Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

NON HAI TEMPO ….O NON HAI VOGLIA?

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Quante volte sentiamo dire “non ho tempo per…”, “vorrei fare questo, ma non trovo proprio il tempo”? E quante volte siamo noi che in prima persona pronunciamo queste frasi?

Ma è veramente così?

Sicuramente tutti noi abbiamo molte cose da fare e al tempo stesso abbiamo delle risorse limitate, inclusa anche la disponibilità di tempo. Ciò significa che molto spesso risulta impossibile riuscire a fare tutto quello che si vorrebbe in quanto servirebbero delle giornate più lunghe.

A volte capita anche di riuscire a fare tutto quello che era stato programmato, ma se si programmano sistematicamente tante attività, se da un lato ci si può sentire soddisfatti di riuscire a gestirle tutte, dall’altro se si portano avanti troppe cose per troppo tempo il rischio di diventare stressati è altissimo.

Quindi, è vero che non si può fare veramente tutto. È vero che si può non avere il tempo. È anche vero, però, che se siamo davvero motivati a fare una cosa e vogliamo farla a tutti i costi, in genere il tempo riusciamo a trovarlo -anche il modo!-, anche se questo può implicare il dover rimandare altri impegni o il dover rinunciare ad altre attività. Nella vita, infatti, è importante saper definire le nostre priorità e questo ci aiuta anche a comprendere il valore delle cose.

Qualche riflessione da fare quando si pensa “non ho tempo”

Quando diciamo o pensiamo di voler fare qualcosa ma di non avere il tempo, dovremmo fermarci un attimo per cercare di capire se vogliamo fare veramente quella cosa oppure no e, di conseguenza, valutare se vogliamo trovare il tempo.

Pensa a qualcosa che vorresti fare e prova a porti queste domande:

  1. Da 1 a 10 quanto è importante per te fare questa cosa?
  2. Quali benefici speri di ottenere facendola? E quali benefici otterresti non facendola?
  3. Quali svantaggi potrebbero esserci nel dedicarsi a questa attività? E quali svantaggi potrebbero esserci se non la fai?
  4. Se dovessi fare una classifica di tutte le cose che consideri importante fare, quella che stai valutando ora che posto occuperebbe?

Se hai capito che vuoi veramente fare questa cosa perché per te è importante, il passo successivo riguarda l’organizzazione e la pianificazione. Devi capire con quali modalità e con quali tempi vuoi dedicarti alla nuova attività ed inserirla nell’agenda (fisica o anche solo mentale) dei tuoi impegni. Ad esempio, se hai scelto che vuoi dedicarti alla palestra, puoi decidere di andare tutti i martedì ed i giovedì dalle 19 alle 20. Come accennato, spesso è necessario dover eliminare o ridurre altre attività, ma se consideri questa cosa importante non ti sarà così difficile. Se si salta questo passaggio si corre il rischio di continuare a rimandare e non è da escludere la possibilità di non iniziare mai.

Dott.ssa Erica Tinelli

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LA GENTILEZZA FA BENE ED E’ UTILE

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La gentilezza sembra essere una qualità radicata nel genere umano e presente, almeno in parte, un po’ in tutte le persone. Probabilmente si tratta di uno strumento che ci è stato fornito dalla natura in virtù della sua grande importanza evolutiva. Infatti, senza alcun tipo di gentilezza e vivendo esclusivamente in modo individualista, aggressivo e competitivo, forse la nostra specie si sarebbe estinta.

La gentilezza si può manifestare in tanti modi diversi: aiutando qualcuno in difficoltà, mostrando comprensione ed interesse per le altre persone e per quello che ci dicono, enfatizzando le qualità altrui, ringraziando per ciò che si riceve, sorridendo. Può trattarsi, quindi, anche di piccoli gesti quotidiani che, però, possono essere molto importanti. La gentilezza, infatti, fa bene sia a chi la riceve che a chi la fa.

L’importanza della gentilezza

I suoi benefici possono riguardare vari ambiti.

Salute

Prima di tutto è stato dimostrato che solitamente le persone gentili vivono più a lungo e sono più sane.

Sono più felici delle persone con un temperamento più aggressivo, meno esposte al rischio di depressione e alla probabilità di avere infarti o ictus.

Relazioni

La gentilezza ha un impatto positivo anche sulle relazioni, che rappresentano per tutti un’importante fonte di benessere e di supporto e sostegno nei momenti più difficili. Essere gentili ci aiuta ad ampliare le relazioni sociali e ne migliora anche la qualità perché fa sentire gli altri riconosciuti, accettati, apprezzati.

Essere gentili non significa dire delle bugie all’altro pur di cercare di alimentare la sua autostima e pur di risultare simpatici. Significa, piuttosto, sottolineare i punti di forza delle altre persone ed esprimere con garbo delle osservazioni anche negative, ma che potrebbero rappresentare delle critiche costruttive. La gentilezza richiede sincerità, altrimenti non è un atto di cortesia.

Nelle relazioni, la gentilezza permette anche di gestire in modo più positivo il conflitto ed i litigi, che non devono essere necessariamente evitati, ma che sicuramente possono essere affrontati con serenità, ascoltando i vari punti di vista, proponendo con tranquillità il proprio e, se necessario, trovando un punto d’incontro. Molti conflitti e litigi non sono dovuti ai contenuti, ma a problemi relazionali. Ciò significa che spesso non c’è disaccordo su quello che va fatto, ma lo scontro diventa una sorta di gioco di potere, un modo per cercare di affermarsi sugli altri.

Ci sono delle situazioni, però, nelle quali possiamo trovarci ad avere a che fare con persone estremamente sgarbate e prepotenti, che sembrano non meritare alcun tipo di gentilezza. Anche in questi casi la gentilezza può rappresentare un valido strumento da utilizzare perché sarà qualcosa di inaspettato e creerà un effetto sorpresa che lascerà l’altro spiazzato, inducendolo a modificare in meglio il suo comportamento. Per ottenere un risultato soddisfacente in questa direzione, però, a volte può servire un po’ di tempo.

Produttività

Essere gentili rende anche più produttivi. Chi è ben disposto verso gli altri nel lavoro e dedica tempo alla coltivazione delle relazioni ha maggiori probabilità di lavorare efficacemente, di essere percepito come più gradevole e di ottenere l’aiuto e la collaborazione dei colleghi. Tutto questo solitamente si traduce in una crescita gerarchica e nell’aumento dei propri guadagni.

I limiti della gentilezza

Fate attenzione, però, perché anche la gentilezza deve avere dei limiti per evitare che diventi problematica. Essere gentili, infatti, non vuol dire essere sempre e comunque disponibili ed arrendevoli per timore di non essere accettati o per un forte bisogno di approvazione.

È importante saper dosare in modo equilibrato la disponibilità verso gli altri ed evitare che sovrasti i propri bisogni e le proprie necessità.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Ferrucci P. (2006). La forza della gentilezza. Pensare e agire con il cuore fa bene al corpo e allo spirito. Mondadori, Segrate (Mi).

Porta A. (2017). Conviene sempre essere gentili. Airone, Giugno 2017, pp. 20-23.

IL VANTAGGIO SECONDARIO OVVERO LO STARE MALE FA ANCHE UN PO’ BENE

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Hai mai sentito parlare di vantaggio secondario?

Ci sono tante persone che vivono in uno stato di malessere ma, nonostante questo, non fanno niente per cercare di cambiare la situazione. Non reagiscono, non si attivano per trovare una soluzione, non provano a fare dei tentativi diversi da quelli che hanno sempre fatto, non accettano i consigli degli altri, non vogliono essere seguiti da dei professionisti.

Perché questo avviene? Perché delle persone che stanno male non fanno niente per provare a stare meglio?

Sicuramente ci sono tante possibili spiegazioni a questo fenomeno. È possibile, ad esempio, che la persona non sappia proprio cosa fare, che abbia bisogno di riflettere per un po’ sulla strada migliore da seguire. Può darsi che sappia cosa fare, ma che non riesca a farlo perchè non conosce le giuste strategie. È possibile che non accetti aiuti esterni perché le sembrano inadeguati alla situazione oppure perché non ha individuato una persona alla quale ritiene giusto affidarsi.

C’è, però, anche un’altra possibile spiegazione che fa riferimento ad un tema molto delicato, il cosiddetto vantaggio secondario.

Che cos’è il vantaggio secondario?

Il vantaggio secondario fa riferimento a tutti gli aspetti positivi del vivere in una condizione di malessere. Forse può sembrare assurdo, ma le persone che hanno un disagio psicologico ricavano anche dei benefici da questa loro condizione. Possono essere vantaggi molto vari. Si può trattare, ad esempio, di ricevere molte più attenzioni dagli altri, di poter delegare una parte dei propri compiti, di non assumersi una parte delle proprie responsabilità, di rimandare delle decisioni o di evitare di affrontare situazioni critiche.

Pensate, ad esempio, ad una persona che è triste da un po’ di tempo. Può succedere che i familiari e gli amici le chiedano più volte come sta, così come possono offrirsi di svolgere alcune incombenze al posto suo per aiutarla, possono proporle di fare qualcosa di divertente per distrarsi. Situazioni simili possono verificarsi per problemi di vario tipo che si possono protrarre anche molto a lungo. Si viene a strutturare, così, un sistema nel quale la persona che sta male riesce ad ottenere anche dei vantaggi per il fatto stesso di stare male e questo, ovviamente, può ostacolare il cambiamento.

Le persone che vivono in uno stato di sofferenza spesso non condividono questa prospettiva e dichiarano di voler star bene a tutti i costi. Questa reazione non sorprende perché si tratta di un fenomeno che può essere inconsapevole. Non è che la persona si mette a tavolino a pensare a come un problema la potrebbe portare ad ottenere dei vantaggi!

Il vantaggio secondario sminuisce la sofferenza delle persone?

No. Il fatto che molte difficoltà psicologiche nascondono un vantaggio di tipo secondario non sminuisce la sofferenza della persona che vive comunque in una condizione di disagio che le impedisce di ottenere in modo più funzionale i vantaggi che ottiene stando male.

Il vantaggio secondario è semplicemente un aspetto molto importante sul quale riflettere quando le persone manifestano una forma di malessere e sembrano non fare abbastanza per cercare di superarlo. Se questo elemento è presente, infatti, finchè non viene preso in considerazione e gestito adeguatamente, è difficile che si riesca a risolvere efficacemente una situazione problematica.

Dott.ssa Erica Tinelli

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L’IPERPROTEZIONE E I SUOI PERICOLI

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Negli ultimi decenni la famiglia è cambiata molto, anche a causa di modificazioni sociali più generali. Si è passati dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, si è innalzata l’età del momento nel quale i giovani lasciano la famiglia d’origine. Inoltre, sono diminuite le nascite e, quindi, il numero di figli per ogni nucleo. Un altro cambiamento forse meno evidente ma sicuramente molto importante riguarda il rapporto tra genitori e figli, che è sempre più basato sull’iperprotezione.

Come si manifesta l’iperprotezione?

Al giorno d’oggi i genitori cercano in tutti i modi di rendere semplice ed agiata la vita dei loro figli, proteggendoli il più possibile dalle difficoltà, dai problemi e dalle responsabilità quotidiane, assistendoli ed aiutandoli in molte attività e, a volte, sostituendosi a loro.

I genitori, spesso, fanno i compiti con i loro figli o comunque si preoccupano del fatto che qualcuno li aiuti e li controlli anche quando sarebbero in grado di fare tutto da soli, cercano di soddisfare tutte le loro richieste in merito agli acquisti che vogliono fare e alle attività che vogliono svolgere. Inoltre, fanno al loro posto cose che potrebbero fare autonomamente -come sistemare la propria camera-, sono disponibili in qualsiasi momento ad intervenire per gestire qualsiasi tipo di difficoltà, anche minima.

I comportamenti iperprotettivi dei genitori si possono manifestare sia nei confronti dei bambini, sia nei confronti dei ragazzi, degli adolescenti e anche dei giovani adulti.

Ovviamente non c’è niente di strano e di sbagliato nel voler aiutare i propri figli. La situazione, però, diventa problematica quando questo aiuto e questa protezione diventano eccessivi, generalizzati a qualsiasi situazione e non congruenti rispetto alle reali difficoltà e necessità di sostegno.

Perché l’iperprotezione può essere pericolosa?

Gestione delle difficoltà

I ragazzi che crescono in famiglie iperprotettive non hanno la possibilità di imparare ad affrontare gradualmente le difficoltà e gli ostacoli della vita e di sviluppare abilità e risorse fondamentali per il successo. Infatti, solo l’esperienza diretta di aver gestito delle criticità può consentire di potenziare i propri punti di forza e di accrescere la propria autostima. È la base per un sano sviluppo.

Secondo lo psicologo Goleman, l’iperprotezione è una forma di deprivazione che impedisce di gestire frustrazioni e tempeste emotive caratteristiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Ciò ostacola lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, che è fondamentale nella vita quotidiana di ogni persona (per approfondire l’argomento puoi leggere l’articolo L’NTELLIGENZA EMOTIVA).

Svalutare ciò che si ha

L’iperprotezione può anche indurre i ragazzi a ritenere che tutto quello che viene concesso loro, non solo a livello materiale, è dovuto e, quindi, viene dato per scontato. Questo può portare ad avanzare delle pretese sempre maggiori, ma anche a svalutare quello che si ha.

Non si tratta necessariamente di un atteggiamento prepotente e pretenzioso, ma può essere la conseguenza del fatto che quando tutto viene ottenuto con facilità perde gran parte del suo valore. Se tutto viene concesso tranquillamente, senza limiti e senza che venga in qualche modo guadagnato, può essere complesso capire quanto quelle cose sono preziose.

Decisioni

L’iperprotezione, infine, può rendere le persone insicure ed incapaci di prendere delle decisioni.

A volte si presentano dei veri e propri blocchi che impediscono di andare avanti o che portano a delegare ad altri la responsabilità di scelte personali, come quelle lavorative o relazionali.

I risultati della ricerca sull’iperprotezione

Lo psicologo Kagan ha effettuato degli studi che hanno evidenziato che nelle famiglie iperprotettive si manifestano più spesso disturbi psicologici di vario tipo -problemi d’ansia, ossessivi, fobici, depressivi, alimentari-. È possibile, quindi, che in questo tipo di famiglie esistano dei fattori che contribuiscano allo sviluppo di questi problemi.

Il comportamento iperprotettivo dei genitori nei confronti dei figli ed il tentativo di rimuovere qualsiasi ostacolo dalla loro strada viene attuato con le migliori intenzioni. Come la maggior parte delle cose, però,  se è estremo, rischia di diventare molto dannoso.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Goleman D. (2006). Intelligenza sociale. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano

Nardone G., Giannotti E., Rocchi R. (2006). Modelli di famiglia. Conoscere e risolvere i problemi tra genitori e figli. Tea, Milano.

 

 

PERCHE’ TANTE PERSONE AMANO I FILM HORROR ANCHE SE NE SONO SPAVENTATE?

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La passione per i film horror è abbastanza diffusa, anche se molte persone che li guardano ne sono almeno in parte spaventate. Ma perché esporsi volontariamente a degli stimoli che incutono timore e che potrebbero essere evitati? Guardare film horror, infatti, non è una cosa indispensabile nella vita di nessuno.

A questo comportamento apparentemente bizzarro e contraddittorio possono essere date varie spiegazioni.

Guardare film horror per ottenere la catarsi

Una prima ipotesi è quella della catarsi, secondo la quale i film horror possono aiutare le persone ad esprimere determinate emozioni che solitamente tendono a reprimere, come ad esempio la paura o il disgusto.

I film horror, in questo prospettiva, rappresenterebbero uno strumento di sfogo, un canale attraverso il quale manifestare emozioni altrimenti trattenute. A tale proposito, Stephen King definisce i film horror come “sanguisughe della psiche che non prelevano il sangue cattivo, ma l’ansia”.

Imparare a fronteggiare le difficoltà

Un’altra possibile spiegazione viene data dallo psicologo Daniel Goleman nel libro “Intelligenza sociale”. Secondo Goleman esporsi a film che spaventano potrebbe rappresentare un modo per imparare  a gestire piccole “minacce” o fattori di stress al fine di sviluppare la resilienza, cioè la capacità di gestire le difficoltà.

Si tratterebbe, in questo caso, di uno strumento di allenamento nei confronti dello stress e delle difficoltà quotidiane, anche se le persone potrebbero non esserne consapevoli. Ovviamente affinchè ciò sia possibile è necessario che il tipo di film sia proporzionato all’età degli spettatori e alle loro caratteristiche per evitare di esporsi a stimoli troppo forti e difficili da gestire, che potrebbero provocare una paura eccessiva e paralizzante.

Guardare film horror per ricercare emozioni forti

Infine, occorre ricordare che, anche se la passione per questi film è abbastanza diffusa, certamente non è universale. E’ possibile, quindi, che la scelta di guardare questo tipo di film sia influenzata anche da variabili individuali che differenziano le varie persone.

Alcune ricerche, ad esempio, hanno evidenziato la presenza di un’associazione tra il piacere sperimentato nel guardare film horror ed il punteggio delle persone nel costrutto “sensation seeking”, che indica la tendenza a ricercare stimoli intensi che possono consentire di superare la routine e la noia. I film horror, quindi, possono rappresentare per i “cercatori di sensazioni” uno dei tanti modi attraverso i quali è possibile sperimentare emozioni forti.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Goleman D. (2006). Intelligenza sociale. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano.

Goldstein J. H. (1998). Why We Watch The Attractions of Violent Entertainment. Oxford University Press