da trattare, ma esistono degli approcci terapeutici estremamente efficaci. Tra questi troviamo l’approccio strategico, che ha un’efficacia superiore all’80%. Di solito, la durata complessiva del trattamento, considerando non solo lo sblocco della patologia ma anche il consolidamento, non supera le 20 sedute. Per raggiungere l’obiettivo, è importante saper instaurare con la persona una buona alleanza terapeutica, ma è altrettanto importante fornire indicazioni concrete e molto specifiche per risolvere il problema.

Considerando che l’anoressia solitamente insorge in età adolescenziale, in genere viene richiesta la collaborazione dei genitori che vengono guidati a cambiare i propri comportamenti per aiutare la figlia –in genere si tratta di ragazze- e per interrompere tutto ciò che, invece, potrebbe contribuire al peggioramento del problema. Può capitare, infatti, che le persone che sono vicine a chi soffre di questa malattia, senza rendersene conto e con le migliori intenzioni, facciano delle cose che non sono efficaci e risolutive.

 

I ricoveri sono efficaci?

Molto spesso per trattare l’anoressia si ricorre anche ai ricoveri che prevedono un’alimentazione forzata ma che non rappresentano una soluzione definitiva perché, una volta dimesse, le ragazze tendono a perdere nuovamente (a volte anche con gli interessi) tutto ciò che hanno assimilato forzatamente in clinica. A volte è proprio nelle cliniche che le ragazze imparano dalle loro “colleghe” nuovi “trucchi” per perdere peso o nuove evoluzioni della propria patologia. I ricoveri, quindi, dovrebbero essere effettuati solo in situazioni estreme per evitare il rischio di morte o di gravi danni fisiologici. Anche in questi casi, di solito, il ricovero da solo non è sufficiente, anche perché l’alimentazione meccanica che in genere viene proposta impedisce lo sviluppo di un rapporto piacevole con il cibo, che è l’elemento che può consentire di risolvere completamente il problema.

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Bibliografia

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G. e Valteroni E. (2017). Anoressia giovanile. Ponte Alle Grazie, Milano.

IL VANTAGGIO SECONDARIO OVVERO LO STARE MALE FA ANCHE UN PO’ BENE

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Hai mai sentito parlare di vantaggio secondario?

Ci sono tante persone che vivono in uno stato di malessere ma, nonostante questo, non fanno niente per cercare di cambiare la situazione. Non reagiscono, non si attivano per trovare una soluzione, non provano a fare dei tentativi diversi da quelli che hanno sempre fatto, non accettano i consigli degli altri, non vogliono essere seguiti da dei professionisti.

Perché questo avviene? Perché delle persone che stanno male non fanno niente per provare a stare meglio?

Sicuramente ci sono tante possibili spiegazioni a questo fenomeno. È possibile, ad esempio, che la persona non sappia proprio cosa fare, che abbia bisogno di riflettere per un po’ sulla strada migliore da seguire. Può darsi che sappia cosa fare, ma che non riesca a farlo perchè non conosce le giuste strategie. È possibile che non accetti aiuti esterni perché le sembrano inadeguati alla situazione oppure perché non ha individuato una persona alla quale ritiene giusto affidarsi.

C’è, però, anche un’altra possibile spiegazione che fa riferimento ad un tema molto delicato, il cosiddetto vantaggio secondario.

Che cos’è il vantaggio secondario?

Il vantaggio secondario fa riferimento a tutti gli aspetti positivi del vivere in una condizione di malessere. Forse può sembrare assurdo, ma le persone che hanno un disagio psicologico ricavano anche dei benefici da questa loro condizione. Possono essere vantaggi molto vari. Si può trattare, ad esempio, di ricevere molte più attenzioni dagli altri, di poter delegare una parte dei propri compiti, di non assumersi una parte delle proprie responsabilità, di rimandare delle decisioni o di evitare di affrontare situazioni critiche.

Pensate, ad esempio, ad una persona che è triste da un po’ di tempo. Può succedere che i familiari e gli amici le chiedano più volte come sta, così come possono offrirsi di svolgere alcune incombenze al posto suo per aiutarla, possono proporle di fare qualcosa di divertente per distrarsi. Situazioni simili possono verificarsi per problemi di vario tipo che si possono protrarre anche molto a lungo. Si viene a strutturare, così, un sistema nel quale la persona che sta male riesce ad ottenere anche dei vantaggi per il fatto stesso di stare male e questo, ovviamente, può ostacolare il cambiamento.

Le persone che vivono in uno stato di sofferenza spesso non condividono questa prospettiva e dichiarano di voler star bene a tutti i costi. Questa reazione non sorprende perché si tratta di un fenomeno che può essere inconsapevole. Non è che la persona si mette a tavolino a pensare a come un problema la potrebbe portare ad ottenere dei vantaggi!

Il vantaggio secondario sminuisce la sofferenza delle persone?

No. Il fatto che molte difficoltà psicologiche nascondono un vantaggio di tipo secondario non sminuisce la sofferenza della persona che vive comunque in una condizione di disagio che le impedisce di ottenere in modo più funzionale i vantaggi che ottiene stando male.

Il vantaggio secondario è semplicemente un aspetto molto importante sul quale riflettere quando le persone manifestano una forma di malessere e sembrano non fare abbastanza per cercare di superarlo. Se questo elemento è presente, infatti, finchè non viene preso in considerazione e gestito adeguatamente, è difficile che si riesca a risolvere efficacemente una situazione problematica.

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ANSIA E PAURA ALLA GUIDA

ANSIA E PAURA ALLA GUIDA

“Come posso eliminare la paura e l’ansia mentre sono alla guida?”. E’ una domanda che tante persone si fanno perché non riescono a guidare in modo tranquillo e rilassato come vorrebbero.

L’ansia e la paura alla guida sono sempre un problema da risolvere?

Innanzitutto, bisogna chiarire che provare un po’ d’ansia e di paura alla guida è perfettamente normale per le persone che stanno imparando a guidare o che non guidano molto spesso e che, quindi, non hanno una grande familiarità con questa attività.

Inoltre, anche le persone più esperte possono provare ansia in alcune situazioni, ad esempio in caso di maltempo o quando devono fare strade che conoscono poco.

In queste situazioni non è auspicabile eliminare l’ansia e la paura, perché rappresentano delle reazioni sane ed utili. Queste emozioni, infatti, permettono alla persona di sviluppare uno stato di vigilanza che la rende responsiva a ciò che accade intorno a lei.

Quando ci si appresta a fare cose mai fatte prima o ad affrontare situazioni nuove, solitamente, si sperimenta un po’ d’ansia o inquietudine. Poi, con il passare del tempo e con il consolidamento delle proprie abilità, si diventa gradualmente sempre più sciolti e rilassati. Si tratta di un processo ordinario e funzionale che non riguarda soltanto la guida.

Quand’è che diventano davvero problematiche?

Queste reazioni sono disfunzionali quando non sono più contenute, ma diventano pervasive e compromettenti, al punto da provocare reazioni eccessivamente intense, blocchi, confusione. È il caso, ad esempio, di chi è paralizzato dalla paura e rinuncia alla guida, pur considerandola indispensabile e pur desiderando superare questa difficoltà. In altri casi per sedare la paura si possono usare vari espedienti che, nel tempo, possono contribuire all’instaurarsi di un problema ben strutturato. Questo avviene, ad esempio, quando ci si assicura sempre la presenza di altre persone che possono intervenire in caso di bisogno o quando si evitano costantemente dei percorsi, magari scegliendone altri più lunghi e scomodi, ma percepiti come più tranquilli.

Superare la paura della guida

Quando la paura alla guida diventa problematica si possono sviluppare delle fobie oppure degli attacchi di panico che possono richiedere l’intervento di uno psicologo. L’obiettivo sarà quello di ridurre l’intensità della paura aiutando la persona a sviluppare delle strategie per fronteggiare in modo efficace le sue difficoltà. 

La paura di guidare è un problema diffuso e, quando è richiesto l’intervento di uno psicologo, è possibile affrontarla e risolverla abbastanza rapidamente. Se si tratta di una difficoltà circoscritta a questa specifica situazione, infatti, possono essere sufficienti pochi incontri.

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