Erica Tinelli

Psicologa a Roma, Viterbo e Online

NON SOLO AMORE E SERENITA’…IL NATALE PUO’ ANCHE ESSERE STRESSANTE

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Manca poco a Natale ed è impossibile non rendersene conto. Ovunque si cominciano a vedere cibi tipicamente natalizi, luci e addobbi di vario tipo. Si respira un’atmosfera di festa, di felicità, di pace e di amore…

….ma è davvero così? Non sempre e non per tutti!

Il Natale, infatti, per alcuni aspetti può essere considerato stressante e difficile da gestire, soprattutto per quanto riguarda alcuni elementi abbastanza ricorrenti come ad esempio l’ansia del dover fare i regali, il dover incontrare determinate persone che possono risultare noiose e antipatiche, il soddisfare specifiche aspettative, il tentativo di rendere queste giornate di festa serene.

Come evitare che il periodo di Natale si trasformi in un vero e proprio inferno? Ecco alcuni suggerimenti per fare in modo che il Natale non diventi stressante.

Evita lo stress del Natale vivendolo con naturalezza

Molte persone a Natale si sforzano di essere o di mostrarsi felici a tutti i costi, in linea con quello che sembra essere il clima dominante. Tuttavia, la felicità è un’emozione spontanea, che difficilmente può essere prodotta in maniera volontaria. Anzi, a volte, più si cerca di ostentarla e più si finisce per inibirla. Inoltre, ricorda che in questo periodo ci sono anche altri stati d’animo che è molto probabile sperimentare, come ad esempio la tristezza nel ricordare i propri cari che non ci sono più.

Se ti focalizzi solo sugli obblighi il Natale sarò sicuramente stressante

Durante le feste natalizie può capitare di sentirsi in dovere di fare qualcosa che si preferirebbe evitare, come i regali o come passare il tempo con persone che non suscitano tanta simpatia.

Chiediti se secondo te è veramente indispensabile fare queste cose o se puoi eliminarle oppure ridurle. Se non puoi, almeno cerca di renderle il più piacevoli possibile.

Inoltre, non preoccuparti solo di soddisfare le aspettative altrui, ma ricordati anche di te stesso, di ciò che potrebbe renderti contento, di ciò che desideri davvero e trova degli spazi per dedicarti a questo.

Dire addio allo stress organizzandosi per tempo

In queste giornate la maggior parte delle persone è molto impegnata: si dedica alla ricerca dei regali, alla scelta e alla preparazione dei cibi, alla programmazione delle attività da svolgere, delle località da visitare e così via.

In tutta questa frenesia un po’ di pianificazione è fondamentale. Facendo tutto all’ultimo momento si corre il rischio di diventare ansiosi e stressati per la paura di non riuscire a fare le cose bene.

Ricordati che la perfezione non esiste

Per quanto ci si possa sforzare di curare tutti i dettagli e di organizzare al meglio le giornate natalizie, ci potrà sempre essere qualche piccola cosa che non andrà come avremmo voluto. Accetta la cosa e considera gli imprevisti come un esercizio di flessibilità. Uno dei segreti per vivere bene in Natale, infatti, è non pretendere la perfezione.

A questo punto non mi resta che augurare a tutti un buon Natale!

Dott.ssa Erica Tinelli

3884462095

erica.tinelli@hotmail.it

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IL VALORE DELLA TRISTEZZA

IL VALORE DELLA TRISTEZZA.jpg Molto spesso la tristezza viene considerata un’emozione negativa da combattere a tutti i costi. In realtà, però, tutte le emozioni esistono per dei motivi, in quanto svolgono funzioni molto importanti, anche se apparentemente possono sembrare totalmente inutili o addirittura dannose.

Perché in alcuni casi la tristezza è utile?

La tristezza è la reazione naturale a determinati eventi, come ad esempio la perdita di persone o cose di grande valore oppure grandi delusioni nei più svariati ambiti. E’ un’emozione che porta ad una drastica riduzione dell’energia e dell’entusiasmo verso molte attività e a chiudersi in se stessi in una sorta di “ritiro riflessivo” che è utile per poter elaborare quanto avvenuto, comprenderne le conseguenze e sviluppare, gradualmente, nuovi progetti. In certe circostanze, quindi, la tristezza è indispensabile e non è opportuno cercare di allontanarla perché questo bloccherebbe un fenomeno perfettamente normale e funzionale. Tuttavia, in alcuni casi si cerca proprio di fuggire il più possibile da questo stato d’animo, ad esempio intraprendendo una serie di attività per cercare di distrarsi, con il risultato che presto o tardi si ricade comunque in uno stato di tristezza allungando ancora di più e rendendo ancora più complicato il naturale processo di elaborazione. Questo tentativo di allontanare il più possibile la tristezza si nota molto spesso nell’educazione dei bambini e dei ragazzi. Molti genitori, infatti, pensano che un bambino o un ragazzo sano deve essere sempre sereno e tranquillo, anche perché, dal loro punto di vista, solitamente non c’è alcun motivo ragionevole per essere triste. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la tristezza è la conseguenza di determinati avvenimenti ed ha, quindi, una ragione d’esistere per la persona che la prova, anche se altre persone nella stessa circostanza potrebbero avere reazioni completamente diverse. Questa differenza di prospettiva può essere molto forte tra genitori e figli in virtù dell’età e delle esperienze.

Come comportarsi con una persona triste?

A chiunque può capitare di dover interagire con persone che sperimentano uno stato di tristezza e a volte non si sa come comportarsi. Quello che può essere il comportamento più opportuno andrebbe valutano sulla base della specificità di ogni caso, ma in generale è importante non svalutare il vissuto emotivo della persona con frasi del tipo: “dai, cosa vuoi che sia”, “non essere triste”, “non hai motivo di essere triste”, “cerca di distrarti e tutto passerà”, “non ci pensare”, (tra l’altro è molto difficile se non quasi impossibile controllare i propri pensieri). Inoltre, è importante evitare di insistere per cercare di imporre all’altro uno stato d’animo diverso o per indurlo a fare determinate cose come ad esempio uscire e parlare del problema. Ci sono dei casi in cui la persona ha bisogno di stare un po’ da sola ed è opportuno rispettare questa sua necessità.

Quand’è che la tristezza diventa preoccupante?

Quando è estrema, cioè quando è particolarmente intensa e/o quando dura troppo a lungo, arrivando a compromettere significativamente la qualità di vita della persona. In questi casi può essere il sintomo di un problema ben più ampio che deve essere analizzato ed affrontato adeguatamente con l’aiuto di un professionista.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche: L’UTILITA’ DEL PIANTO LE CARATTERISTICHE DELLA DEPRESSIONE I FALSI MITI SULLA DEPRESSIONE UN’IMPORTANTE FORMA DI INTELLIGENZA: L’INTELLIGENZA EMOTIVA  Bibliografia Goleman D. (1999). Intelligenza emotiva. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano.

LA RABBIA: A CHE SERVE E COME SI PUO’ GESTIRE?

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Che cos’è la rabbia e perché è importante?

La rabbia è un’emozione che viene vissuta con disagio e che, quindi, molte persone vorrebbero evitare a tutti i costi. Come tutte le emozioni, però, anche la rabbia ha delle funzioni molto importanti.

Da un punto di vista prettamente fisico prepara il nostro organismo alla lotta e alla fuga.

Da un punto di vista psicologico, è un segnale che emerge quando sono stati violati dei principi personali importanti, quando non sono state corrisposte delle aspettative, quando non ci si è sentiti riconosciuti ed apprezzati, quando qualcuno ha toccato in modo inadeguato alcuni “punti deboli” o “aree sensibili” di sè. Si tratta, quindi, di una serie di messaggi fondamentali sui quali è necessario riflettere per capire come comportarsi e per recuperare la serenità.

La rabbia, quindi, non è un’emozione inutile e da evitare. Non si deve cercare di allontanarla, ma è importante saperla gestire affinchè non diventi distruttiva per se stessi e per gli altri. La rabbia deve essere incanalata in modo opportuno.

Come si può gestire la rabbia?

Sospendere giudizi e azioni

Innanzitutto è importante evitare di prendere decisioni importanti o di agire sotto l’impulso della rabbia perché quando è troppo forte si possono avere delle difficoltà nel pensare lucidamente e nel valutare la situazione da prospettive diverse. Si corre il rischio, quindi, di fare delle scelte o di attuare delle azioni delle quali ci si potrebbe pentire in futuro.

È necessario far defluire la rabbia e per fare questo possono essere utilizzate varie strategie. Ecco alcuni dei consigli forniti da uno dei maggiori esperti di intelligenza emotiva, lo psicologo Daniel Goleman.

Fare una lunga passeggiata

L’attività fisica consente di “raffreddarsi fisiologicamente”, facendo diminuire ed estinguere l’ondata di adrenalina. Ciò permette di tornare ad uno stato fisico e psicologico di maggiore equilibrio e di tranquillità. Solo a questo è consigliato fare delle scelte, tornare alle attività quotidiane, confrontarsi con chi ha provocato la rabbia.

Rimanere da soli

La presenza degli altri, infatti, può peggiorare ulteriormente la situazione in quanto possono innescare, anche involontariamente, stimoli che possono farci arrabbiare ancora di più. Questo può avvenire, ad esempio, quando si cerca di calmare una persona arrabbiata dicendole che non deve arrabbiarsi: si corre il rischio di farla arrabbiare ancora di più e di farla sentire non compresa o sbagliata.

Allontanarsi dagli altri può essere ancora più importante nel corso di una lite per evitare un’ulteriore escalation del conflitto che potrebbe degenerare. Allontanandosi, invece, si ha ancora una volta la possibilità di ridurre lo stato di attivazione dell’organismo per poter, poi, affrontare l’altro in modo più pacato e produttivo.

Distrarsi

Ad esempio attraverso la lettura, il cinema o altre attività che possono ostacolare i pensieri di risentimento che alimentano la rabbia.

È necessario scegliere molto bene l’attività da svolgere per evitare di impegnarsi in compiti che potrebbero non avere alcun effetto benefico. Ad esempio, è stato osservato che fare shopping solitamente non è utile per sedare la rabbia.

Scrivere

Mettere per iscritto i propri pensieri può essere un modo molto efficace per elaborare le emozioni e per migliorare il proprio benessere.

A volte può essere necessario un po’ di tempo e di esercizio per ottenere dei benefici. (Per approfondire questo argomento leggi l’articolo I BENEFICI DELLA SCRITTURA)

E sfogare la rabbia?

Molte persone ritengono che il modo migliore per superare la rabbia sia quello di esprimere il proprio risentimento verso coloro che l’hanno provocato. In realtà, si tratta di uno dei modi peggiori per gestire la rabbia perché prolunga lo stato d’animo negativo e, spesso, rende la persona ancora più arrabbiata.

Se hai difficoltà a gestire la rabbia ricordati che uno psicologo può aiutarti.

Dott.ssa Erica Tinelli

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UN’IMPORTANTE FORMA DI INTELLIGENZA: L’INTELLIGENZA EMOTIVA

 Bibliografia

Goleman D. (1999). Intelligenza emotiva. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano.

LA PUNIZIONE FUNZIONA?

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La punizione rappresenta un metodo educativo utilizzato da alcuni genitori in risposta ad alcuni comportamenti scorretti dei loro figli, per evitare che questi si ripresentino. Tra le punizioni più comunemente utilizzate possiamo trovare quelle che si basano sui divieti: divieto di guardare la televisione, di usare il computer, di giocare ai videogiochi, ecc…

Ma la punizione è efficace?

Può essere efficace, ma solo se si rispettano determinate condizioni.

Severità non eccessiva

Innanzitutto, contrariamente a quello che comunemente si pensa, è preferibile che la punizione non sia eccessivamente severa. La minaccia di una punizione troppo severa, infatti, può aumentare l’attrazione dei bambini e dei ragazzi nei confronti dell’attività proibita, che può essere interrotta solo temporaneamente o che può essere svolta cercando di nasconderla agli adulti. Una punizione molto severa, inoltre, potrebbe essere percepita come la manifestazione di un atteggiamento eccessivamente aggressivo, che potrebbe anche essere assunto come modello di riferimento ed imitato per quanto possibile.

Rapidità

È molto importante, invece, che la punizione venga somministrata in modo rapido, cioè senza far passare troppo tempo dal momento in cui si manifesta il comportamento che si vuole correggere.

Questi principi sono stati utilizzati anche da Olweus all’interno del sistema scolastico norvegese, nel quale si è riusciti a ridurre del 50% i comportamenti aggressivi degli studenti insegnando ai docenti a vigilare sul fenomeno e ad intraprendere provvedimenti punitivi rapidi e ragionevoli.

Coerenza

È necessario anche essere coerenti e, quindi, punire ogni volta che si manifesta il comportamento scorretto. Può capitare, invece, che determinati comportamenti non vengano punti sempre perché in alcune circostanze i genitori decidano di lasciar correre, ad esempio perché stanchi o per non rovinare il clima di serenità. Tuttavia, questa incoerenza può generare confusione e può essere d’ostacolo alla corretta educazione. Ovviamente è importante che ci sia coerenza anche tra le modalità educative dei due genitori, in modo tale che siano d’accordo tra loro in relazione alle regole da proporre ed ai correttivi da usare.

Quando premiare invece di usare la punizione?

Infine, è importante tenere in considerazione il fatto che un metodo alternativo alla punizione è il premiare i comportamenti contrapposti a quelli che si vogliono correggere. Ad esempio, piuttosto che punire il bambino quando fa i capricci, è molto più efficace premiarlo quando è tranquillo e sereno, anche attraverso semplici gesti come lodi verbali, sorrisi, carezze.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Aronson E., Carlsmith J. M. (1963). Effect of the severity of threat on the devaluation of forbidden behavior. The Journal Of Abnormal And Social Psychology, 66(6), 584-588.

Aronson E., Wilson T. D., Akert R. M. (2006). Psicologia sociale. Il Mulino, Bologna (Capitolo “L’aggressività”).

L’ASTINENZA DAL PIACERE: L’ANORESSIA

L’ASTINENZA DAL PIACERE L’ANORESSIA.jpgLe caratteristiche dell’anoressia

L’anoressia è un disturbo alimentare che si caratterizza principalmente per una forte tendenza alla restrizione nell’assunzione del cibo. Le persone che soffrono di questa patologia, infatti, mangiano troppo poco rispetto a quelle che sarebbero le necessità nutrizionali del proprio corpo, principalmente perché si vedono grasse (anche se non lo sono) o perché temono di diventarlo. Accanto alla restrizione alimentare possono essere presenti altri aspetti, come ad esempio il vomito autoindotto, la compulsione all’esercizio fisico (troppo prolungato e/o troppo intenso), l’uso di lassativi. Si tratta di un disturbo che riguarda principalmente, ma non esclusivamente, le ragazze.

Solitamente il rapporto patologico con l’alimentazione si accompagna anche a problematiche relative ad altre sfere di vita, come quella delle relazioni interpersonali. L’anoressia, infatti, in genere è una forma estrema di astinenza, non solo nei confronti del cibo, ma nei confronti di tutto ciò che potrebbe far scaturire delle sensazioni positive. Di solito non viene rifiutato solo il cibo, ma anche i rapporti sociali e qualsiasi attività gradevole, probabilmente anche in virtù del timore di essere travolti dal piacere. Per timore di non sapersi controllare concedendosi il piacere nelle giuste quantità e modalità, ci si difende attraverso un’astinenza che diventa sempre più forte e pervasiva e che, spesso, viene percepita da chi la attua come una virtù della quale essere orgogliosi.

Il trattamento dell’anoressia

L’anoressia è una patologia potenzialmente molto grave e, se non adeguatamente trattata, può diventare mortale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. Per questo motivo è importante intervenire prontamente.

E’ una malattia molto complessa e difficile da trattare, ma esistono degli approcci terapeutici estremamente efficaci. Tra questi troviamo l’approccio strategico, che ha un’efficacia superiore all’80%. Di solito, la durata complessiva del trattamento, considerando non solo lo sblocco della patologia ma anche il consolidamento, non supera le 20 sedute. Per raggiungere l’obiettivo, è importante saper instaurare con la persona una buona alleanza terapeutica, ma è altrettanto importante fornire indicazioni concrete e molto specifiche per risolvere il problema.

Considerando che l’anoressia solitamente insorge in età adolescenziale, in genere viene richiesta la collaborazione dei genitori che vengono guidati a cambiare i propri comportamenti per aiutare la figlia –in genere si tratta di ragazze- e per interrompere tutto ciò che, invece, potrebbe contribuire al peggioramento del problema. Può capitare, infatti, che le persone che sono vicine a chi soffre di questa malattia, senza rendersene conto e con le migliori intenzioni, facciano delle cose che non sono efficaci e risolutive.

 

I ricoveri sono efficaci?

Molto spesso per trattare l’anoressia si ricorre anche ai ricoveri che prevedono un’alimentazione forzata ma che non rappresentano una soluzione definitiva perché, una volta dimesse, le ragazze tendono a perdere nuovamente (a volte anche con gli interessi) tutto ciò che hanno assimilato forzatamente in clinica. A volte è proprio nelle cliniche che le ragazze imparano dalle loro “colleghe” nuovi “trucchi” per perdere peso o nuove evoluzioni della propria patologia. I ricoveri, quindi, dovrebbero essere effettuati solo in situazioni estreme per evitare il rischio di morte o di gravi danni fisiologici. Anche in questi casi, di solito, il ricovero da solo non è sufficiente, anche perché l’alimentazione meccanica che in genere viene proposta impedisce lo sviluppo di un rapporto piacevole con il cibo, che è l’elemento che può consentire di risolvere completamente il problema.

Dott.ssa Erica Tinelli

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Bibliografia

Biondi M. (a cura di) (2014). DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.  Raffaello Cortina Editore, Milano.

Nardone G. e Valteroni E. (2017). Anoressia giovanile. Ponte Alle Grazie, Milano.